Libano, precarietà e diossina a Baalbeck

by Simona Loi, our correspondent in Wavel, Beqaa.

Baalbeck, 25 novembre 2010. Precarietà e sporcizia regnano sovrane a Baalbeck, principale città della valle della Beqaa, dal 1984 patrimonio dell’umanità per l’Unesco perché ospita uno dei siti archeologici più importanti del Libano.

Avevo visitato le rovine romane della città in occasione del mio primo viaggio in Libano nella primavera del 2008, quando, da quasi un anno, abitavo nella capitale siriana. Avendo procrastinato diverse volte il mio viaggio nel Paese dei Cedri a seguito del lungo strascico di disordini politici che imperversavano, e una frontiera tra i due Paesi che si irrigidiva di continuo e senza preavviso, la mia visita poté finalmente aver luogo subito dopo l’elezione del Presidente maronita Michel Suleiman, a seguito degli Accordi di Doha del maggio del 2008.

Un Libano che dai racconti dei miei amici a Damasco assumeva le fattezze indefinite di un paese costantemente in fieri, perché era necessario esserlo, dopo i tormenti bellici; un luogo in bilico, sopra il baratro di un estremo gioco di equilibri imposti dalle ingerenze politiche e militari dei Paesi confinanti: il ritiro delle truppe siriane era avvenuto solamente tre anni prima, durante la primavera del 2005, e il Paese aveva sopportato le fatiche della guerra dell’estate del 2006 col vicino israeliano.

Uno stato in between, in un contesto dove non sembrava più ci fosse una netta separazione tra stato di pace e stato di guerra, ma tutto fluisse nello scorrere del marasma politico, sociale, militare. Sino al miracolo qatarino, dopo il quale i militari connotavano ancora di sé lo spazio geografico di confine tra i due paesi, e quando si giungeva in terre libanesi, attraversando Masnaa, subito si palesavano i carri armati e le postazioni colorate coi toni vivaci della bandiera nazionale a bande bianche e rosse, che reca in sé il sigillo del cedro.

Se nel 2008 avevo visitato l’imponente sito archeologico di Baalbeck, scomparendo nell’ombra scura delle sue enormi colonne, ora mi preparavo a visitare il campo palestinese di Wavel, vicino alla città. Deve il suo nome ad un generale dell’esercito francese, così come l’intero campo si origina in embrione da un precedente fortino francese, che ancora oggi rimane il nucleo centrale dell’abitato.

Percorrendo i lunghi e stretti corridoi delle terrazze esterne, dove serpeggiano verdi rampicanti, si scorge, in una di esse, giacere inerme la pelle di un montone, sacrificato qualche giorno prima, in occasione delle festività dell’Adha (la Festa del Sacrificio, l’Aid al-Kabir dei fedeli musulmani, che sigilla il periodo del pellegrinaggio alla Mecca, coronandolo del ricordo dell’agnello immolato da Abramo in luogo del suo figlio Ismaele).

Il campo raccoglie circa 3.000 palestinesi provenienti da due villaggi situati nella Galilea: Faradiyya (nel distretto di Safad) e Lubiya (nel distretto di Tiberiade), nonostante il numero dei residenti registrati sia molto maggiore, ma essi siano da tempo emigrati all’estero.

Abbastanza ordinato e pulito, versa in condizioni relativamente migliori rispetto a quelle di altri campi palestinesi, e di recente ha goduto dei lavori di costruzione di una rete fognaria e di una migliore gestione delle acque in generale, anche attraverso la realizzazione di un nuovo pozzo.

In confronto ai crocicchi di Shatila, le strade di Wavel paiono quasi ampie, e regalano la pallida illusione di percorrere le vie di un piccolo borgo, dove mi sento libera di fotografare i pannelli di Yasser Arafat che campeggiano elevati sopra i tetti della abitazioni assai modeste, i cui muri sono spesso colorati di immagini che riprendono i simboli della lotta armata, reiterati di continuo.. che riproducono i colori della bandiera palestinese, il nero dei kalashnikov..

Non mi rendo quasi conto, infatti, che uno dei muri che mi accingo a fotografare appartiene alla sede del partito Fath. E qui mi si vieta di fotografare.

A discapito di una sempre più incalzante attività di gruppi sunniti di matrice estremista che popola i campi, alla quale si aggiunge un’aumentata presenza di armi al loro interno, Wavel pare quieto, visto dall’alto del tetto del fortino come quando si percorrono a piedi le sue vie e si scopre l’esistenza di una colorata e chiassosa scuola dell’Unrwa.

Dal maggio 2007 è operativa nel campo, attraverso programmi di sostegno all’infanzia e all’adolescenza, un’organizzazione non governativa (Ong) palestinese, Children of al-Jalil centre (Cjc), accanto alla quale la Cooperazione Italiana riveste un ruolo importante come finanziatore di progetti su base annuale.

Alle attività del doposcuola volte ad aiutare i bambini del campo nello studio pomeridiano si affiancano specifici programmi di educazione ambientale, di igiene, di musica e danza, attività sportive, gite organizzate.

A dirigere i lavori di tale Ong, un team ristretto ma affiatato di giovani palestinesi, con i quali ho l’occasione di pranzare con le locali mana’ish di akkawi, formaggio nato nelle terre un tempo palestinesi, di latte vaccino o ovino, o di zaatar, la polvere di timo.

Paiono soddisfatti dei percorsi realizzati, e sottolineano che a breve si terrà un workshop avente come tema la consapevolezza da parte dei bambini circa i loro diritti, inviolabili (ma violati al contempo) diritti dell’infanzia, sanciti e protetti (almeno nella carta) da numerose convenzioni internazionali.

Ma è l’intero contesto della Beqaa che continua ad essere immerso in una coltre di precarietà che non cessa di sussistere negli animi degli abitanti, scossi e provati dai violenti bombardamenti israeliani.

Gli aerei di Tel Aviv continuano a sorvolare, a bassa e alta quota, la valle, violando impunemente lo spazio aereo libanese, incutendo timore e continuando ad alimentare un risentimento che impedisce forse di implementare progetti di ampio respiro e a lungo termine, per il semplice fatto si teme poi vengano inficiati da nuove azioni militari, e si debba ricominciare, ritrovandosi ancora e sempre nella zona grigia di uno stato in fieri, da ricostruire, in between, in uno scenario sempre indefinito.

Come indefiniti sono i confini delle discariche di Baalbeck; rifiuti diffusi nel paesaggio, in cumuli situati ovunque e incuranti di sovrastare importanti siti archeologici; rifiuti bruciati che esalano diossina; rifiuti accumulati senza nessun criterio di raccolta differenziata.

Era Heliopolis, che risplendeva del sole delle sue divinità pagane, della fertilità delle sue terre site tra due fiumi. Ora è Baalbeck dove le greggi sono portate al pascolo nella discarica.