Il menu di Bashar: terrorismo, Afghanistan, islamismo

Bashar al Assad, 2011La Siria è in lotta contro terroristi e se la comunità internazionale non lascia continuare indisturbato il regime di Damasco nella sua repressione e nel processo di riforme, sarà il caos in tutto il Medio Oriente: nella minaccia del presidente Bashar al Assad ci sono alcune parole chiave degli incubi occidentali, terrorismo, Afghanistan, islamismo.

All’indomani di nuovi pesanti scontri tra militari governativi e disertori, che avrebbero causato la morte di un numero imprecisato di vittime, e nel giorno in cui a Doha, in Qatar, la delegazione siriana è attesa a dare una risposta al tentativo di mediazione della Lega Araba, il raìs di Damasco ha avvertito che un’azione dell’Occidente contro la Siria causerebbe un “terremoto” e “metterebbe a fuoco l’intera regione”.

“Volete vedere un altro Afghanistan, o decine di Afghanistan?”, ha chiesto retoricamente in una intervista concessa il 30 ottobre 2011 al britannico Sunday Telegraph. I Paesi occidentali, ha affermato Assad, “aumenteranno la pressione”, ma “la Siria è completamente diversa da Egitto, Tunisia, Yemen. La storia è diversa, la politica è diversa”.

“La Siria – ha aggiunto – è ora il fulcro della regione. E’ la sua linea di faglia, e se si gioca col terreno si causa un terremoto…”. “Qualsiasi problema con la Siria metterà a fuoco l’intera regione. Se il piano è di dividere la Siria, si dividerà l’intera regione”.

Secondo il nuovo bilancio diffuso domenica 30 ottobre dagli attivisti anti-regime sul sito Internet del Centro di documentazione delle violazioni in Siria, almeno sei civili sono stati uccisi dalle forze lealiste nelle regioni centrali di Homs (tra cui una giovane donna di 22 anni, colpita al petto da spari esplosi da un cecchino) e Hama, in quella meridionale di Daraa e in quella nord-occidentale di Idlib.

La lista degli attivisti è dettagliata e oltre alle generalità delle vittime fornisce anche le foto o i link Internet ai video amatoriali pubblicati su Youtube delle salme prima dell’inumazione o dei corpi appena colpiti a morte dalle milizie lealiste. Col bilancio odierno, sale a oltre 60 il numero dei civili uccisi da venerdì scorso.

Nella tarda serata del 29 ottobre era giunta la notizia dell’uccisione di una ventina di militari, tra governativi e disertori nella regione di Idlib, epicentro della rivolta e territorio sempre più fuori dal controllo di Damasco.

Nell’intervista al Telegraph, al Assad ha ammesso che le forze di sicurezza hanno compiuto “molti errori” nella prima fase della protesta, ma ha dichiarato che ora prendono di mira “soltanto i terroristi”. Il presidente ha dichiarato di aver agito diversamente da altri leader arabi. “Non abbiamo scelto la strada del governo ostinato perché sei giorni dopo l’inizio (delle proteste, ndr) ho dato inizio alle riforme”. Assad ha definito la ribellione come “una lotta tra islamismo e pan-arabismo” e ha aggiunto: Abbiamo iniziato a combattere con i Fratelli Musulmani negli anni ’50 e ci stiamo ancora battendo contro di loro”.

Nella serata del 30 ottobre si è aperta a Doha l’attesa riunione tra delegazione siriana e commissione ministeriale della Lega Araba. Secondo la tv panaraba al Jazira, basata proprio in Qatar, l’incontro si aperto in un clima teso e di sfida. In particolare dopo il botta e risposta della vigilia, tra membri della Lega Araba, che hanno condannato il bagno di sangue compiuto ieri e venerdì in Siria da parte delle forze lealiste, E la delegazione siriana, che si è detta sorpresa del fatto i ministri arabi basino le loro valutazioni su menzogne diffuse da media che incitano alla violenza.

L’organizzazione interaraba aveva avvertito la Siria del rischio di una internazionalizzazione della crisi, ovvero di un inasprimento delle misure restrittive occidentali, non escluso il ricorso al Consiglio di sicurezza dell’ONU dove i veti di Russia e Cina non sono più coi scontati.

L’inviato di Pechino in Medio Oriente, Wu Sike, dal Cairo ha oggi ribadito le condizioni cinesi al suo sostegno del regime siriano: la repressione non può continuare e il regime deve rispondere alle aspirazioni e alle richieste legittime del popolo siriano. (Resoconto scritto per Ansa il 30 ottobre 2011).