Danneggiata la Grande Moschea degli Omayyadi a Damasco

Panoramica della Moschea degli Omayyadi, Damasco

(Ansa). Dopo “l’acqua, l’aria, la frutta e gli hammam”, Damasco da tredici secoli può vantare la sua “quinta meraviglia”: la Grande Moschea degli Omayyadi, i cui mosaici risalenti al 700 d.C. sono stati oggi danneggiati (vedi foto più in basso) da un colpo di mortaio caduto sul centro storico della capitale siriana controllata dalle milizie del regime, ma assediata dai ribelli ostili al presidente Bashar al Assad.

E’ la prima volta dallo scoppio della guerra siriana più di un anno fa che viene danneggiata la Grande Moschea di Damasco. In particolare, il razzo sparato dai ribelli – ha centrato un dettaglio del mosaico che orna il transetto della sala di preghiera, posta sul lato meridionale del complesso.

Da settimane il centro moderno e antico della capitale sono bersaglio di razzi sparati con mortai dalle postazioni ribelli, asserragliati nei quartieri periferici e nei sobborghi nord e nord-orientali, ma anche sud e sud-orientali.

“Il danneggiamento di una parte dei mosaici della Grande Moschea degli Omayyadi è un fatto gravissimo”, afferma parlando al telefono con l’ANSA Eva Ziedan, archeologa siriana laureatasi all’università di Damasco e con un diploma di dottorato conseguito all’università di Udine. Nei mesi scorsi era stato abbattuto l’antico minareto della Grande Moschea di Aleppo.

“La Grande Moschea di Damasco racchiude in sé tutti gli elementi della civiltà del nostro Paese”. “Nel perimetro sacro ci sono resti del tempio di Hadad, d’epoca aramea, risalente al mille a.C.”, afferma Ziedan, che ricorda che “le fondazioni delle mura perimetrali e numerose colonne sono invece di epoca romana, quando sul sito sorgeva il Tempio di Giove”.

Quest’ultimo, in epoca cristiana, è stato trasformato nella cattedrale dedicata a San Giovanni Battista, trasformata e ampliata agli inizi della dominazione islamica, sotto il califfo omayyade Abdel Malek b. Marwan, nell’attuale moschea, costruita tra il 705 e 715 d.C. Secondo la leggenda, fu proprio il califfo Abdel Malek a indicare nella moschea la “quinta meraviglia di Damasco”, che avrebbe dovuto affiancare gli altri quattro tradizionali pregi della città: “l’acqua, l’aria, la frutta e gli hammam”.

“La Grande Moschea di Damasco è anche il simbolo dell’unione tra le varie correnti dell’Islam”, sottolinea l’archeologa siriana, ricordando che “è luogo di pellegrinaggio non solo per i sunniti ma anche per gli sciiti, perché al suo interno è custodita la testa di Husayn”, terzo veneratissimo imam per gli sciiti.

“La parete di mosaico colpita oggi – riprende Ziedan – era stata in parte restaurata nel 1965 dopo esser stata danneggiata durante un devastante incendio nel 1893. Questa sezione è storicamente molto importante – continua – perché testimonia la prima applicazione artistica nel Levante arabo del dettame islamico di non raffigurare né esseri umani né animali”.

“Nonostante ciò – prosegue – a livello decorativo è un mosaico molto ricco e anche tra i più enigmatici perché vi sono rappresentati un fiume, degli alberi, delle piante e degli edifici. Secondo alcuni storici in quella parete è stata rappresentata Damasco, attraversata dal suo fiume Barada, mentre secondo altri si intendeva raffigurare il Paradiso”. (Ansa).