Intellettuali del Mashreq contro lo “Stato islamico”

Beirut, lungomare, '60

Un pericolo imminente per i popoli dell’Oriente arabo: così oltre 250 tra intellettuali, giornalisti, professori universitari iracheni, siriani, palestinesi e libanesi, molti dei quali musulmani, hanno definito l’avanzata in Siria e Iraq dei miliziani qaedisti dello Stato islamico, descritti come “il nuovo volto del dispotismo”.

In un appello pubblicato nelle ultime ore dalla stampa panaraba (al Hayat) e occidentale (Le Figaro), illustri intellettuali dei Paesi arabi stretti tra il Mediterraneo e la Mesopotamia mettono in guardia dal pericolo di veder trasformato il Medio Oriente in una “vetrina mondiale del fallimento degli Stati, delle società e della stessa religione”.

Tra i firmatari spiccano i nomi di scrittori, poeti, attivisti per i diritti umani, editori affermati, drammaturghi, ricercatori e docenti universitari residenti nei loro rispettivi Paesi d’origine o all’estero: Zakaria Tamer, Hazem Saghiye, Yassin Hajj Saleh, Husam Itani, Zouheir al Jazairi, Youssef Bazzi, Sadek al Azm, Gilbert Achkar, Farouk Mardam-Bey, Dima Wannous, Ziad Majed, Maha Hassan, Faraj Bayraqdar, Hala Omran e altri ancora.

Secondo loro, lo Stato islamico “per principio si pone contro la libertà, le donne, la bellezza, l’educazione moderna”. I qaedisti guidati dall’autoprocalmato “califfo” Abu Bakr al Baghdadi, vogliono “rendere schiavi gli abitanti delle regioni, appropriandosi delle terre e delle ricchezze”. Vogliono imporre “con la forza una visione estranea alle popolazioni locali che possono scegliere solo tra la sottomissione e la morte”.

Gli autori dell’appello sottolineano il fatto che lo Stato islamico si sta radicando proprio nei territori per decenni governati dai regimi autoritari baatisti di Damasco e Baghdad, da più parti descritti come “laici”.

Lo Stato islamico, si legge, “non avrebbe potuto estendersi in ampie zone dell’Iraq e della Siria senza la lunga esperienza di sradicamento sociale e culturale operato prima di tutto dai regimi baatisti e, poi (in Iraq), dal regime che è succeduto a Saddam Hussein, creando un vuoto politico e morale e imponendo la segregazione e la repressione delle popolazioni”.

In Siria invece, prosegue l’appello, “il regime schiavista si comporta come il proprietario del Paese e dei suoi abitanti… e si ostina a uccidere i cittadini che si sono rivoltati e a distruggere da 40 anni il loro contesto sotto gli occhi del mondo intero”. (ANSA).