Ghassan Tueini, il gigante rimasto solo

(di Saad Kiwan* per SiriaLibano). Con la scomparsa di Ghassan Tueini, spentosi venerdì 8 giugno scorso all’età di 86 anni a Beirut dopo una lunga malattia, cala il sipario sulla storia di un gigante del Libano, la cui esistenza ha avuto tutto il sapore di un tragedia greca.

Venuto alla ribalta come un fulmine  - poco più che ventenne è direttore di an Nahar, storico quotidiano beirutino – passa da un successo all’altro, nel giornalismo come in politica, nella diplomazia come nella cultura, sempre fedele alla sua vocazione al dialogo. Tueini deve però affrontare il calvario familiare e personale, perdendo in poco più di vent’anni la piccola figlia, poi la moglie, quindi il secondogenito e, infine, il primogenito ucciso da un’autobomba.

Nato nel 1926 da una famiglia cristiana di rito greco-ortodosso, Ghassan è figlio d’arte. Il padre Gebran, giornalista e politico, aveva fondato nel 1933 il quotidiano al Ahrar (I liberi), che sarà presto ribattezzato an Nahar (Il Giorno). Ancora ignaro della sua passione per il giornalismo, il giovane Ghassan si laurea in filosofia all’Università americana di Beirut e parte poi per gli Stati Uniti, per continuare gli studi a Harvard.

Torna a Beirut poco dopo, nell’estate del ’49, per assumere la direzione del giornale rimasto orfano del padre, morto a causa di una malattia. Ghassan si trova così a ricoprire l’incarico di direttore e inviato di an Nahar ad appena 23 anni. Solo due anni dopo è eletto deputato in parlamento nella lista del giovane leader socialista Kamal Jumblatt e di Camile Chamoun, un anno più tardi eletto presidente del Libano.

Ghassan si scopre subito un brillante giornalista con una penna punzecchiante e con il fiuto della notizia. Nel giro di pochi anni an Nahar diventa un giornale di opinione a grande tiratura e si distingue per la sua difesa delle libertà. Un quotidiano quasi sempre all’opposizione con professionalità e coraggio. Gran parte della generazione degli anni Sessanta e Settanta si forma e si informa all’ombra di an Nahar di Ghassan Tueini. Qui crescono i migliori cronisti e intellettuali d’oggi del calibro dello scrittore francofono Amin Maalouf e del politologo Samir Frangie.

La politica coinvolge rapidamente Ghassan Tueini, che viene eletto per un’altra legislatura. Nel 1954, all’età di 28 anni, è già vicepresidente del parlamento, carica riservata a rappresentanti della comunità ortodossa. Ma in quell’anno Tueini conosce quella che pochi mesi dopo diventerà sua moglie.

Nadia Hamade era figlia di un ambasciatore libanese, della comunità drusa, e di madre francese. E’ una donna affascinante di cui Ghassan si innamora subito e nella quale scopre una persona colta e una poetessa di talento, che scrive poesie in francese. Un matrimonio esemplare, ma eccezionale e “contro natura” agli occhi delle rigide regole comunitario e culturali libanesi.

Tra gli anni Sessanta e Settanta an Nahar si afferma anche come il quotidiano più autorevole e diffuso nel mondo arabo, con corrispondenti in tutte le capitali che contano e Ghassan è ormai una figura conosciuta e stimata ben oltre i confini libanesi. I suoi editoriali infiammano il mondo politico.

La passione per la politica attiva lo spingono lì da dove si era allontanato. Nel 1970 entra a far parte del governo di Saeb Salam come vice primo ministro con delega all’educazione e all’informazione. Cento giorni dopo si dimette dall’incarico perché in disaccordo con il premier e col presidente della Repubblica Suleiman Frangie sulla politica da seguire nei riguardi dei giovani.

Con qualche anno di ritardo il ’68 europeo arriva in Libano, coinvolgendo università e scuole di tutto il Paese. Ghassan torna ministro nel 1975, alla vigilia dello scoppio formale della guerra civile (1975-90) in un governo di emergenza nazionale che comprendeva esponenti di tutti gli schieramenti.

Una nuova esperienza politica lo aspetta due anni dopo quando viene nominato ambasciatore alle Nazioni unite. Tueini ricopre la carica per cinque anni, dovendo far frone all’espansionismo e all’arroganza di Israele che dal 1978 comincia l’invasione del Libano, che culminerà nel 1982 con l’occupazione di parte di Beirut. Tueini non si dà però pace e riesce a strappare al Consiglio di sicureza la storica risoluzione di condanna di Israele, la numero 425, e che impone allo Stato ebraico il ritiro incondizionato dal Paese dei Cedri.

Negli anni buii della guerra civile, la vita privata di Tueini è un calvario. A soli otto anni, la figlia Nayla muore stroncata da un cancro. La stessa malattia incurabile colpisce la madre, già addolorata per la scomparsa della figlia. In pochi anni anche Nadia se ne andrà (1983) lasciando Ghassan solo con i due figli. La moglie Nadia e la figlia Nayla sono seppellite nel giardino di casa Tueini. Sono anni duri e Ghassan decide di allontanarsi dal giornale e dalla sua Beirut.

Nel 1987 perde anche Makram, il secondogenito studente a Harvard, morto in un incidente stradale a Parigi. Il primogenito Gebran, anch’egli giornalista, per alcuni anni durante l’occupazione siriana (1979-2005) dirige il settimanale an Nahar al arabi wa l duwali (an Nahar arabo e internazionale), testata di riserva del gruppo aperta in caso che a Beirut lo storico giornale fosse costretto a chiudere.

Dopo la fine formale della guerra, Gebran Tueini torna a Beirut e si prepara ad assumere la direzione del quotidiano più prestigioso del Paese. La sua personalità è diversa da quella del padre: spontaneo, immediato e poco diplomatico, firma editoriali aggressivi, che chiamano le cose per il loro nome e attaccano frontalmente il regime siriano.

Nel 2005, una sollevazione popolare battezzata “Rivoluzione dei Cedri” scuote il Libano in seguito all’uccisione il 14 febbraio di quello stesso anno dell’ex primo ministro Rafiq Hariri. Tra i protagonisti di quella sollevazione figura Gebran Tueini, che nel dicembre dello stesso anno, poco dopo esser stato eletto deputato nello schieramento anti-siriano, viene però ucciso da un’autobomba. Solo sei mesi prima (il 2 giugno), era stato assassinato, sempre da un’autobomba, Samir Kassir, altro brillante giornalista e intellettuale, editorialista di an Nahar.

Ghassan Tueini rimane solo a piangere l’unico figlio che gli era rimasto. Inchinato sulla bara di Gebran, il decano del giornalismo libanese e arabo, pronuncia una frase che rimane storica, affermando di non volere vendetta e di aver già perdonato gli assassinii del figlio. Ghassan viene eletto in parlamento al posto di Gebran, ma da quel giorno inizia la sua agonia fisica.

Tueini è stato un ribelle nella sua vita, sia come giornalista che come politico. Il giornale è stato per anni sempre in prima linea: dalla redazione di An Nahar sono stati fatti cadere governi e formati altri. La sua ambizione non aveva limiti, aveva molto fiducia in sé e si sentiva stretto e ingabbiato nell’assetto politico-istituzionale del Libano.

In un articolo autobiografico, Ghassan confessa la sua amarezza perché, in quanto ortodosso, non poteva occupare altre cariche oltre a quelle già ricoperte. Voleva arrivare più in alto, magari alla presidenza della Repubblica. Ma nel patto nazionle non scritto questa è una carica riservata alla comunità maronita. (Per SiriaLibano).

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* Saad Kiwan, editorialista e intellettuale libanese, ha lavorato per lunghi anni come giornalista in Italia. In Libano è stato caporedattore della politica interna per as Safir, altro noto quotidiano di Beirut e direttore di SKeyes, il Centro per la difesa delle libertà culturali e dell’informazione della Fondazione Samir Kassir.