Libano, fine dell’esilio per i collaborazionisti di Israele?

Il crest dell'Esercito del sud del Libano, sotto la direzione di Antoine LahadNizar S. è un libanese che per anni ha lavorato come impiegato in un ospedale civile del sud del Libano gestito dagli israeliani negli anni dell’occupazione delle truppe di Tel Aviv durata fino al 2000.

Per timore di rappresaglie da parte dei miliziani del movimento sciita Hezbollah, che per anni ha guidato la resistenza armata contro l’occupazione, Nizar S. si è rifugiato oltre confine, nel “Paese del nemico”.

La sua storia – raccontata dal portale Lebanon Debate – quella di almeno altri 2.000 libanesi, per lo più cristiani, che nei lunghi 22 anni di occupazione israeliana hanno cooperato, a vari livelli, con le truppe straniere guadagnandosi l’etichetta dispregiativa di “collaborazionisti”.

Da più di dieci anni sono “ospiti” dello Stato ebraico ma attendono di poter tornare nel loro Paese. Il loro sogno potrà diventare presto realtà, almeno stando a quanto ha deciso ieri la maggioranza del parlamento di Beirut, approvando un progetto di legge per il rientro delle migliaia di libanesi fuggiti undici anni fa.

Molti di loro non si limitarono, come Nizar S., a lavorare all’ombra dell’occupazione. Militarono invece nelle file dell’Esercito del sud del Libano (Esl), formazione paramilitare composta per lo più da cristiani ma anche da sciiti (prima della nascita di Hezbollah nel 1982-85) e inizialmente creata da Israele in funzione anti-movimenti palestinesi.

La nuova legge è passata con un governo dominato dalla coalizione guidata da Hezbollah. Il Partito di Dio ha però annunciato di aver considerato chiuso il capitolo della vendetta nei confronti dell’Esl e di volere soltanto giustizia. Un atteggiamento che secondo alcuni analisti è dettato da calcoli politici.

Il principale alleato di Hezbollah è dal febbraio 2006 la Corrente patriottica libera dell’ex generale dell’esercito Michel Aoun, propugnatore del progetto di legge per il ritorno dei “collaborazionisti” di Israele. Secondo osservatori locali, il fine di Aoun è essenzialmente elettorale: il sud del Libano è un oceano sciita con alcune isole sunnite e scogli cristiani.

Lungo la Linea Blu che dal 2000 demarca il Libano da Israele, sorgono alcuni importanti località cristiane, dove gli aounisti hanno una ampia base popolare. La legge approvata dal Parlamento libanese – definita come “un’amnestia indiretta” da alcuni giornali locali – deve ora entrare in vigore, ma non prima che il governo indichi con precisione i meccanismi per il rientro in patria degli esuli in Israele e delle loro famiglie.

Antoine Lahad,  84 anniSecondo la stampa di Beirut, nel maggio 2000 furono circa 6.500 i libanesi che fuggirono oltre confine. Di questi, molti sono emigrati in Nordamerica o in Europa, mentre in Israele ne rimangono dai 2.000 ai 3.500.

Questa cifra è fornita dal sito ufficiale della comunità libanese nello Stato ebraico. “Abbiamo preferito l’esilio all’ingiustizia di vedere il nostro Paese consegnato ai terroristi”, si legge sul sito, in riferimento all’autorità di fatto esercitata da Hezbollah nel sud del Libano dal giorno del ritiro israeliano.

La pagina dei “Libanesi in Israele” invoca un accordo di pace tra Libano e Israele, da sempre rifiutato dal movimento sciita. E a proposito dei miliziani dell’Esercito del sud del Libano (1979-2000), se decideranno di tornare in patria saranno consegnati alle autorità libanesi, subiranno un processo e dovranno scontare pene variabili a seconda del loro coinvolgimento a fianco di Israele.

I loro familiari invece, stando alla nuova legge, saranno liberi nella loro madrepatria. Almeno sulla carta. “Siamo sempre dei collaborazionisti”, afferma Musa N., libanese fuggito in Israele nel 2000 e rientrato nel 2003. Dopo aver subito il processo ed esser stato condannato a tre anni, è da cinque anni libero. “Ma non trovo lavoro.

La mia fedina penale è macchiata e nonostante le promesse dei politici, non è stata pulita”, afferma citato da Lebanon Debate. Forse anche per questo non tutti decideranno di tornare. Di certo, sarà così per l’anziano Antoine Lahad, 84 anni, secondo e ultimo comandante in capo dell’Esl. Dopo esser fuggito in Israele, ha tentato di rifarsi una vita in Francia, ma invano. E’ tornato nello Stato ebraico e a Tel Aviv ha aperto un ristorante. Nel 2004 è stata pubblicata, in israeliano, la sua biografia. In Libano lo attende una condanna all’ergastolo. (Scritto per ANSAMed il 3 novembre 2011).