La mafia uccide. Anche a Beirut

(di Lorenzo Trombetta) La mafia non perdona. E sa attendere il tempo necessario per consumare la propria vendetta. Il 19 ottobre 2012 a Beirut il generale libanese Wissam al Hasan, capo dell’intelligence della polizia libanese, è stato ucciso dalla mafia. La stessa che da decenni compie assassini politici nel vicino Libano contro chiunque osi intralciare i suoi interessi a Beirut e dintorni.

Ma a uccidere il generale Wissam al Hasan con un ordigno piazzato sotto un’auto nel cuore della parte cristiana di Beirut non sono stati gli Hezbollah libanesi, come alcuni hanno scritto. Il movimento sciita alleato dell’Iran non ha interesse a far salire la tensione in Libano e sta gradualmente prendendo le distanze dal regime siriano, ancora in piedi a Damasco ma già caduto in alcune regioni del Paese.

Hezbollah, al contrario del regime siriano, non uccide per vendetta ma per necessità politica contingente. E nel braccio di ferro in corso tra il fronte filo-saudita e quello filo-iraniano in Libano, la presenza del generale Wissam al Hasan creava sì dei problemi all’asse guidato dal movimento sciita ma non così tanti da rischiare un conflitto interno.

Centrale in questa storia è la vicenda dell’ex ministro libanese Michel Samaha, arrestato l’estate scorsa a Beirut al termine di un’inchiesta condotta proprio dal dipartimento d’informazione della polizia diretto dal generale al Hasan. Samaha, nelle cui abitazioni sono state trovate bombe da innescare, ha confessato di aver pianificato, per conto dei servizi di sicurezza di Damasco, attentati contro personalità anti-siriane in Libano.

Samaha ha confessato tutto. In particolare dopo che gli uomini di al Hasan hanno registrato, tramite un informatore, delle conversazioni tra quest’ultimo e l’ex ministro, che ha ammesso di essere andato personalmente a Damasco, nell’ufficio del generale siriano Ali Mamluk, ora a capo dell’Ufficio per la sicurezza nazionale, e di aver preso ordini, soldi ed esplosivi.

A seguito delle confessioni di Samaha, pubblicate dai media libanesi e mai smentite dagli avvocati dell’arrestato, la procura di Beirut ha aperto un fascicolo contro il generale Ali Mamluk e un suo assistente, un ufficiale indicato come “Adnan”.

Per la prima volta dopo decenni, la giustizia libanese ha puntato ufficialmente il dito contro i servizi di sicurezza siriani. Lo ha potuto fare non in base a presunte accuse tutte da dimostrare – come scrivono alcuni giornali libanesi riprese da osservatori italiani in Italia – ma in base a una confessione dettagliata e supportata da intercettazioni che hanno messo al muro Samaha.

La vicenda ha dimostrato che il regime siriano non può più contare sulla manovalanza di Hezbollah, per procurare esplosivi, trasportarli e posizionarli negli obiettivi richiesti, ma che è costretta a far venire di persona un ex ministro, da Beirut a Damasco, per compiere i suoi atti terroristici e intimidatori. Samaha ha detto che l’assistente di Mamluk, tale Adnan, ha personalmente caricato gli esplosivi nell’auto di Samaha parcheggiata nel garage della sede dell’ufficio di Mamluk. Lo testimonia anche la confessione dell’autista di Samaha.

Damasco non può più contare su Hezbollah perché gli interessi del regime siriano e del movimento sciita non coincidono più come un tempo: nel lungo periodo, Hezbollah ha tutto da perdere nel continuare a stare a bordo di una barca che cola a picco. Impossibile dire se i vertici del Partito di Dio fossero al corrente dei dettagli del piano di uccidere al Hasan, ma di certo non hanno interesse a far salire ulteriormente la tensione politica e confessionale nel Paese.

In una conferenza stampa a Beirut il 20 ottobre 2012, il premier libanese Najib Miqati, a capo del governo dominato dalla coalizione filo-siriana e filo-iraniana, ha anch’egli preso implicitamente le distanze dal regime siriano, affermando che “è fuori dubbio che ci sia un legame tra l’uccisione ieri del generale Wissam al Hasan e l’arresto nei mesi scorsi dell’ex ministro Michel Samaha”.

Ricordate il capitano Eid. Era il 25 gennaio 2008 e il capitano Wissam Eid, della polizia libanese, saltava in aria investito da un’autobomba alla periferia orientale di Beirut. In quel giorno, il collega Stefano Poscia dell’Ansa, ricostruiva l’attentato con i primissimi elementi a disposizione.

(ANSA) – BEIRUT, 25 GEN – Un nuovo attentato con autobomba ha ancora una volta seminato morte e terrore stamani a Beirut, dove un capitano dei servizi d’informazione delle Forze di sicurezza interne (Isf, polizia), e’ stato ucciso assieme alla sua guardia del corpo e almeno quattro civili nella zona est della capitale libanese, a maggioranza cristiana. Mancavano pochi minuti alle 10:00 locali (le 09:00 in Italia) quando una potente esplosione ha investito in pieno l’auto del capitano Wissam Eid, un ufficiale del dipartimento informazioni delle Isf, che diretto al suo ufficio stava attraversando il trafficato incrocio Chevrolet a Furn al-Shebak, uno dei quartieri cristiani di Beirut est.

Con una tecnica ormai sanguinosamente collaudata, e impiegata anche nell’ultimo attentato del 15 gennaio contro un fuoristrada dell’ambasciata Usa (tre morti), un’autobomba parcheggiata a lato del viadotto che sovrasta l’incrocio e imbottita con almeno 25 kg di esplosivo ad alto potenziale e’ stata fatta detonare a distanza al passaggio dell’auto dell’ufficiale delle Isf.

L’esplosione, che ha scavato un cratere di quasi due metri di diametro nella carreggiata stradale, ha investito in pieno l’auto di Eid e danneggiato altri veicoli di passaggio provocando, oltre ai sei uccisi, anche 13 feriti, tra cui alcuni impiegati della vicina sede della societa’ di telefonia cellulare Alfa. Parlando con i giornalisti sul luogo dell’esplosione, il generale Ashraf Rifi, comandante delle Isf, ha confermato che l’attentato aveva per obiettivo proprio Eid che, ha detto, ”era incaricato di seguire dossier delicati relativi alla catena di attentati che ha colpito il Libano negli ultimi due anni”. (…)

Molte le analogie con l’attentato che ha squarciato una via secondaria di Ashrafiye, centro della Beirut cristiana, e che ha ucciso tra gli altri il generale Wissam al Hasan, capo della stessa struttura in cui lavorava il capitano Wissam Eid.

L’attentato del 19 ottobre 2012 è il ventiseiesimo compiuto in Libano dal 1 ottobre 2004. Una lunga serie di omicidi mirati contro personalità libanesi politiche, militari e intellettuali che con il loro impegno hanno a vario grado lavorato contro gli interessi del regime siriano e dei loro alleati in Libano.

Il movente dell’uccisione del capitano Wissam Eid fu indicato da Rifi, capo della polizia, il giorno stesso della sua morte. Ma solo due anni dopo, nel 2010, si è potuto comprendere meglio il perché della sua eliminazione. Dal 2006 al 2008 Eid aveva lavorato, pressoché da solo e lontano dai riflettori, alla ricostruzione della rete di comunicazione usata dagli esecutori dell’attentato che nel febbraio 2005 uccise l’ex premier Rafiq Hariri.

Brillante studioso di analisi informatica, il capitano Eid era riuscito a rintracciare i numeri di telefoni cellulari usati da personalità di tre diversi cerchi di comunicazione legati fra loro e operativi nei pressi del luogo dell’attentato poco prima dell’esplosione. I suoi appunti, ricopiati su fogli Excel, erano stati consegnati agli inquirenti Onu che lavoravano all’inchiesta internazionale ma non furono presi in considerazione. Il lavoro di Eid finì nel cassetto almeno fino alla fine del 2007.

Intanto però il giovane capitano era stato avvertito di non proseguire nelle sue indagini. Fu contattato direttamente da un alto membro di Hezbollah che gli intimò di non proseguire con le ricerche perché i numeri di telefono identificati appartenevano ad agenti del movimento sciita che stavano conducendo un’operazione contro Israele. La linea rossa era stata segnata.

Successivamente, come ha più volte ricordato Samira Eid, madre di Wissam, il capitano fu minacciato da pacchi bomba non innescati ritrovati nei pressi della sua auto e di fronte all’uscio di casa. Nel settembre 2006, il superiore di Eid, il tenente colonnello Samir Shehadi si salvò da un attentato dinamitardo che uccise però le sue quattro guardie del corpo. Shehadi si trasferì in Canada per cure mediche. Wissam Eid rimase al suo posto e proseguì le ricerche.

Quando nel gennaio 2008, la nuova direzione dell’inchiesta internazionale sull’omicidio Hariri, ritrovò il dossier elaborato da Eid, il capitano viene a lungo ascoltato da esperti di telecomunicazioni del team degli inquirenti. Otto giorni dopo questa riunione, Wissam Eid saltò in aria assieme alle tre guardie del corpo sulla tangenziale che collega Beirut al sobborgo di Hazmiye.

Ascesa e caduta del generale al Hasan. Il suo lavoro certosino è stato poi ripreso, postumo, dagli investigatori internazionali e ha costituito la base per l’incriminazione di quattro membri di Hezbollah – indicati come coinvolti nell’esecuzione dell’assassinio Hariri – da parte della procura del Tribunale speciale per il Libano, incaricato di far luce sull’omicidio Hariri e su alcuni degli altri attentati compiuti nel Paese dal 2004 al 2008. “Il lavoro di Eid è stato geniale. Senza le sue intuizioni non saremmo arrivati al punto dove siamo ora”, mi ha confessato tempo fa uno stretto collaboratore del generale Hasan.

Quando Eid è stato ucciso, Wissam al Hasan già dirigeva il servizio d’intelligence della polizia. La struttura era stata creata subito dopo l’assassinio di Hariri ma il progetto di una sua costituzione risale ad anni prima. Il Dipartimento di informazioni della polizia è un’istituzione che nella lottizzazione confessionale libanese è dominata dal movimento al Mustaqbal vicino all’Arabia Saudita e rivale del fronte guidato da Hezbollah, alleato dell’Iran e del regime siriano.

Il movimento sciita Hezbollah controlla invece la direzione della Sicurezza generale e l’intelligence dell’esercito, le altre due agenzie di controllo libanesi. Sin dalla sua creazione nel 2005, il Dipartimento di informazioni della polizia è stato accusato apertamente dai clienti siriani in Libano e da Hezbollah di essere al servizio dell’Arabia Saudita e delle potenze occidentali. E come tutti gli inquirenti che lavorano su dossier estremamente delicati, anche il generale Wissam al Hasan è stato al centro di numerosi rapporti di stampa tesi a screditarne l’operato.

Quando nel gennaio 2011 il governo Hariri è caduto, sono state esercitate fortissimi pressioni da più parti per rimuovere Hasan dall’incarico. Gli era stato offerto persino l’ambito posto di ambasciatore in Arabia Saudita. “Ho cominciato questo lavoro e lo voglio portare a termine”, fu la risposta del generale che aveva ormai guadagnato ampi consensi in seno alla comunità sunnita libanese.

Anche perché il curriculum indica che il suo lavoro era diretto contro chiunque minacciasse la sicurezza del Libano: dal 2006 al 2010 ha contribuito a smascherare una trentina di cellule di informatori locali del Mossad israeliano. Parallelamente ha guidato le inchieste su Fath al Islam il gruppo integralista che nel 2007 si è scontrato con l’esercito libanese nel campo profughi palestinese di Nahr al Bared, a nord di Tripoli, in particolare arrivando agli esecutori dell’attentato terroristico di Ayn Alaq (13 febbraio 2007), a est di Beirut, rivendicato da Fath al Islam.

Wissam al Hasan è stato ucciso per una segnalazione che nessuno potrà mai rintracciare. Il 19 ottobre si trovava in quella traversa di piazza Sassin ma nessuno, a parte la sua guardia del corpo, Ahmad Sahiyun, morto assieme a lui, era a conoscenza di quello spostamento. Era arrivato in una “casa sicura” dell’agenzia a bordo di un’auto non di servizio. “Di solito si muoveva con sei o sette vetture blindate”, mi ha detto una fonte della sicurezza libanese molto vicina al generale.

Probabilmente doveva incontrare qualcuno, ma mai si saprà chi ha incontrato. Anche perché il generale Hasan non condivideva con nessuno le informazioni più riservate. Solitamente in questo genere di spostamenti lasciava i suoi cellulari in ufficio per evitare che la sua posizione fosse triangolata. Una prudenza che non gli ha salvato la vita. L’Honda CRV sotto la quale è stato piazzato all’ultimo momento l’ordigno letale è saltata in aria mentre Hasan e la sua guardia del corpo uscivano dalla palazzina e si avviavano verso l’auto per tornare in ufficio.

Il generale al Hasan era tornato la sera prima a Beirut da Parigi, dove da tempo abita sua moglie Anna e i suoi due figli, Mazed (17 anni) e Majed (12). Trasferitisi in Francia dopo l’ennesimo tentativo di omicidio subito mesi fa dal generale Hasan. Anche del suo arrivo a Beirut in pochi a esserne a conoscenza. Una sinistra analogia con altri due attentati di personalità anti-siriane: erano da pochissime ore tornati dall’estero prima di morire dilaniati dalle esplosioni di autobomba sia Gibran Tueni (12 dicembre 2005) sia Antoine Ghanem (19 settembre 2007), entrambi deputati. Si sa, all’aeroporto di Beirut ci sono mille occhi e quella è l’unica porta girevole per entrare e uscire dal Libano.

Persino il capo della polizia, Ashraf Rifi, ha ammesso che non era a conoscenza del rientro in patria da Parigi del generale al Hasan. “Non gli facevo mai domande sui suoi spostamenti – ha detto Rifi – perché era uno specialista della sicurezza”. La mafia ne sa di più. (21 ottobre 2012).