La Siria di Asad è russa e iraniana

(di Lorenzo Trombetta). L’analisi dei cambiamenti avvenuti nella struttura di controllo e repressione del potere di Damasco e nella gestione delle risorse dedicate alla contro-insurrezione mostra un coinvolgimento sempre più diretto di uomini e mezzi iraniani e russi.

Il sostegno decisivo di Mosca e Teheran non è solo politico e diplomatico, ma anche militare, di sicurezza ed economico. E non potrebbe essere altrimenti, visti gli obiettivi strategici dei due storici alleati regionali e internazionali della famiglia Assad al potere da quasi mezzo secolo.

Nel lungo termine, Russia e Iran mirano a conservare la loro decennale influenza al centro del Medio Oriente arabo, resistendo ai tentativi sauditi, qatarini e turchi e dei loro alleati occidentali di cavalcare a propri fini la rivolta popolare anti-regime. Per assicurarsi questo obiettivo, Mosca e Teheran intendono nel breve e medio termine mantenere, tramite il variegato fronte delle milizie lealiste, il controllo della fascia costiera (Latakia, Tartus), delle zone centrali (Homs) e della capitale. La spartizione del paese in zone d’influenza è già in corso e queste regioni dall’alto valore geopolitico sono ormai parte della Siria russo-iraniana.

Dal punto di vista economico, l’Iran e la Russia hanno incrementato sin dal 2011 il loro appoggio finanziario al regime. Sul piano politico-diplomatico, il successo più lampante e significativo di Mosca è stato quello di sfruttare a proprio vantaggio le incertezze dell’ambigua politica americana sulla questione siriana, confezionando nel settembre scorso l’ormai celebre accordo sulle armi chimiche.

L’intesa, formalizzata dall’Onu e benedetta da Iran e Stati Uniti, non ha solo escluso definitivamente dall’agenda occidentale ogni eventuale intervento militare contro il regime, ma ha concesso ad Assad una nuova e forse inattesa opportunità per presentarsi come l’indispensabile partner negoziale al tavolo di Montreux. L’ascesa del qaidismo nel nord e nord-est siriano, ha inoltre contribuito a rafforzare la retorica della “lotta al terrorismo” per cui il raìs siriano e il suo regime russo-iraniano sono tornati a esser considerati da molti come l’unica alternativa per il futuro della Siria.

Sul piano della sicurezza, ufficiali dell’esercito russo e iraniano sono stati chiamati a coordinare operazioni militari, e loro connazionali delle agenzie di intelligence dei due paesi hanno sostituito di fatto i loro colleghi siriani a capo delle principali strutture di controllo del regime. Autorevoli fonti siriane, europee e arabe vicine a questo tema assicurano che i servizi di sicurezza iraniani hanno assunto il comando dell’Ufficio della Sicurezza nazionale di Damasco, della Sicurezza politica, dell’Intelligence militare, della Sicurezza dello stato e dell’Intelligence dell’aviazione. Ufficialmente, a capo di queste strutture rimangono esponenti della struttura formale e nascosta del regime: con l’eccezione di Jamil al Hasan, responsabile dell’Intelligence dell’Aviazione (secondo alcune fonti ucciso nei mesi scorsi, ma non si hanno conferme di questo), gli altri erano stati tutti nominati nell’estate del 2012 in un rimpasto che passerà alla storia perché, per la prima volta, alla guida dei pilastri della sicurezza del regime sono stati chiamati uomini (Ali Mamluk, Rustum Ghazala, Rafiq Shahada, Dib Zaytun) già esclusi dal nucleo più ristretto del potere o comunque in evidente declino politico.

Nello stesso tempo, migliaia di civili siriani delle comunità geografiche e confessionali solidali col potere degli Assad vengono con regolarità addestrati in Iran e Russia per ingrossare le milizie lealiste, che hanno gradualmente sostituito l’esercito governativo nelle operazioni più sensibili di contro-insurrezione. Sono numerosissime ormai le testimonianze di civili siriani che sono stati inviati in non meglio precisate località russe e iraniane per ricevere addestramento. A questi miliziani vanno aggiunti altre migliaia di jihadisti sciiti libanesi (Hezbollah), iracheni (Brigata Abu Fadl Abbas, Brigata Dhul Fiqar) e di altre nazionalità che giungono nei teatri siriani grazie anche al coordinamento dei servizi di intelligence iraniani e dell’Iraq del premier Nuri al Maliki.

Parallelamente prosegue col sostegno di Russia e Iran la repressione del regime contro le zone solidali con la rivolta. In modo tradizionale, con arresti e uccisioni in carcere di attivisti e dissidenti; e in modo inedito, rispetto alla storia degli ultimi 40 anni, con incessanti bombardamenti aerei e balistici su aree civili, con l’imposizione di assedi medievali alle roccaforti della rivolta, con una vera e propria pulizia confessionale e socio-economica nella regione di Homs e in alcune sacche a maggioranza sunnita della regione costiera. Quest’ultima azione è condotta con uccisione ed espulsione sistematica delle popolazioni che abitano determinate località; con la distruzione dei registri catastali e anagrafici; con l’introduzione di progetti di legge per il riassetto amministrativo di alcuni governatorati e per il rinnovo secondo “nuovi criteri” delle carte d’identità. In tale contesto, il maggio prossimo si dovrebbero svolgere le elezioni presidenziali. E secondo il ministro dell’informazione Umran Zubi, «Assad sarà rieletto perché è il popolo che lo vuole». (Ispionline, 21 gennaio 2014)