SiriaLibano » Nato http://www.sirialibano.com "... chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo..." Fri, 02 Dec 2016 12:52:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.1.29 "... chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo..." » Nato no "... chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo..." » Nato http://www.sirialibano.com/wp-content/plugins/powerpress/rss_default.jpg http://www.sirialibano.com Siria, quando la No-fly zone è ‘fai da te’ http://www.sirialibano.com/short-news/siria-quango-la-no-fly-zone-e-fai-da-te.html http://www.sirialibano.com/short-news/siria-quango-la-no-fly-zone-e-fai-da-te.html#comments Fri, 30 Nov 2012 10:15:40 +0000 http://www.sirialibano.com/?p=13277 La no-fly zone? La stiamo realizzando da soli”, così qualche giorno fa affermava un ribelle siriano nella regione di Aleppo, commentando la notizia dell’ennesimo velivolo del regime siriano abbattuto in volo.

In quattro giorni almeno dieci tra elicotteri e caccia sono stati tirati giù dai ribelli che hanno cominciato a usare missili terra-aria. A sentire i megafoni del regime, questi “terroristi” avevano ricevuto i missili già nel 2011 dalla Nato e dai Paesi del Golfo.

Ma chissà perché hanno cominciato a usarli soltanto adesso… Sul terreno invece – e non in qualche ovattata stanza in Europa o in Nordamerica – qualcuno racconta un’altra storia. Molto più semplice e in linea con quello che avviene sul terreno.

(Agence France Presse) De nombreux missiles sol-air, principal danger pour l’aviation militaire syrienne, ont été saisis par les rebelles lors de la prise de la base 46 il y a dix jours à proximité d’Alep (nord), a affirmé jeudi à l’AFP un sous-officier qui s’y trouvait. Un hélicoptère et un chasseur-bombardier ont été abattus mardi et mercredi par des missiles alors qu’ils bombardaient les positions rebelles autour de la base Cheikh Souleimane, dernière place forte de l’armée dans cette partie nord-ouest du pays, à l’ouest d’Alep.

“Des dizaines de missiles sol-air Sam-7 de type Cobra étaient entreposés dans des caches aménagées dans des réseaux souterrains de la base. C’est une bombe larguée par un MiG pendant l’attaque qui les a mis au jour”, a raconté Mouhannad, sous-officier de l’armée syrienne qui a déserté avec un groupe de 12 autres soldats pendant l’assaut rebelle final le 18 novembre sur la base 46.

“Cette base était le verrou nord-ouest de la Syrie et donc un point clé de la défense anti-aérienne face à la Turquie et à une menace aérienne venue d’Europe”, a expliqué Mouhannad, qui combat désormais avec les rebelles au sein du groupe islamiste Kataëb al-Islam dans l’ouest de la province d’Alep. Les rebelles ont aussi mis la main sur une quinzaine de chars et d’engins blindés de fabrication soviétique, des canons d’artillerie lourde, des mortiers de 120 mm ainsi que des batteries de lance-roquettes, qu’ils ont ensuite ramenés vers leurs bases arrière proches de la frontière turque, avait constaté un journaliste de l’AFP, qui s’y était rendu après l’assaut.

“Les missiles n’ont pas été détruits ou neutralisés pendant le siège rebelle car les officiers sur place ne croyaient pas à un assaut imminent, ils pensaient que les défenses résisteraient à un tel assaut et étaient persuadés que des renforts arriveraient d’Alep”, a confié le déserteur. “Les militaires croyaient devoir s’en servir en cas d’intervention étrangère ou de bombardements aériens par les Occidentaux”, a-t-il encore dit. En fin de semaine dernière, le général rebelle Mohamed Ahmad al-Faj, qui a commandé l’attaque, avait fait était de la saisie de missiles anti-aériens lors de la prise de la base 46, sans en préciser le nombre ou le modèle.

Il avait par ailleurs donné le bilan de 300 militaires des troupes régulières tués dans les combats et de 70 autres soldats faits prisonniers. Selon le sous-officier Mouhannad, “des dizaines de missiles Sam-7 ont pu ainsi être récupérés par les rebelles”, notamment les unités sous les ordres de cheikh Taoufik, un chef islamiste combattant désormais sous le drapeau de l’Armée syrienne libre (ASL, composée de déserteurs et de civils ayant pris les armes) et le général Faj, basé au poste-frontière avec la Turquie de Bab al-Hawa.

Les unités de cheikh Taoufik font actuellement le siège de la base militaire de Cheikh Souleimane, également à l’ouest d’Alep. Selon des rebelles de la province d’Idleb, les insurgés ne disposaient jusqu’à la prise de la base 46, que de cinq Sam-7 récupérés lors de la prise d’une station radar à l’été 2012. Trois étaient hors d’usage. Deux ont été tirés sans succès par des rebelles contre des chasseurs. (AFP, 29 novembre 2012).

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Barud, Rivolta siriana vittima dei giochi di potere http://www.sirialibano.com/siria-2/rivolta-siriana-vittima-dei-giochi-di-potere.html http://www.sirialibano.com/siria-2/rivolta-siriana-vittima-dei-giochi-di-potere.html#comments Tue, 15 Nov 2011 21:17:42 +0000 http://www.sirialibano.com/?p=4195

Secondo Ramzi Barud, opinionista di Asia Times, la rivolta siriana non è più nelle mani dei manifestanti ma delle cancellerie arabe e occidentali che stanno sfruttando il movimento secondo i loro interessi.

In Siria si è verificato uno stallo. (…) Le rivoluzioni egiziana e tunisina hanno avuto successo prima di cadere preda dei giochi di potere, raggiungendo il punto critico necessario a rovesciare il regime velocemente e chiudendo pertanto la strada a interferenze estere.

(…) In Siria la situazione è stata differente, mancando l’appoggio delle classi medie urbane. Inoltre l’esercito non è passato dalla parte dei manifestanti, né si è mantenuto neutrale. (…) In questo modo, le potenze arabe ed occidentali hanno avuto il tempo di organizzarsi, dirottando la rivolta popolare.

Il siriano medio ha iniziato inoltre a realizzare che la rivoluzione non avrebbe mai avuto successo senza un intervento esterno e questa presa di coscienza è stata istituzionalizzata nel Consiglio nazionale siriano (Cns), un organismo il cui comportamento sembra ricalcare quello del Consiglio nazionale di transizione libico.

Eppure il Cns di Burhan Ghalioun continua a ripetere che l’invio di osservatori arabi e l’apertura delle frontiere a media internazionali e arabi eviterebbe l’uso di altre opzioni.

(…) Un intervento militare esterno - prosegue Barud - produrrebbe conseguenze orribili per la Siria e l’intera regione. A causa dell’incapacità del regime di guadagnarsi il supporto di ampi settori della popolazione, ma anche di come alcuni media arabi stanno soffiando sul fuoco del conflitto confessionale, si profila uno scenario libico o da guerra civile libanese.

Il Segretario di Stato Usa Hilary Clinton avrebbe alluso alla necessità di un intervento via terra in altri casi diversi dalla Libia, ma per il momento la Casa Bianca sembra rimanere concentrata sulla lotta ad al-Qaida.

La Russia e la Cina rimangono al fianco di Damasco: il ministro degli esteri Sergey Lavrov russo avrebbe espresso preoccupazione per le aggressioni portate da “estremisti armati” contro le forze di sicurezza siriane nella provincia di Homs. Secondo Lavrov, lo scopo di questi assalti sarebbe di costringere l’esercito siriano a reagire e lanciare quindi una campagna mediatica contro Damasco. 

(…) La Lega Araba non ha alcuna credibilità, poiché rimane divisa tra interessi regionali e, storicamente, le sue risoluzioni non sono mai state efficaci. Ma alcuni Stati arabi potrebbero sare la Lega Arab come trampolino di lancio per un intervento Nato, come è avvenuto nel caso libico. (…).

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Muore Gheddafi, Bashar non si scompone http://www.sirialibano.com/siria-2/muore-gheddafi-bashar-non-si-scompone.html http://www.sirialibano.com/siria-2/muore-gheddafi-bashar-non-si-scompone.html#comments Fri, 21 Oct 2011 10:32:47 +0000 http://www.sirialibano.com/?p=3573 Il nuovo tricolore libico sventola pigramente dall’asta che s’innalza all’interno del recinto dell’ambasciata di Libia a Damasco, lungo l’esclusivo viale Abrummane, poco distante dall’ufficio del presidente Bashar al Assad nel quartiere Malki, appena più in alto.

Nelle bacheche affisse sul muro di cinta della sede diplomatica le foto del colonnello Muammar Gheddafi sono state rimosse. Sono gli unici due segni visibili nella capitale siriana dello storico cambiamento avvenuto nella lontana Tripoli nordafricana: l’uccisione, in stile piazzale Loreto, della guida della Repubblica libica delle masse.

Nella piazza virturale siriana, i cyber-attivisti e gli utenti di Facebook sono invece tra i più presenti a registrare la caduta di un altro raìs arabo nell’arco di pochi mesi. «Dopo Gheddafi, tocca a te Bashar», è il post fin troppo scontato di Razan, nickname di un siriano su Twitter.

E se nell’intimità delle loro case molti siriani sono rimasti incollati ieri agli schermi delle tv panarabe in attesa di vedere le prime immagini del corpo di Gheddafi trascinato a terra come l’ultimo degli sconfitti di battaglie d’altri tempi, l’immobilismo della piazza reale di Damasco esprime meglio di qualcunque altra fotografia un dato oggi indiscutibile: l’uccisione del Colonnello libico non altera l’equilibrio (o meglio, lo squilibrio) di forze, nella Siria scossa da proteste popolari e da conseguenti repressioni.

Non saranno certo gli occhi sbarrati di Gheddafi puntati verso il polveroso asfalto di Sirte a indurre Assad e i suoi soci a più miti consigli, dopo che le loro forze regolari e irregolari hanno ricevuto ordini, da marzo scorso, di uccidere chiunque osi invocare il cambiamento.

Come si è ampiamente dimostrato in questi lunghi sette mesi di confronto, la Siria non è la Libia soprattutto perché il Levante arabo non è il Nord Africa.

Nel Maghreb non c’è Israele, tacito alleato di Damasco e che si opporrà fino all’ultimo a un intervento diretto della Nato oltre i suoi confini. Non c’è un non-stato chiamato Libano, di fatto appendice della Siria e dove si confrontano diversi attori rivali su cui ha la meglio, almeno militarmente, il movimento sciita filoiraniano Hezbollah.

Assieme al Partito di Dio molti altri protagonisti e comparse libanesi sono pronti, coltello tra i denti, a difendere gli Assad, veri garanti di alcune vaste reti di clientele locali.

Nel Maghreb non c’è inoltre l’Iraq, che gli americani hanno goffamente consegnato, almeno per due terzi, all’Iran. Il governo del premier Nuri al-Maliki è la migliore espressione dell’influenza di Teheran sul paese arabo un tempo arcinemico sia della Repubblica islamica che di Assad padre.

Le minacce più concrete al regime di Damasco provengono dalla Turchia a nord e, forse, dal duo Giordania- Arabia Saudita a sud. Ma la recente adesione del regno hascemita al Consiglio di cooperazione del Golfo, dominato da Riyadh, ha sancito il rafforzamento dell’asse delle monarchie arabe. Queste da mesi tremano all’idea di essere investite dall’ondata di instabilità che ha già detronizzato tre presidenti delle repubbliche arabe.

L’Arabia Saudita – e di riflesso la Giordania – hanno sì condannato la repressione degli Assad di Siria, ma difficilmente sosterranno un intervento militare straniero contro la dinastia al potere a Damasco da 41 anni.

Alcuni osservatori assicurano che Riyadh è invece coinvolta in prima persona nell’inviare, tramite i suoi clienti libanesi (Hariri in primis), armi a presunti salafiti già operativi nella regione centrale di Homs e in quella meridionale di Daraa, al confine proprio con la Giordania.

Ma la caduta di Damasco, alleato dell’Iran, non implica necessariamente la creazione di una pax sunno-saudita in Medio Oriente. Piuttosto, rischia di scoperchiare definitivamente il pentolone della guerra irano-saudita, sullo sfondo della fitna sunno-sciita. Scenario non certo auspicato dai sauditi.

Ecco perché la Turchia appare l’attore regionale che potrebbe avere ormai meno da perdere e più da guadagnare da un eventuale fine del regime baatista. Non a caso, chi evoca una “Bengasi in Siria” lo fa dai campi profughi allestiti nel sud della Turchia, a pochi passi dalla regione siriana di Idlib, secondo alcuni sempre meno sotto controllo da parte delle forze governative.

Eppure, senza un consenso in seno al Consiglio di sicurezza e con così tanti attori regionali e internazionali reticenti e ostili a un’azione contro Damasco, la notizia della morte di Gheddafi appare come un semplice granello di forfora che il “riformatore” Bashar al Assad ha già scosso, noncurante, dalla spalla. (Pubblicato su Europa Quotidiano il 21 ottobre).

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Damasco, demoni e colombe http://www.sirialibano.com/siria-2/damasco-demoni-e-colombe.html http://www.sirialibano.com/siria-2/damasco-demoni-e-colombe.html#comments Fri, 14 Oct 2011 09:16:19 +0000 http://www.sirialibano.com/?p=3372 Lealisti verso la masiraDamasco, 12 ottobre 2011, dove nella piazza dalle sette fontane non scorreva l’acqua, ma un demone scarlatto faceva capolino tra i volti dei grandi leader politici più invisi al regime.

L’elicottero dell’esercito continuava a svolazzare sopra di noi. Gremita di siriani che scandivano a gran voce slogan pro-regime, la centralissima piazza Sabaa Bahrat ha ospitato un’immane manifestazione di appoggio e sostegno al quarantennale regime della famiglia al-Asad.

Sapevo della masira (corteo) da lunedì sera. Chi me lo comunicava era allegro, e non penso che il motivo sia solo quello di qualche ora di libera (e doverosa) uscita dall’ufficio. Pareva sinceramente felice, come chi attende una bell’evento.

Dalle 10 di stamattina, dal balcone di casa, si sentivano già i primi slogan come Allah, Suria,  Bashar w bass (Dio, Siria, Bashar e basta) che accompagnavano il vociare, il traffico insolitamente già denso e chiassoso di clacson arroganti.

Mentre Izaa Nur, l’emittente radiofonica libanese facente capo al patito sciita di Hezbollah, nel suo notiziario delle 9 aveva comunicato l’eminente svolgersi della masira, in tarda mattinata.

10:30 Bab Tuma. Studenti in divisa (rosa e azzurra) scandiscono slogan a favore del presidente Bashar; la rotonda antistante la Porta di Tommaso è intasata dai taxi gialli che sventolano le bandiere tricolore; i van Muhajirin-Bab Tuma si fermano, non partono: Fi zahme (c’è traffico).

L’autobus verde, invece, arriva. Salgo, insieme a chi con le bandiere, i cappellini, le magliette e i volti colorati non vede l’ora di arrivare alla piazza.

La confusione è totale. Non si riesce a camminare, muoversi. La folla è immane. Multiforme, colorata, musicale, agguerrita.

“Se negli altri paesi arabi si gridava ash-shaab iurid isqat an-nizam, noi invece urliamo ash-shaab iurid Bashar al-Asad (il popolo vuole Bashar al-Asad)”.

Donne: sono bambine avvolte nelle bandiere; sono madri che spingono i passeggini o tengono saldamente per i polsi i figli; sono nonne con gli abiti tradizionali; sono studentesse con ancora la divisa e gli zaini carichi di libri sulle spalle; sono velate o no.

Uomini: carichi di tamburi, che ballano la debka; sono adulti e anziani in atteggiamento grave e moderato; portano la cravatta o sguizzano con i rollerblade a quattro ruote e le catene dalle tasche dei jeans; hanno le ciabatte e l’aria trasandata, o gli occhiali da sole all’ultimo grido; sono soldati in divisa verde, o color cachi coi berretti rossi, o militare; come sono membri delle forze di sicurezza: casco e scudo.

Tenuta antisommossa, qualora arrivassero bande armate. Mi sento dire.

Tutto è multiforme. Sono allegri e festanti, coi megafoni. Si fanno beffa di Erdogan e Sarkozy. Scimmiottano Obama. Orgogliosi ricordano alla Nato che il veto (di Cina e Russia, contro una risoluzione Onu più pesante verso la Siria) li protegge.

E le voci si trasformano in grida e fischi ogniqualvolta passa l’elicottero: la bandiera siriana legata sotto, con un soldato che dalle scalette del velivolo si librava tenendo saldamente una rossa bandiera della Cina e il tricolore russo.

Surreale. Pareva di essere in altri tempi. Di totalitarismi.

L’edificio della Barca Centrale tappezzato da una gigantografia del Presidente; sulla sua sinistra un enorme drappo rosso con le stelle gialle; un altro immobile è oscurato da un cartellone di dimensioni notevoli raffigurante il demonio ghignante su uno sfondo scarlatto..dal quale emergono i volti di Erdogan, Sarkozy, Cameron e Obama, con la scritta waay ash-shirr (il senso del male).

E ancora la bandiera siriana attorniata da cuori rossi: ciascuno reca il nome di una località siriana (Homs, Hama, Daraa, Dimashq, Idlib, Hasake, Lattakia..

Tante bandiere gialle di Hezbollah, e si inneggia al leader sciita Hasan Nasrallah.

Si scorgono le bandiere del Partito nazionalsocialista siriano.

Un orso bianco e un dragone coloratissimo fanno capolino tra la folla. Omaggio ai protettori asiatici che vegliano dall’alto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Solo alle 14,00 la piazza, pian piano, inizia a svuotarsi.

E scorgo l’ultimo cartellone, sulla cima di un palazzo: una candida colomba le cui ali portano i colori della bandiera siriana, con accanto la scritta: Siria, la tua terra santa. Terra d’amore e pace.

Le emittenti radiofoniche e televisive, ne l primo pomeriggio, riportano la notizia: Masira milionia (una manifestazione di un milione di persone) di ringraziamento all’Orso e al Dragone, di sostegno al regime e di rifiuto di qualsiasi intervento esterno.

Attendo di raccogliere pareri, commenti, reazioni.

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Segnali di stanchezza tra gli attivisti a Damasco http://www.sirialibano.com/short-news/segnali-di-stanchezza-tra-gli-attivisti-a-damasco.html http://www.sirialibano.com/short-news/segnali-di-stanchezza-tra-gli-attivisti-a-damasco.html#comments Wed, 21 Sep 2011 13:10:15 +0000 http://www.sirialibano.com/?p=2813 Dopo oltre sei mesi di proteste si è ormai raggiunto un drammatico stallo tra manifestazioni anti-regime e repressione. Da Beirut, un giornalista di Reuters ha intervistato alcuni attivisti e semplici cittadini di Damasco per fare il punto del loro stato d’animo. Un articolo interessante. Buona lettura.

Oliver Holmes. Beneath the lingering enthusiasm there are clear signs of exhaustion in the voice of the young Damascus activist who has been protesting against the autocratic rule of Syrian President Bashar al-Assad for over six months. “Every night there are protests in Damascus but the protests are just happening, they are not gaining momentum,” he said with a sigh.

“People were expecting something to happen [in Damascus] but they don’t know what,” said the activist, who protects his identity by using the pseudonym Alexander Page. The mood among Syrian activists inside the country is one of staunch defiance to the Assad government, which the United Nations accuses of killing 2,700 anti-government protesters since the largely peaceful uprising began in March.

But activists say they are frustrated that the revolution has settled into a solid stalemate — demonstrations continue unabated but the government is still firmly in control of the army and security services and willing to use deadly force. Now some residents of Damascus, many of whom stayed on the sidelines while other parts of the country rose up against Assad, say that six months of bloodshed, with no resolution in sight, have worn them out and they want to return to life before the upheaval started. “We are tired and we want the protests to stop. Children need to come back to school safely,” said Rana, a Damascene housewife and mother of four young children.

HOPES FOR RAMADAN. There were hopes, activist Page says, that the protesters would gain the upper hand during Ramadan, the holiest month of the Islamic calendar marked with fasting and prayer, as nightly protests took place when people filtered out onto the street after evening prayers. “When Ramadan came in August, there was a lot of adrenaline and people thought the capital would erupt, but people got tired every day and the government was able to disperse the protests in the suburbs,” Page told Reuters over Skype, as phones are thought to be tapped by the Syrian authorities.

Residents say Ramadan was a sombre affair in the Syrian capital this year and instead of the usual buzz of activity, with families visiting each other and buying new clothes, many stayed home and few went shopping. “There was a different sense to Ramadan,” a resident, who asked to remain anonymous, told Reuters. “People didn’t buy sweets as they usually do and people were not visiting their families.” Syria prevents most international media from operating in the country, making it difficult to independently verify witness accounts.

Activists say the government is desperately trying to give the impression that the country is not in crisis. Many complain that life in Damascus appears normal to the casual observer, but there is an increased security presence, with many areas of the city crammed with plainclothes police to prevent gatherings. Others told Reuters that main squares in the capital have filled up with street peddlers who sell cheap electrical goods and toys, but are in fact hired to physically prevent gatherings and spy on citizens.

Activist Page says the listless economy is the most apparent sign that the country is in crisis. “People aren’t working. They are just sitting there, doing nothing,” he said. He said people are holding back on spending as they are uncertain of the future. “At my local bakery, people have stopped buying cakes. They are only buying bread,” he said. One Damascus resident told Reuters that he had been trying to sell property in the capital since the uprising started, but falling consumer confidence has made it impossible.

LESSONS FROM LIBYA. Many activists say they are disappointed that their uprising has been sluggish compared to those in Tunisia and Egypt, where pro-democracy movements ousted leaders within weeks; in Yemen, where President Ali Abdullah Saleh had to leave the country for medical treatment after a bomb attack; and Libya, where rebel forces took the capital in August and ousted Muammar Gaddafi.

But despite being enthused by Gaddafi’s fall, activists warn that a Libyan-style revolution is neither possible nor desirable in Syria. Rami, a student at Damascus University, said that unlike Libya, where foreign powers were quick to step in and support the rebels with NATO strikes, Syria does not have large oil reserves and so will not be helped. “Libya won and lost. It won because it got rid of Gaddafi but lost because at the same time it authorised foreign interference in its affairs,” said Anas, a civil servant.

Nobody interviewed for this article said they wanted international military action in Syria or an armed revolt against the government, like in Libya. “The revolution is peaceful here,” said Olla, a student studying medicine. “This is not the same as Libya; blood is the price we need to pay for what we are asking for,” she added.

Syrian activists say the protests have been overwhelmingly peaceful, but there have been increasing reports of armed attacks on security forces as well as clashes between the army and defecting soldiers. Syrian authorities say 700 police and soldiers — and a similar number of civilians — have been killed since the start of the uprising. “From the beginning, I knew that the revolution would take a long time for us,” said Hamza, a doctor in his late twenties. “But we are unarmed and I don’t think the regime with fall when faced only with peaceful protests.” (Reuters, 20 settembre 2011).

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