Massacri confessionali e tribù. La Siria dell’est

Il presunto eccidio confessionale di Hatla sembra essere strettamente connesso ai recenti fatti di Qusayr e Baniyas. Esiste una soluzione per riassorbire l’integralismo delle brigate straniere nell’est, i recenti scontri tra Jabhat an Nusra e i clan tribali sono un esempio di questo fatto.

(di Alberto Savioli). Tra i diversi motivi che hanno impedito un maggiore coinvolgimento dei Paesi occidentali nel conflitto siriano, vi è la paura che le armi possano finire in mano a gruppi jihadisti.

Da più di un anno diversi analisti hanno criticato l’Occidente per la sua politica immobilista, sostenendo invece che la mancanza di un maggior coinvolgimento europeo e nord-americano (non si parla necessariamente di intervento armato) avrebbe favorito i gruppi salafiti, finanziati dai paesi del Golfo, a scapito delle brigate con tendenze meno estremiste.

Le stragi confessionali operate dal regime siriano nella regione costiera (Banyas) poche settimane fa, in cui sono morte quasi 200 persone colpevoli di essere sunnite in un’enclave alawita, assieme ai più datati massacri di Hula (Homs) e Halfaya (Hama), sono la premessa a quanto sta accadendo nella Siria dell’est e a quello che forse accadrà nella Siria di domani.

Martedì 11 giugno 2013 sono apparsi alcuni video in cui dei combattenti dell’Esercito siriano libero (Esl) della zona di Dayr az Zawr rivendicavano il “massacro” compiuto nel villaggio di Hatla, che sarebbe stato commesso a scapito della comunità sciita. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani sarebbero morti 60 sciiti e almeno una decina di ribelli.

La strage è stata successivamente messa in dubbio da varie fonti, i Comitati di coordinamento locali in Siria parlano genericamente della liberazione di Hatla; da più parti si sta sostenendo che gli uccisi siano dei miliziani pro regime morti nello scontro a fuoco con brigate di ribelli. Dai video è possibile accertare la presenza di 4-5 uomini uccisi.

In quest’area tribale a prevalenza sunnita, è raro trovare dei villaggi sciiti (a differenza della Siria centrale). Secondo alcune notizie non verificate e non verificabili, qui alcuni membri del villaggio di Hatla appartenenti alla tribù dei Baqqara, si sarebbero convertiti allo sciismo attorno agli anni ’90 a seguito dell’opera di proselitismo degli sciiti del Kuwait.

Nei filmati (12) appare chiara la connessione tracciata da questi combattenti sunniti tra lo sciismo, la comunità alawita al potere, identificata nel presidente siriano Bashar al Asad, gli iraniani e il partito libanese Hezbollah, colpevole ai loro occhi di aver aiutato il regime nella recente riconquista della città di Qusayr (Homs).

Nei video in cui si mostra la “caccia all’uomo” a Hatla, non compare mai la bandiera con le tre stelle dell’Esl, ma quella di Jabhat an Nusra e dello Stato Islamico dell’Iraq (min. 3.30). Nell’aprile scorso, Abu Baqr al Baghdadi, il sedicente leader di al Qaeda in Iraq aveva annunciato l’unione tra Jabhat an Nusra e lo Stato islamico dell’Iraq sotto il nuovo nome di “Stato Islamico dell’Iraq e di Sham (Levante)” (Isis).

In un secondo filmato, un uomo con la barba lunga e un accento della zona di Dayr az Zawr, accusa i kuwaitiani, responsabili secondo lui di “non aver ucciso gli sciiti da voi. Quelli sono responsabili di diffondere lo sciismo da noi… Non ci siamo ribellati perché abbiamo fame, ma perché la nostra fede è stata violentata!”.

Un altro video (min. 2.10) mostra un uomo armato che conduce fuori da una casa un quadro con la raffigurazione di Husayn [“martire” a Karbala e figlio di ‘Ali, il primo imam per gli sciiti], e dice: “questa sarà la vostra fine, Asad e Nasrallah”, rivolgendosi al raìs siriano e al segretario generale di Hezbollah. “Trasformeremo le vostre moschee e husayniyat [luoghi di ritrovo e meditazione per gli sciiti] in moschee sunnite”, aggiunge l’uomo presente nel filmato.

Nello stesso video, appare un altro individuo che dichiara: “Siamo la brigata Jund ar Rahman (Soldati del Misericordioso) nella regione di Dayr az Zawr. E assieme ai jihadisti di Dayr stiamo ripulendo la città di Hatla”. Nel filmato si vede un uomo che sul tetto di una casa sventola la bandiera dello Stato islamico dell’Iraq.

Un altro ancora dice: “Andiamo a casa di Nasrallah, questa è la prima vendetta per quanto è successo a Qusayr!”. E un altro: “Per la gente di Banyas!”; e ancora: “Questa è la distruzione che abbiamo inflitto alle case degli sciiti, dei nusairi [termine, oggi con accezione dispregiativa, con cui fino al 1920 si indicavano gli alawiti] e dei magi [riferito agli zoroastriani]”.

Perché solo ora viene colpito questa località sciita nel cuore sunnita della regine di Deyr az Zawr? Dalle dichiarazioni di questi ribelli appare evidente  la volontà di rappresaglia contro i nemici iraniani e libanesi in seguito ai recenti fatti di Qusayr e Baniyas.

Contestuale a questa strage è la dichiarazione dello shaykh Shafi Hajami al Kuwayti [il kuwaitiano], di fronte all’ambasciata libanese di Città del Kuwait: “Non siamo quelli che parlano senza agire! Oggi abbiamo conquistato Hatla e abbiamo macellato i malvagi con i coltelli, così come avete fatto con i nostri bambini e le nostre donne a Qusayr. Abbiamo trucidato un vostro simbolo, il malvagio Husayn di Hatla (non vi sono conferme, ma secondo alcuni sarebbe un dignitario sciita locale), abbiamo trucidato anche suo figlio”.

Lo shaykh parla con alle spalle un cartello denigratorio nei confronti di Hezbollah [lett: il Partito di Dio] con su scritto invece “Hizb ash shaytan” [il Partito del diavolo]. Su un sito Internet  simpatizzante dello shaykh aleppino ‘Adnan ‘Ar’ur, in esilio da molti anni, si sostiene che l’attività dello shaykh Shafi Hajami sia quella di raccogliere in Kuwait finanziamenti per l’Esl.

Quello che appare sempre più evidente è che la miccia confessionale è già stata accesa. Il blocco Russia-Iran-Hezbollah ha fatto la scelta di sostenere la dittatura di Asad, i paesi del Golfo quella di sostenere le brigate islamiste.

I legami tra il jihadismo iracheno e siriano sono stati stretti. L’immobilismo americano e occidentale di questi due anni non ha giovato alla situazione siriana. Il popolo siriano è stato abbandonato due volte, prima nelle mani del regime e ora nelle mani del jihadismo.

Qualche mese fa ho scritto (Limes cartaceo, n°2, marzo 2013: Guerra mondiale in Siria) che funzionale al blocco dell’estremismo nell’est del Paese, poteva essere l’alleanza con le tribù beduine locali, anche attraverso il tramite dell’Iraq, su modello di quanto fatto dagli americani in Iraq, con la creazione dei sahwa. Questi sahwa detti anche consigli tribali anti al Qaida, furono formati da Petraeus nell’operazione the Surge tesa a sconfiggere al Qaida in Iraq con mezzi locali.

Nella provincia di Anbar e in altre aree a maggioranza sunnita gli americani cercarono di togliere risorse alla base qaedista, pagando e armando le tribù che si schierarono quindi contro gli estremisti e formarono delle milizie (sahwa, in arabo è “risveglio”) che hanno avuto un ruolo decisivo nella sconfitta almeno parziale del fenomeno qaedista ad Anbar e altrove.

Le tribù infatti per cultura e tradizione sono meno legate all’elemento religioso e tendenzialmente più aperte rispetto ai gruppi sunniti di città. L’uso dell’elemento tribale nel fermare la deriva integralista in questa zona è un aspetto sottovalutato, ma che trova conferma in un articolo di un giornalista esperto di queste regioni, Hasan Hasan.

Hasan scrive di attriti e scontri avvenuti a Tibni, sull’Eufrate, nel mese di marzo scorso, tra le milizie tribali locali e alcuni miliziani stranieri di Jabhat an Nusra, tra le leggi non scritte beduine e la shari’a propugnata dai gruppi jihadisti.

In particolare, gli scontri sarebbero avvenuti tra la Jabhat an Nusra e il villaggio di Masreb (Tibni), controllato dal clan Assaad della frazione Bu Saraya della tribù Aghedaat che domina la zona.

Quando gli uomini della Jabha sono andati a Masreb per chiedere la consegna degli autori dell’uccisione di miliziani stranieri,  l’intero clan si è rifiutato di consegnare quelli che secondo la shari’a della Jabha sono colpevoli, ma che tali non sono secondo le norme tribali locali.

Nell’est del paese la Jabhat ha dunque compreso che ha bisogno dell’approvazione delle comunità locali per poter governare. Chissà quando gli attori occidentali capiranno che i clan tribali potranno essere utili a isolare l’elemento estremista e rendere più credibile la lotta contro Asad?