Libano, Una nuova legislazione per il sistema psichiatrico?

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(di Filippo Marranconi, per SiriaLibano). Dopo la legge egiziana del 2009, il Libano sta forse per dotarsi di una nuova legislazione progressista riguardante la salute mentale. Una legge profondamente in contrasto con quella attuale, al centro della quale vengono messi i pazienti e i loro diritti e, più in generale, il diritto universale all’assistenza sanitaria. Istanze fondamentali se si crede, con Franco Basaglia, che “la libertà è terapeutica”.

È ancora prematuro annunciarne la notizia con sicurezza, poiché il dibattito è ancora agli albori e il percorso accidentato: speriamo possa proseguire.

Nonostante la presunta marginalità dell’argomento all’interno di un contesto dominato da ben altri avvenimenti, e nonostante le divergenze tra i vari attori, la posta in gioco non è piccola e le implicazioni appaiono importanti.

Attualmente in Libano infatti non è possibile essere ospedalizzati in modo volontario: è necessaria la firma di una terza persona, spesso un familiare. Ciò significa che nel momento in cui foste internati, non vi sarà possibile uscire senza la previa autorizzazione di colui che ha firmato in vostra vece. È facile, purtroppo, immaginare la conseguenza di tale pratica.

Il sistema psichiatrico, inoltre, come il sistema sanitario in generale, è in mano ai privati, mentre le assicurazioni sanitarie non coprono l’ambito psichiatrico.

Lo Stato libanese, agente attivo nella riproduzione del sistema confessionale, copre, salvo alcune eccezioni, i costi di ospedalizzazione all’interno dei grandi ospedali psichiatrici, appannaggio di associazioni religiose: istituzioni private e caritatevoli, in cui la salute non è concepita come un diritto ma come, appunto, un atto di carità.

In queste istituzioni, fatta eccezione per coloro che possono permettersi le cure nei nei reparti di prima o seconda classe, le condizioni di vita dei pazienti non sono dissimili da quelle dei manicomi italiani pre legge Basaglia.

Per i ricchi, dunque, la possibilità di essere curati in centri specializzati e molto costosi. Per gli altri, invece, non rimane che l’istituzionalizzazione e l’internamento in manicomio.

Il 12 Giugno e il 23 settembre 2014 l’organizzazione non governativa The Legal Agenda (المفكرة القانونية) ha aperto un dibattito pubblico concernente una eventuale riforma del sistema psichiatrico libanese a cui hanno partecipato, oltre a professionisti del settore, anche alcuni parenti di persone curate in ambito psichiatrico (qui il link per seguire il dibattito).

Occasione per il dibattito è stata la legge studiata e presentata dall’Ong IDRAAC al parlamento libanese e che ora, dopo alcuni anni, sembra stia per terminare l’iter per per la sua approvazione.

La legge presentata da IDRAAC (qui il testo), frutto di un progetto che trova tra i suoi finanziatori anche l’Unione Europea, mira a rimpiazzare la vetusta legge libanese del 1983.

Se essa ha il merito di introdurre alcuni miglioramenti rispetto alla legge precedente, rimane però una proposta debole e criticabile su molti punti, che non cambia nella sostanza il funzionamento del sistema psichiatrico, ma sembra anzi difenderne alcune delle prerogative.

Inoltre, l’iter che ha portato alla sua formulazione e alla presentazione in parlamento non ha visto la partecipazione di molti professionisti e attori del settore.

Per questo motivo il dibattito aperto da The Legal Agenda è di fondamentale importanza. Una legge che abbia come fine la protezione del paziente e stabilisca in dettaglio le modalità di presa in carico all’interno di una disciplina ambigua, nel mondo liberale, qual è la psichiatria – in cui strutturalmente è presente la contraddizione tra medicina e controllo sociale, tra cura e privazione del diritto – necessita in certo modo di un dibattito aperto, all’interno del quale possano avere voce non solo i “tecnici savants del settore” ma anche coloro che, strutturalmente, non vengono ascoltati, come i pazienti e le famiglie.

Il dibattito, proseguito il sabato 8 novembre 2014 in occasione di una conferenza indetta dalla Società libanese di Psichiatria, si è concentrato su alcuni punti critici della legge presentata da IDRAAC.

In primo luogo viene richiamata la necessità di una più stretta definizione di disagio mentale e una più dettagliata regolazione delle modalità e dei tempi dell’ospedalizzazione involontaria (ciò che in italia viene detto TSO – Trattamento Sanitario Obbligatorio), in modo che non si possano verificare abusi da parte del potere psichiatrico, delle famiglie o delle istituzioni.

Inoltre, la legge proposta da IDRAAC prevede che l’ospedalizzazione involontaria sia decisa dai tribunali religiosi, mentre invece dovrebbero essere preposti a ciò i tribunali civili.

In secondo luogo non viene trattata la questione dei costi di ospedalizzazione e dell’accesso universale alle cure, ma anzi viene riprodotto il sistema a due velocità già presente nel Paese.

In ultimo, su due punti la legge proposta è passibile di essere criticata: non viene legiferato su questioni rilevanti quali la costrizione fisica, la somministrazione di trattamenti controversi quali l’elettroshock e le condizioni di vita di coloro che vengono ospedalizzati nei manicomi (lavoro forzato, divieto di comunicare all’esterno, divieto di portare abiti propri etc.); è assente il riferimento ai diritti dei non libanesi – con ciò si intendano, in particolare, al di là delle categorie giuridiche, quelle lavoratrici immigrate che, anche in seguito ai maltrattamenti subiti, vengono internate in manicomio ed espulse dal Paese in quanto prive di una copertura sanitaria (la questione dei rifugiati palestinesi o siriani è diversa. Per un piccolo approfondimento si può guardare questo link).

Questi, in estrema sintesi, i punti su cui si è dibattuto nel corso di questi mesi.

The Legal Agenda ha prodotto anche un progetto di legge (qui il testo) in cui vengono affrontate le questioni cruciali di cui sopra e in cui viene disegnato un nuovo sistema: un servizio sanitario che sia capace di fornire servizi a tutti i cittadini, la protezione da eventuali abusi e l’esercizio dei propri diritti, la regolamentazione del trattamento obbligatorio, l’implementazione di centri di reinserzione che fungano da alternativa all’istituzionalizzazione.

La legislazione italiana in materia di salute mentale è considerata molto avanzata. Già in passato la Cooperazione Italiana ha finanziato un controverso progetto nell’ospedale al Fanar, vero e proprio manicomio appartenente a una famiglia libanese – questo tipo di istituzioni sono in Italia vietate per legge, finanziando addirittura un film, “Home”, proiettato al festival di Roma. È un peccato constatare, in questo frangente così delicato, la sua assenza dal dibattito.

Il percorso è ancora agli inizi, e se anche il dibattito si concretizzasse in una legge progressista approvata in parlamento, gli ostacoli per la sua applicazione sarebbero innumerevoli e gli interessi da affrontare, al cuore del modo di riproduzione di questo Paese, consistenti.

Parlare di ciò, intanto, a me sembra già una piccola conquista, e spero il dibattito non cada nel dimenticatoio.