Gli shabbiha di Hamra

Un manifestante siriano dopo esser stato picchiato a Verdun, BeirutAttivisti siriani malmenati con bastoni e con calci delle pistole, dissidenti di Damasco pedinati e vittime di tentati rapimenti, altri addirittura scomparsi da mesi senza lasciare tracce.

Il teatro di questi episodi non è la Siria scossa da sette mesi di proteste anti-regime e dalla conseguente repressione ma il vicino Libano, e Beirut in particolare, città per vocazione rifugio di chi fugge dalle dittature arabe.

“Oggi non è più così. Almeno una parte di Beirut è infestata dai servizi di sicurezza siriani e dalle bande dei partiti pro-siriani”, afferma Habib Saleh, decano dei dissidenti siriani, per molti anni detenuto nelle carceri politiche del suo Paese e ora rifugiatosi nella capitale libanese.

Secondo i racconti di alcuni testimoni riportati oggi dalla stampa libanese, una decina dei curdi siriani che avevano manifestato ieri di fronte all’ambasciata siriana di Beirut, nel centrale quartiere di Hamra, sono stati seguiti e aggrediti dal personale della stessa sede diplomatica.

“Alcuni uomini armati sono usciti dall’edificio dell’ambasciata – racconta Saleh Demiger, giornalista di Kurdistan TV basato a Beirut – sono saliti in sella a delle moto, hanno seguito alcuni manifestanti fino al quartiere (limitrofo) di Verdun e hanno riempito di botte alcuni manifestanti, tra cui una bimba di dieci anni”.

Wa’el Khalaf, uno dei coordinatori degli attivisti siriani in Libano si trovava ieri alla manifestazione di Hamra: “Come al solito, in corrispondenza delle proteste anti-regime è stata organizzata un contro sit-in di lealisti, alcuni già presenti a Hamra e altri fatti arrivare con i pullman dalla periferia sud (roccaforte del movimento sciita filo-iraniano Hezbollah)”.

“I manifestanti aggrediti a Verdun dopo il sit-in di Hamra sono stati colpiti con bastoni e calci di pistole, nella totale indifferenza delle forze dell’ordine libanesi”, afferma Khalaf citato oggi dalla stampa panaraba. “Chi osa manifestare di fronte all’ambasciata di Hamra rischia il linciaggio”. “Siria e Libano, due Stati per un unico popolo”, recitava un celebre slogan in voga durante i trent’anni di tutela politico-militare di Damasco nel Paese dei Cedri conclusasi formalmente nel 2005 fa col ritiro delle truppe siriane. Nel 2008, Beirut e Damasco avevano per la prima volta stabilito formali relazioni diplomatiche, aprendo le rispettive ambasciate.

Con l’intensificarsi della repressione poliziesca e militare nella regione centrale siriana di Homs a ridosso della porosa frontiera col nord del Libano, l’esercito di Damasco ha più volte sconfinato da settembre scorso nell’alta valle della Bekaa, inquietando gli abitanti e le autorità locali.

“I siriani sono sempre qui”, afferma Habib Saleh, 65 anni, di cui 14 passati nelle celle del carcere di Adra, a nord di Damasco. Liberato nel maggio scorso, Saleh è a Beirut dall’inizio di agosto. In una conversazione con l’ANSA, Saleh racconta di esser stato pedinato e vittima di un tentativo di rapimento da parte di ignoti a Rawshe, celebre tratto del lungomare di Beirut dove prima della guerra civile (1975-90) sorgevano alcuni alberghi di lusso e dove ancora oggi i turisti si accalcano per un ritratto sullo sfondo degli Scogli dei Piccioni.

“Mi hanno seguito fin dentro un caffè, mi hanno pedinato e mentre cercavo di dileguarmi un’auto ha cercato di tagliarmi la strada. Sono riuscito a scappare per un soffio”. Cinque mesi fa sulle montagne a est di Beirut, Shibli al Ayssami, anziano dissidente siriano tornato in Libano dopo anni di esilio negli Stati Uniti, è scomparso nel nulla e la famiglia non esclude che i servizi di sicurezza di Damasco possano averlo rapito. (Scritto per Ansa il 17 ottobre 2011)