Libano, “guerra civile”… in famiglia

Siham YunesDelle cinque “s” indispensabili, nel giornalismo italiano, per comporre un titolo che faccia vendere copie, questa storia ne ha quattro: manca sì lo Sport, ma il Sesso, i Soldi, il Sangue e lo Spettacolo ci sono tutti.

E pensare che per due giorni questa storia di ordinaria pazzia familiare aveva stimolato i soliti analisti e i soliti apocalittici, che si erano cimentati in nuove teorie su come e quando in Libano sarebbe scoppiata la “nuova guerra civile”. Dì guerra si è trattato, ma familiare.

Siham Yunes vive a Sarafand, porticciolo libanese tra Sidone e Tiro. Da vent’anni circa è sposata con un siriano, Muhammad Dirar Jammo. Vivono insieme a Sarafand e hanno una figlia adolescente.

Mercoledì 17 luglio scorso, Jammo viene ucciso in un agguato all’ingresso di casa. Il corpo è crivellato di colpi. Il torace e il collo sono deturpati da tagli inferti con un coltello. Le foto mostrano la salma avvolta in lenzuola imbevute di Sangue.

Sarafand è zona a maggioranza sciita e controllata in larga parte da Hezbollah. Jammo era un uomo di Spettacolo:  spesso dava spettacolo sui canali libanesi, siriani e iraniani a difesa del regime del presidente Bashar al Asad. Era arrivato a dire in un suo intervento che chi sostiene la rivolta in Siria deve esser punito con una pena corporale: “bisogna tagliare le braccia a questa gente!”.

Questo pacato “opinionista” avesse anche un titolo ufficiale: “direttore della sezione politica e delle relazioni internazionali dell’Organizzazione mondiale per gli emigrati arabi”. Ma la carica altisonante non gli assicurava il diritto ad alcuna guardia del corpo.

La sua uccisione è stata per molti la conferma che Hezbollah – i cui miliziani combattono in Siria a fianco di Asad – è minacciato nel suo territorio da terroristi estremisti islamici: prima i due razzi sulla periferia sud di Beirut (nessuna vittima), poi un’autobomba (decine di feriti lievi) e, infine, l’agguato a Sarafand contro Jammo, da alcuni organi di stampa definito “alto responsabile siriano”.

Dopo aver appreso la notizia, il presidente libanese Michel Suleiman ha immediatamente messo in guardia dal pericolo che il Libano diventi territorio di scontro all’ombra della guerra siriana. E tutti i principali leader politici – persino Hezbollah – si sono affrettati a definire il crimine un “omicidio politico” e hanno definito Jammo “un martire” (usando la forma verbale ustushhida dalla radice di shahid, invece di qutila, più semplicemente “è stato ucciso”)

A uccidere materialmente Jammo sono stati però il cognato e il nipote. Su ordine della moglie della vittima, Siham Yunes, che dalla Siria nega ogni responsabilità (intervistata da NewTV libanese).

Ma i due uomini, accusati di omicidio e fermati 24 ore dopo l’agguato, hanno rivelato anche il movente: Jammo era infedele (Sesso), tirchio (Soldi), non era mai a casa e intendeva trasferirsi in Siria con la figlia.

E la donna, libanese di Sarafand, ha pensato – sempre secondo le confessioni dei due fermati – di risolvere il problema assoldando fratello (Badia) e nipote (Ali Khalil), sperando che il crimine ricadesse sui “terroristi islamici”, nemici del laico e legittimo governo del riformatore Bashar al Asad.

Siham Yunes è ora in stato di fermo in Siria. La donna si trovava infatti a Latakia, località natale del marito, per partecipare alle esequie, quando da Beirut gli inquirenti dei servizi di sicurezza militari hanno chiamato i loro colleghi siriani per informarli che la moglie della vittima era ricercata.

Secondo gli accordi bilaterali siro-libanesi, il processo deve avvenire nella nazione dove è avvenuto il crimine. Anche se Jammo era siriano, Siham sarà giudicata in Libano perché l’uomo è stato ucciso in territorio libanese.

Questo in teoria. Ma la donna e la figlia sono ora trattenute chissà dove nella Siria in guerra. Da autorità che hanno legittimità solo in alcuni territori.

Forse Siham piangerà ora lacrime vere. Ancor più vere di quelle che hanno segnato il suo viso all’indomani della tragica morte del marito, quando con l’abito nero (foto in alto) ha passato ore a ricevere le condoglianze di parenti, amici e conoscenti di Sarafand (si veda il video a metà pagina: il servizio della tv al Manar di Hezbollah. Al minuto 2:00, si intervista la moglie “distrutta” dal dolore).

** AGGIORNAMENTO DEL 26 LUGLIO 2013 **

Il 24 luglio le autorità siriane hanno consegnato a quelle libanesi la donna e la figlia accusate di omicidio. Il 25 luglio la donna è stata interrogata dai servizi di sicurezza militari libanesi e il suo caso è stato rinviato a giudizio. La figlia, minorenne, è ancora in stato di fermo.