Damasco, Aggredito dalle forze di sicurezza lo scrittore siriano Khaled Khalifa

26 maggio, Damasco, via Baghdad. Lo scrittore siriano Khaled Khalifa è nel corteo funebre che accompagna alla sepoltura, nel cimitero di Dahdah, Rabi‘ Ghazzi, ucciso dai servizi di sicurezza siriani mentre era alla guida dell’auto di sua sorella, Rim Ghazzi, anche lei attivista ed ex-detenuta politica, e fatto ritrovare nel bagagliaio del veicolo parcheggiato vicino all’Ospedale della Mezzaluna rossa.

L’invito a partecipare ai funerali di Rabi‘ Ghazzi, lanciato su facebook è stato accolto, a quanto riferiscono gli utenti della rete, da cento o duecento persone, tra cui lo scrittore Khaled Khalifa e il ricercatore e attivista per i diritti umani Hassan Abbas, di cui SiriaLibano ha seguito la conferenza all’ENS di Lione, nel quadro dell’incontro “Siria oggi”.

Il corteo si è mosso da poco quando le forze di sicurezza aggrediscono e sequestrano lo scrittore e picchiano Hassan Abbas. Lo riferisce, tra gli altri testimoni oculari che stanno diffondendo la notizia on line, un conoscente dello scrittore, con queste parole: “Appena la bara ha lasciato la moschea, sono iniziate le lamentazioni e la recitazione della Fatiha a voce alta. Gli shabbiha hanno impedito al corteo di seguire il feretro e hanno iniziato a picchiare tutti e ad arrestare i giovani. Khaled Khalifa e Hassan Abbas camminavano verso il cimitero di Dahdah. Lì c’erano dei sorveglianti che impedivano a chiunque di andarsene. All’improvviso si sono gettati su Khaled, l’hanno tirato per i capelli e si sono messi a picchiare Hassan che è caduto a terra. Ho visto con i miei occhi Khaled che veniva caricato nel bagagliaio di una Station Wagon bianca.”

A quanto apprendiamo da twitter, Khaled Khalifa è stato appena “rilasciato” dalle forze di sicurezza: cioè scaricato dall’auto, picchiato, con una mano rotta, dopo il suo cosiddetto “fermo di polizia”.

Ma visto che – come Khaled ci ha sempre insegnato con il suo impegno di militante e il suo lavoro di scrittore – le parole sono importanti, chiediamo a quanti daranno notizia dell’accaduto, che siano semplici utenti della rete o giornalisti professionisti, di mostrare la propria solidarietà a Khaled Khalifa e Hassan Abbas e tutti i siriani vittime dei servizi di sicurezza, con la scelta di rinunciare all’eufemismo.

Non si tratta di “arresto”, ma di sequestro di persona. Non di “fermo di polizia”, ma di aggressione a scopo intimidatorio. E nell’attesa che la Siria di Bashar al Assad adegui le sue pratiche a quelle di uno Stato di diritto, dovremmo forse essere noi ad adeguare i termini. Almeno per rispetto verso chi sta pagando – sulla propria pelle – per i termini che, scrivendo e parlando, ha avuto il coraggio di usare.