Gabriele, ricordi il Grand Théâtre?

Come bambini ci eravamo intrufolati in quel che fu il Grand Théâtre di Beirut. Alessandro teneva il cavalletto, Gabriele la macchina e io cercavo di rendermi utile. Spiando il loro lavoro. Eravamo in uno dei luoghi ancora non violati da Solidère, la società di ricostruzione del centro di Beirut distrutto dalla guerra civile (1975-90).

Eravamo i padroni del teatro. Attraversammo il foyer, entrammo in quelli che furono i camerini. Cercammo invano tracce di luci e suoni dietro il palco. Il sipario calava ancora, per metà strappato, dall’alto. Gabriele sistemava il cavalletto, inseriva le lastre e malediceva di non averne portate abbastanza. Studiava le inquadrature nel silenzio interrotto dai miei passi sui calcinacci.

Cercavo altre stanze. Poi lo scatto. Via. E un’altra posa. Salimmo fino sul tetto. Da lì Gabriele scattò – disse – l’ultima foto a Beirut. Era l’ultima lastra di quella nuova missione nella città che lo accolse vent’anni prima, quando attorno a lui c’erano solo macerie.

Quelle macerie, riprese in bianco e nero, le scoprii per caso in una libreria a Parigi. Il suo libro costava troppo per le mie tasche. E solo anni dopo mi fu regalato. Ero già a Beirut. E Gabriele Basilico era per me un personaggio di un altro mondo. Diverso e al tempo stesso uguale a quel signore alto e imponente di poche parole con cui in seguito ho conosciuto meglio Beirut. La mia Beirut. La sua Beirut.

Gabriele non c’è più. E con lui stamani, al ricevere la notizia, è crollato il Grand Théâtre che era in me. Quel foyer, quel curiosare. Quei colori di un tempo ora impolverato. Quell’ultima foto e quell’applauso buffo che scrosciò tra noi tre. Che ridevamo mentre rimanevamo in bilico tra il razionalismo del palazzo di fronte e il cielo di Beirut.

Ciao Gabriele.

Beirut, 14 febbraio 2013.

ps. Il progetto di Solidère per il Grand Théâtre è di trasformarlo in un piccolo centro commerciale. Ce ne sono così pochi a Beirut! Che è invece piena di teatri…