21 novembre, Beirut. Ludovico Einaudi, celebre compositore e pianista italiano, in occasione della Festa dell’Indipendenza libanese, rende omaggio al Paese dei Cedri con un concerto che ha riscosso notevole entusiasmo e grande partecipazione. La performance artistica ha celebrato il cinquantaseiesimo anniversario dell’indipendenza della Repubblica Libanese dall’occupazione coloniale francese, iniziata nel 1920.
Einaudi ha trascorso due giorni nella capitale libanese (21 e 22 novembre, giorno dell’Indipendenza), con una tappa mediorientale intermedia dopo un lungo tour che da Cina e Giappone, lo ha portato nel Canada e negli Stati Uniti, poi ancora verso Svezia e Danimarca, sino al Libano.
E, in maniera del tutto inattesa, la mattina del 21 ho avuto l’onore di accompagnare e fare da guida al nipote del Primo Presidente della Repubblica Italiana (Luigi Einaudi, che ricoprì la carica dal 1948 al 1955), nonché figlio del celebre editore Giulio Einaudi, in una sorta di walk Beirut, attraverso le cicatrici di guerra della città.
Per le 10,30 al Four Season, tra i più lussuosi alberghi che si affacciano sulla marina di Beirut. Il manager di Einaudi mi stringe la mano e il compositore mi ringrazia in anticipo con un largo sorriso. Ci segue il reporter, che realizza le riprese di un documentario sulle tappe della tournée del pianista.
Siamo di fronte al grande cartello Stop Solidere, affisso sul celeberrimo Saint George Hotel, meta di star del cinema e agenti segreti duranti gli anni d’oro della capitale che precedettero la guerra civile; proseguiamo verso l’ Holiday Inn “che reca ancora i segni del brutale conflitto intestino: vi si arroccarono le milizie falangiste cristiane nei primissimi anni di guerra. L’hotel era nel pieno delle sue attività, coi clienti facoltosi e il personale. Oggi è l’esercito a presidiarlo. Potete scattare le foto, ma evitate i carri armati posti all’ingresso in basso…”. Detto fatto. Una guardia ci invita a non riprendere, eppure il giovane reporter e Einaudi riescono a immortalare i fori e i segni dei mortai.
Ci inoltriamo nelle vie in salita costellate di vecchie case in stile tradizionale beirutino che sorprendono Einaudi. Il pianista pone domande, estremamente curioso e attento ad assorbire le influenze architettoniche della città, nonché pronto a cercare di capire la questione del confessionalismo, del quindicennale conflitto civile, della memoria storica negata al Libano.
“Ecco il Burj al-Murr. Da qui le milizie musulmane e i Murabitun (nasseriani) sferravano gli attacchi all’Holiday Inn. Nel 1975 era la più elevata costruzione della città, progettato per essere un albergo. Da allora è un edificio incompiuto, tale qual era nel ’75. Era un punto strategico di notevole importanza. Il fuoco incrociato tra i due hotel si trasformò in una vera e propria battaglia: la Battaglia degli hotel (harb al-fanadiq) appunto, tra le prime fasi di guerra dal 1975 al 1976”.
“Siamo sulla linea di demarcazione, il khatt at-tamass, che divise Beirut in due distinte entità geografiche: Beirut Est, a maggioranza cristiana, e Beirut Ovest, prevalentemente musulmana”. Ascoltano attenti e porgono continuamente domande circa la presenza di diciotto comunità diverse nel Paese, i rapporti atroci col vicino Israele, l’attuale compagine di governo, vicina alla Siria.
E mi chiedono dei Beirut suqs: “Letteralmente i mercati di Beirut, ma nulla hanno degli antichi aswaq di un tempo, di cui rimangono solo i nomi”. A firma dell’architetto Rafael Moneo i suqs (plurale inglese su un termine arabo!) sorprendono Einaudi, che dimostra parecchia attenzione alle architetture cangianti della città.
Continuiamo verso la vecchia sinagoga “in funzione sino al 1982, anno del devastante attacco israeliano. Non possiamo fotografarla”, ma il militare ci accorda di fare le riprese accanto ai pannelli dei progetti dell’architetto italiano Giancarlo De Carlo.
Arrivati al downtown della città, mostro il palazzo del parlamento, la centralissima Place de l’Etoile, a sei braccia ma non otto (come vorrebbe una perfetta riproduzione delle piazze in stile francese), la cattedrale greco-ortodossa di San Giorgio e quella greco-cattolica di Sant’Elia. Tappa al Vergin Megastore (ex Teatro dell’Opera!), costeggiamo il mausoleo di candidi tendoni sotto il quale riposano le spoglie dell’ex primo ministro Rafiq Hariri, assassinato il 14 febbraio del 2005 di fronte all’ hotel Saint George.
E, all’ombra dei minareti dell’imponente moschea Muhammad al-Amin dall’enorme cupola turchina, mi chiedono cosa sia “quell’altra cupola grigia?”. “Andiamo. Forse la guardia ci farà entrare. Un tempo era il celebre City Center Cinema, in funzione sino al 1976. Oggi carcassa affumicata, una delle più visibili cicatrici di guerra della città. Strappato alla follia di abbattimento-ricostruzione avviata dalla società finanziaria Solidere (della famiglia sunnita Hariri) rimane così, quale monumento di guerra. Silente e distrutto”.
Entriamo, la guardia è clemente (o forse solo disinteressata). I volti si trasformano. Incuranti dell’acqua sporca, dell’immondizia e dei calcinacci, Einaudi, il manager e il reporter salgono con me le scale, sino in cima, di fronte al vecchio schermo, ai posti a sedere alle fessure dalle quali compaiono la moschea da un lato, e i ruderi della chiesa di San Vincenzo (kniset Mar Mansur), divelta e scoperchiata, dall’altro.
Continuano a farmi domande mentre si girano le riprese. Notando una palese stanchezza di Einaudi propongo solo lo scorcio finale di una passeggiata nel quartiere cristiano di Gemmayze, sino alla scalinata di San Nicola che si arrampica sino al più borghese quartiere di Ashrafiyye, via Sursuq. Einaudi s’interessa d’antiquari e forme degli edifici antichi.
Li accompagno al taxi, concordando la tariffa. E, in serata, ci rivediamo tutti in abito scuro e tacchi alti al Grand Serail, palazzo di governo, per l’elegante evento musicale del maestro. Seguito dal rinfresco e dalla cena, abbiamo l’opportunità di godere ancora della presenza di Einaudi. Umile, talvolta velato di un so che di timidezza, sorride spesso e si sorprende, curioso chiede a me i nomi delle pietanze arabe e risponde senza scomporsi delle domande che tutti i commensali gli porgono.
Mattina successiva, è il 22 novembre, giorno dell’Indipendenza, siedo con Einaudi, davanti ad un te caldo al Four Season. ”Prima di venire qui non avevo idea che il Libano così vicino ad Isreale. Son rimasto colpito, Beirut, senza posti di blocco, disterebbe due ore circa da Gerusalemme”, mi dice.
I carri armati e i mezzi blindati sfilano rumorosi sotto di noi, sfoggiando la capacità militare dell’esercito, vanto del Paese nella Resistenza contro Israele, e i fumi neri dei carburanti che usano. Con le nostre voci sopraffatte quasi dal frastuono dei blindati, decidiamo per una passeggiata nella Corniche: fiore all’occhiello della Beirut marina, col suo nuovo water front e l’eterogeneità umana che vi passeggia.
Sotto il faro a guardare il mare, mentre ci dividiamo la tipica ciambella di pane al sesamo (kaak). Sino all’Università Americana e al modaiolo quartiere di Hamra. Ma è già giunto il momento di andare: aereo per Roma, poi un giorno di pausa a Milano, per riprendere la tournée verso Zurigo, in una grande chiesa, mi sento dire.
L’abbraccio e il sorriso di chi ha saputo apprezzare la mia Beirut chiudono la mattina, davanti al mare.




Difficile trovare un articolo piu’ banale di questo: peggio perfino del concerto del sopravvalutato pianista.
Siamo un po’ stufi di leggere le solite storielle melense su Beirut, e tra l’altro la sorpresa dell’Einaudi nello scoprire la vicinanza della città con Gerusalemme denota una scarsa conoscenza della geografia di base, piuttosto che un vivo interesse per il Medio Oriente. Il concerto poi è stato veramente noioso, molte persone (forse quelle rimaste lucide) non vedevano l’ora che finisse e la fila dietro di noi borbottava “khalass” all’inizio di ogni nuovo pezzo…
De gustibus. Penso si sia voluto dare un semplice resoconto di una visita di un artista nella capitale libanese.
Beh, per essere un resoconto mi sembra che i toni usati siano un po’ troppo soggettivi…
Cara Luigina,
scusandomi per il ritardo della risposta ti scrivo, tentando di spiegarti e argomentare sui punti che sollevi.
Soggettività, forse inevitabile dato che ho avuto l’incarico di accompagnare l’artista per una città che mai aveva visto, tentando di proporgli un itinerario carico di significati storici, relativi precipuamente alla guerra civile che ho studiato, di cui ho fatto ricerche..per dirti che la mia personale esperienza di studio e scrittura della storia, della città, delle faglie confessionali hanno fatto si che la dimensione soggettiva prevalesse, nel raccontare le giornate con Einaudi.
Concerto, in tanti hanno apprezzato, altri no. Normale mi pare, no? L’arte non è mai univocamente percepita, accolta allo stesso modo.
Banalità: non voleva essere un’analisi politica ma solo una pagina di diario beirutino, senza scintille o effetti speciali. Una passeggiata, una fugace impressione dell’artista. Nulla di elevato o eccelso, solo due giornate che percorrevano il khatt at-tamass e altri luoghi di guerra; o meglio luoghi vissuti da chi mai nella vita, forse, si è interessato, ed è stato bello aprire delle finestre sulla Beirut che noi conosciamo, viviamo nel quotidiano.
In attesa di un tuo riscontro, Luigina, ti ringrazio davvero per le critiche e l’attenzione data all’articolo. Importante per chi scrive è avere sempre l’opinione dei lettori.
Gentile Roxanne,
visto che come ammette non c’era niente di elevato ne’ di eccelso perche’ scrivere simili … ?
se l’opinione dei lettori contasse davvero meta’ dei giornalisti in carica e degli scrittori paludati venderebbe la frutta o forse nemmeno quella perche’ i clienti cambierebbero banco o negozio.
La sua difesa e’ ancora piu’ patetica dell’offesa, mi riferisco all’articolo.
Gentile Arturo,
Sirialibano è una piattaforma aperta al dialogo in cui tutti stiamo cercando d’imparare, non essendo giornalisti di lunga data, di fama internazionale, le critiche ci aiutano, ma non le offese, mi permetta.
Eppure non pensavo che un semplice resoconto beirutino potesse risultare offensivo nei suoi confronti.
SiriaLibano ha diversi tipi di lettori e anche diversi tipi di collaboratori. Ciascuno autore porta un po’ della sua soggettività, del suo sguardo, sulle realtà del Bilad ash-Sham. E ciascun lettore apprezza o critica a seconda delle sue esperienze e delle sue sensibilità. Se Arturo non ha apprezza un simile racconto, critichi pure, ma nel rispetto del lavoro di chi, seppur giovane e alle prime armi, si impegna nel riportare impressioni e immagini.
Io trovo banali le critiche. 1) si tratta di un blog; 2) si puo’ restare cortesi e civili, ma soprattutto 3) ad altri lettori la pagina di diario, telle quelle, piace. La diaristica e’ una componente nobile della letteratura, e credo che abbia diritto di cittadinanza sui blog in italiano.
Trovo che la parte migliore di questo sito sia proprio nella dedizione con cui riflette l’amore viscerale di tanti orientalisti ed arabisti per Beirut, per il Libano, per Damasco e per la Siria. L’entusiasmo di Roxanne e’ condiviso da tanti, che non smettono di trovare nuovi incantesimi nelle pieghe di questa citta’. Su sirialibano, le descrizioni della citta’ di Beirut sono precise. Sui grandi quotidiani italiani, si leggono mostruosita’ del tipo “l’acqua del mare che si riflette lungo cornice al Mazraa”, oltre a discutibili analisi politiche ed grossolani errori sulla storia del Libano. Questo almeno non succede su sirialibano, che ho avuto modo di criticare duramente per l’orientamento politico monodirezionale di fronte alla crisi in Siria. Poi, sempre liberi di comprare le mele nel bancone di frutta accanto. Io stesso, ho smesso da alcune settimane di leggere gli articoli politici su sirialibano..
Per quelli c’è la Sana, che non è un blog ma la stimata agenzia ufficiale siriana.
Caro Lorenzo, hai centrato il punto. Chi si prefigge di fare giornalismo con approccio da storico dovrebbe leggere e soppesare tutte le fonti, soprattutto quelle che rappresentano una delle due parti in un conflitto civile. Nessuna vergogna a dire che consulto la stimata agenzia siriana, al pari della stimata agenzia del Qatar, e della stimata agenzia italiana, ove trovo impressioni e notizie ben diverse dalla Sana. I motivi per cui non leggo gli articoli politici di Sirialibano sulla Siria sono diversi, e non e’ il caso aprire in questa sede un discorso cosi’ lungo. La rispettive posizioni sono chiare, ci sono stati ampi momenti di confronto.
Ti ringrazio perché mi ricordi sempre come bisogna lavorare. E soprattutto come bisogna usare le fonti.
Prima di tutto, ringrazio Roxanne per avermi risposto. Vorrei poi precisare un punto fondamentale: ritengo che questo spazio sia interessante anche perché permette a tutti di scrivere, leggere e commentare liberamente. Leggendo l’articolo, non ho potuto fare a meno di pensare quello che ho scritto, e la mia perplessità sui toni soggettivi del racconto era la risposta al commento di Sveto che parlava di resoconto.
Per quanto mi riguarda, penso che scrivere una pagina di “diario” sia estremamente difficile, poiché spesso si tende ad andare alla deriva patetica o poco interessante… rendere universale una sensazione o un’immagine è dono di pochi.
Luigina,
i tuoi commenti, le tue impressioni sono per me una spinta a migliorare. Quando sono poi delle critiche pacate, mirate e lucide, come le tue, è interessante davvero leggerle.
A Cafe79. Continui ad accusarmi perché non baso i miei scritti su tutte le fonti. E ti sbagli. Esempio: cerca la parola “Sana” su questo sito e vedrai quanto la cito. Puoi non esser d’accordo con la mia lettura della questione siriana e di certo hai i tuoi motivi per esserlo, ma non è corretto spostare il discorso sul metodo. Anche perché oltre a non conoscere se non dall’esterno il mio lavoro, hai più volte dimostrato di conoscere poco la realtà siriana e soprattutto la storia dell’attuale regime. Quando ti avevo fatto notare queste cose, come un bimbo avevi chiuso la porta dicendo: “non scriverò più su questo sito”. Poi, ora, per difendere uno scritto che ti stava a cuore, sei tornato. Ma non ti sei limitato a fare l’avvocato difensore, no, hai dovuto riprendere la polemica. In modo poco elegante.
Vorrei tornare all’oggetto del punto di partenza: l’articolo.
Credo che si possano trovare criteri per distinguere la buona lettura dalla buona e acuta scrittura: non sempre questi parametri possono essere invertiti e qualsiasi prodotto finale ha diritto a un commento. Uno si aspetterebbe questo rigore nel far rispettare un livello soglia dalla redazione del sito.
Per evitare fraintendimenti fra i significati delle parole e il tentativo di voler camuffare la banalita’ con l’idea della soggettivita’.
Per fortuna sirialibano regala altre cose da esplorare. Buona giornata.
Gentile Arturo,
noi di SiriaLibano non attendiamo che un vostro riscontro, come le ho detto ciò aiuta a migliorare, affinare le capacità di scrittura, comprendere dove si è in errore.
Lei trova banale l’articolo, accetto che lo dica. E nei prossimi pezzi tenterò di ovviare a questo.
Buona esplorazione e buona giornata a lei.
Arturo, e’ un capolavoro! criteri, parametri, invertiti, prodotto finale, rigore, livello di soglia, fraintendimenti, tentativi. Il tutto per spiattellarci un’ideuzza striminzita: “camuffare la banalita’ con l’idea della soggettivita’”. Che tu trovi la soggettivita’ di Roxanne banale l’abbiamo capito dal rigo uno. Amen. Visto che assegni patenti di banalita’, mi prendo la liberta’ di dirti che il tuo discorso, circolare e farraginoso, e’ banale. cordialmente.
Cotanti commenti mi spingono a dire la mia! Senza offesa per nessuno… sostituiamo “pittura” con “scrittura”, e voila’, son d’accordo con Picasso
“…Che storia spaventosa. Si crede sempre che fare un dipinto sia fare pittura… E tuttavia è sempre peggio di una condanna a morte. E’ anche una condanna a morte.” ( PABLO PICASSO)