La montagna, film di Ghassan Salhab

Ero solo a vedere “La montagna”, quinto e ultimo lungometraggio di Ghassan Salhab, qualche sera fa al cinema Sofil di Beirut, alla proiezione delle 22.

Se siete appassionati di un cinema con pretese intellettuali sconclusionate è sicuramente un film da non perdere.

Girato in un bel bianco e nero – con una palette che va dal bianco dei passi sulla neve che cadenzano il ritmo della storia al nero della stanza d’albergo dove il protagonista si rifugia o si imprigiona dentro se stesso – il film racconta la storia di una falsa partenza e dell’arrivo in un hotel sulla montagna, appunto.

Il protagonista del film sembra essere deciso a voler assentarsi per un mese dalla sua esistenza, forse con l’intento di analizzare e/o scoprire qualcosa dentro di sè. Lo vediamo infatti – come un naufrago – chiuso nella sua camera d’albergo, illuminata notte e giorno da luci artificiali, rifiutare il cibo che gli viene offerto e in preda a una sorta di imbarbarimento che lo porta a scrivere, negandosi le minime cure del corpo.

Inghiottito nel pertugio che si è creato, l’eroe protagonista (interpretato da Fadi Abi Samra, in foto) si racconta e filosofeggia. Sono il testimone di me stesso butta giù su una pagina a un certo punto. E il filo di una testimonianza potrebbe essere il discorso tracciato sulle pagine che scrive. I ricordi, come le tracce dei passi sulla neve che interrompono o visualizzano il suo flusso di coscienza, potrebbero essere memorie di guerra (combattuta forse solo contro se stesso) oppure l’apologia di una morte, a sangue freddo, come si vede alla fine del film.

Ed è la neve che ispira la profusione del racconto. La stessa che alla fine trova il protagonista testimone di un suicidio.

Al di là della debolezza dell’interpretazione dell’attore principale, il difetto peggiore del film è forse l’indulgenza nei gesti e nella verbalizzazione dei pensieri del medesimo – recitati anche in inglese – che fanno perdere ogni possibile forma di tensione. E se l’estraniamento o l’assenza d’interpretazione degli attori vogliono fare eco alla cifra stilistica di Robert Bresson, siamo ben lontani dai risultati raggiunti dal regista francese.

Una chiave interpretativa – partendo dall’ultima sequenza, con il cadavere del suicida interpretato dal regista stesso – potrebbe essere quella del testamento artistico. L’opera si trasformerebbe così “in positivo” diventando come una sorta di film di liberazione, un episodio che rappresenterebbe il travaglio prima della fine di una stagione. Preannuncio di una rinascita creativa o linguistica del regista che francamente gli auguriamo.

“La montagna” dura 84 minuti e resterà in sala, cinema Sofil-Metropolis, Achrafiye, fino al 23 novembre 2011, spettacoli ore 19.45 e 22.15, per informazioni chiamare lo: 1269. Oppure visitare il sito del cinema. Buona visione.