Siria due anni dopo – La confusione di Obama

(di Lorenzo Trombetta) Aveva ragione il numero due di Hezbollah, lo shaykh Naim Qasim, quando lo scorso 12 marzo affermava che sulla questione siriana gli Stati Uniti «non sanno più come muoversi. Da una parte vogliono rovesciare il regime, dall’altra temono di perdere il controllo dopo la sua caduta». Il disorientamento è riscontrabile leggendo le recenti dichiarazioni del segretario di Stato John Kerry ma affonda radici nella precedente gestione di Hillary Clinton.

Incontrando il suo omologo norvegese, Kerry ha affermato mercoledì che gli Usa «vogliono vedere (il presidente Bashar al) Assad e l’opposizione siriana sedersi attorno a un tavolo del dialogo per formare un governo di transizione».

Sono passati due anni dalle prime e inedite proteste anti-regime di Damasco e Daraa. In mezzo ci sono decine di migliaia di uccisi e centinaia di migliaia di persone scomparse, forse in celle sotterranee o forse sotto cumuli di terra in fosse comuni. Un quinto della popolazione siriana è sfollata, dentro o fuori il paese. E almeno due milioni di bambini sono stati colpiti dalla violenza.

In mezzo ci sono anche diverse e contrastanti dichiarazioni del presidente Barack Obama e della Clinton. Nel maggio 2011, Obama aveva detto che Assad «deve guidare la transizione oppure deve dimettersi». Nel luglio successivo, il presidente Usa si diceva «orripilato per le violenze» e affermava: «Assad va isolato». Ad agosto giungeva il fatidico: «Ora basta, Assad se ne vada», arricchito due mesi dopo da un «se ne vada adesso». Poi, profetico, «il dittatore siriano cadrà» (marzo 2012) e ancora «Assad deve dimettersi» (agosto 2012).

Tra queste due ultime esternazioni, uno dei leader più influenti al mondo sentenziava: «Con Assad al potere, una transizione politica in Siria è impossibile». E un mese dopo la Clinton rincarava la dose: «Assad ha perso la legittimità». Per Kerry, scelto da Obama, Assad ha invece la legittimità sufficiente per essere parte di un negoziato in vista della transizione politica. Che, a dispetto di quanto affermato meno di un anno fa dal presidente Usa, adesso è possibile col raìs di Damasco ancora al potere.

Ecco perché il numero due di Hezbollah ha perfettamente ragione. Viste da fuori, le politiche della Casa Bianca appaiono a dir poco confuse. Obama ha cambiato strategia, o almeno sembra aver abbandonato l’oltranzismo retorico del primo anno e mezzo della «crisi».

La nomina di Kerry in tal senso non è casuale. Il senatore democratico è da anni un forte estimatore del presidente siriano. Tra il 2009 e il 2011, come ricordava alcune settimane fa il Wall Street Journal, Kerry si è recato a Damasco in visita da Assad per ben cinque volte. Nel salone degli ospiti del palazzo presidenziale si era accomodato persino il 16 marzo 2011, all’indomani del corteo di protesta anti-regime che, per convenzione, segna l’inizio della rivolta.

«La Siria muoverà passi in avanti. La Siria cambierà perché ha una relazione legittima con gli Stati Uniti», disse due anni fa da Damasco l’allora senatore americano. In tal senso – come aveva scritto in novembre Fouad Ajami, della Hoover Institution dell’università di Stanford – la nomina di Kerry alla segreteria di Stato rappresenta «una seconda possibilità per Assad». L’agenzia ufficiale siriana Sana plaude alle recenti dichiarazioni di Kerry, che sanciscono di fatto il principio che il regime e le opposizioni siriane sono due partner politicamente alla pari.

L’opposizione, appunto. Proprio a causa delle forti pressioni di Washington, la Coalizione delle forze di opposizione – creata in autunno dalla fusione del Consiglio nazionale dominato dai Fratelli musulmani e da altre sigle presenti nel paese o in esilio – è sempre più spaccata. Il suo presidente, Muaz al Khatib formalizzerà le sue dimissioni il 20 marzo prossimo alla riunione di Istanbul. L’incontro è stato annullato almeno tre volte dallo stesso Khatib che non è d’accordo sulla formazione all’estero di un governo di transizione. Khatib, che riscuote un discreto sostegno popolare tra le file del dissenso anti-regime in Siria, è però in minoranza in seno alla Coalizione.

Gli Stati Uniti – e quindi i loro alleati arabi e dunque la Lega Araba – hanno posto una condizione chiara alla formalizzazione di un sostegno politico e militare alle opposizioni in esilio: formate un governo, dateci un indirizzo a cui spedire il materiale, nominate un rappresentante che possa sedersi sulla sedia vacante della Lega Araba. Khatib, che conosce la piazza – quella che ogni giorno combatte in Siria e che rifiuta dopo due anni di immobilismo occidentale aiuti condizionati – da settimane resiste alle pressioni e dice di preferire la formazione di un “comitato esecutivo”. Non chiamatelo governo – sembra insomma affermare Khatib – perché i ragazzi sul terreno non lo accetteranno… e se non rappresentiamo quei ragazzi è inutile che svolgiamo questo incarico.

Da qui le probabili dimissioni, che saranno favorevolmente accolte dai suoi avversari politici, primi fra tutti i Fratelli musulmani. Questi, contrariamente a quanto sostenuto da Kerry, hanno sempre rifiutato il dialogo con il regime. Mentre è stato proprio Khatib ad affermare a sorpresa alcune settimane fa di esser pronto a sedersi allo stesso tavolo con un «rappresentante del regime che non abbia le mani sporche di sangue». Quella proposta spontanea, espressa tramite Facebook, è stata per Khatib l’inizio della fine della sua breve carriera politica.

Con molta probabilità dunque, nei prossimi giorni un’opposizione siriana in esilio ancor più indebolita cederà alle pressioni occidentali di formare un governo di transizione. Ma sarà dominata da un’ala oltranzista («no al dialogo col regime») che la pensa in modo diametralmente opposto agli Stati Uniti («sì a dialogo tra Assad e opposizione»). Sempre che Kerry e Obama non cambino la loro retorica. (14 marzo 2013, Europa Quotidiano).