La psicanalista siriana sta male… in carcere

Rafah NashedIl suo crimine è stato quello di aver tentato di aiutare alcuni suoi concittadini a sconfiggere la prima arma usata da decenni dal regime di Damasco: la paura.

Rafah Nashed, prima donna psicanalista siriana, arrestata tre settimane fa all’aeroporto della capitale, rischia ora sette anni di carcere e le sue già precarie condizioni di salute si aggravano di giorno in giorno. Oggi il ministero degli Esteri francese ha lanciato un appello per la sua liberazione, dopo che i familiari in una lettera hanno reso noto che le sue condizioni di salute si stanno aggravando.

L’accusa formale che pesa sulla testa di Rafah Nashed è quella di “istigazione alla sollevazione pubblica, incitamento al sovvertimento del sistema politico e violazione dell’ordine pubblico”.

Domenica scorsa il marito Muhammad Abdallah, professore di Storia antica all’Università di Damasco, ha potuto visitare sua moglie, 66 anni, da poco guarita da un tumore ma sofferente di cuore e di ipertensione arteriosa. Da Parigi, il genero Frederic Lesaffre, ha fatto sapere che la suocera è apparsa “molto indebolita” anche a causa di “squilibri cardiaci sempre più marcati”.

Fondatrice della Scuola di psicoanalisi di Damasco assieme ad alcuni suoi colleghi francesi, compagni di formazione all’epoca dell’ottenimento a Parigi della sua laurea in psicologia clinica, la dottoressa Nashed aveva ricevuto le attenzioni dei servizi di controllo dopo qualche mese dall’inizio delle proteste e delle conseguenti repressioni.

Ogni settimana, nella residenza dei gesuiti a Damasco, si tenevano sotto la guida sua e di padre Rami Elias, anch’egli psicanalista, sedute di gruppo a cui partecipavano una cinquantina di siriani di tutte le confessioni e rappresentanti delle diverse posizioni politiche: critici del regime, lealisti assieme ad altri apparentemente neutrali.

Seduti attorno a uno spazio vuoto e guidati dalla Rashed e da Elias, i partecipanti discutevano di un tema specifico condividendo esperienze e difficoltà, spesso affrontando il tema della paura, declinata secondo le diverse sfumature personali ma legata evidentemente all’attuale situazione nel Paese.

La scure nei confronti di chi si mostra critico si era già abbattuta un mese fa contro il noto vignettista Ali Farzat, sequestrato per qualche ora e duramente picchiato da indefiniti “uomini armati”. Con alcune dita rotte e il viso tumefatto, Farzat è da allora nella sua casa sorvegliata a vista dai servizi di sicurezza.

A Homs, terza città siriana a nord di Damasco, tra domenica e ieri, sono stati invece assassinati da non meglio precisati sicari due accademici – un sunnita e uno sciita duodecimano – e un primario del reparto di chirurgia del locale ospedale pubblico, colpevoli tutti e tre ma a diversi gradi di non esser rimasti allineata alla versione ufficiale del “complotto straniero contro la nazione”.

Lo scorso 10 settembre Rafah Nashed si era recata in aeroporto, accompagnata dal marito, per imbarcarsi su un volo diretto a Parigi, dove avrebbe dovuto assistere al parto della figlia. Membri dei servizi di sicurezza dell’Aeronautica, una delle quattro principali agenzie di controllo, la hanno però bloccata, arrestata e trasferita nel carcere di Duma, sobborgo di Damasco e uno degli epicentri della protesta in corso da quasi sette mesi. (scritto per Ansa, 27 settembre 2011).