“Medio Oriente senza cristiani”?

(di Riccardo Cristiano, per SiriaLibano). Presentare a un sito di studiosi e specialisti delle questioni mediorientali un libro sul Medio Oriente scritto da un non specialista è materia delicata. Un’intrusione? Non penso, dal momento che “Medio Oriente senza cristiani?” è in realtà un libro che cerca una risposta a una domanda per me abusata ma importante:”i cristiani hanno un ruolo da svolgere nel Medio Oriente d’oggi?”. Dunque il libro non è sul Medio Oriente, ma sui cristiani.

Da vaticanista ha seguito le elaborazioni, sovente davvero illuminanti, che il mondo cristiano ha prodotto sull’arabismo. Il rifiuto, ad esempio, di considerarsi una minoranza, è stato l’architrave di questo pensiero, visto che da anni per le chiese orientali nella cultura e società arabe “l’islam appartiene ai cristiani quanto il cristianesimo appartiene ai musulmani.” E’ partendo di qui che ho voluto spiegare il mio convincimento: i cristiani hanno un ruolo, in quanto cristiani, e cioè quello di fare di tutto per evitare una guerra civile tra sunniti e sciiti.

Che ad iniettare la violenza produttrice di questa guerra civile non siano sunnismo e sciismo, ma gli artefici di piani politici egemonici o imperiali, è una costante storica. Ma la necessità resta e forse è anche un’urgenza perché nella devastazione sociale prodotta dai regimi totalitari, panarabisti e panislamisti, e aggravata dalla guerra del 2003, in campo è rimasto solo il settarismo. Si può uscire da questo vicolo cieco senza coinvolgere o ricorrere alle comunità?

Ecco, i cristiani come comunità a mio avviso hanno il vantaggio di essere comunità arabe senza eserciti, potenze, milizie di riferimento. Questa apparente debolezza può essere la forza per dire agli altri arabi e alla comunità internazionale: “vogliamo fare qualcosa?” L’idea-base per un negoziato di pace regionale, capace di mettere in crisi tutti gli egemonismi e tutti i terrorismi, di Stato e di stati, esiste, è l’idea che ha salvato il Libano, l’idea elaborata a Taif.

Molti, lo so, storcono il naso, dicendo che Taif è il comunitarismo; io non la vedo così. Taif è innanzitutto un progetto, basato in realtà su tre gambe: una formula per i vertici delle istituzioni che ponga fine all’egemonia di una sola comunità, qualunque essa sia, una camera eletta con sistema di rappresentanza diretta “one man one vote” che apra finalmente il confronto politico tra partiti politici e offra quindi i diritti agli individui, liberandoli dalla caserma delle appartenenze settarie, e un Senato eletto su base paritaria tra le confessioni in modo da rasserenarle tutte, garantire alle Comunità, tutte, che nessuno potrà più progettare di annientarle.

Questi ragionamenti sono il frutto di colloqui con arabi cristiani, che rifiutano di definirsi o farsi definire specie in via di estinzione e quindi da “proteggere”. Spero possa interessarvi leggerle. Per queste riproduco qui un breve capitolo del libro, quello sulle tribù di Karak; perché è troppo comodo pensare che con i musulmani esista solo il sistema delle minoranze protette. E’ una scorciatoia e una bugia. E la storia delle tribù di Karak lo dimostra.

«Nelle steppe isolate di Karak, in Transgiordania, un sistema sociale originale è perdurato dai tempi antichi fino al XX secolo», ha scritto su «L’Orient-Le Jour» Antoine Courban. «Lì l’ordine ottomano non aveva nulla di ottomano e ignorava la norma che stabilisce una stretta gerarchia tra “credenti” e genti del libro (ebrei e cristiani) ridotti a dhimmis, cioè minoranze protette. Le tribù di Karak erano organizzate in una federazione governata da un’assemblea formata da rappresentanti delle tribù federate. I rappresentanti potevano indifferentemente essere cristiani o musulmani.

Il parametro era il lignaggio e non l’appartenenza confessionale. La preminenza sociale era retta da un sistema fondato su origine e onore, senza alcun legame all’appartenenza confessionale. Alla base sociale del sistema c’erano gli esclusi, i nomadi e i neri. Costoro non potevano entrare nel gioco politico delle alleanze, né condividere il potere. Gli era proibito portare armi e possedere terre […]. L’ordine politico e quello tribale coincidevano in questa strana società. La convivenza, o il vivere insieme di Karak, andava ancor più lontano di quel che è andato dall’Andalusia al cuore della terra dell’islam. […] Non esiste alcuna coesione propriamente cristiana, generata dall’identità collettiva in quanto comunità religiosa, ma piuttosto una competizione permanente dove cristiani e musulmani giocano secondo le stesse regole di un gioco sociale nel quale le tribù, e non i gruppi confessionali, sono considerate come i soggetti concorrenti».

Molto spesso in questo sistema tribale erano i preti a svolgere le funzioni di qadi, giudici islamici, essendo tra i pochi alfabetizzati. Non c’è forse in questo strano sistema tribale una traccia del «vivere insieme» mediterraneo?

Le tribù e il tribalismo sono una realtà sociale di cui bisognerebbe tenere maggiormente conto quando si parla di Oriente. Anche per questo il passaggio dall’urlo «Dio è più grande» a quello «il popolo vuole» appare davvero epocale. Più che la supposta immodificabilità dell’islam sono state le atrocità della storia e la forza delle mitologie a rinviare questo appuntamento fino ai giorni nostri, tarpando le ali del riformismo sociale mediorientale. Cancellando dalla realtà storica dell’Oriente il costituzionalismo ottomano, una visione tanto ideologica quanto metastorica dell’islam ci ha convinto che con i musulmani sia possibile solo la formula delle minoranze protette.

Protette dal «Sultano», ma inferiori alla comunità musulmana, la cui legge ovviamente prevale quando un membro delle minoranze protette viene a contatto con un musulmano. Questo sistema ovviamente pone anche dei limiti ai cittadini di «serie b», impedendo loro di assumere alti incarichi o di svolgere determinate funzioni. Ma li fa «sopravvivere».

È davvero una dimensione «eterna e consustanziale» non all’«islam reale», quello di ieri o di oggi, ma anche a qualsiasi ipotetico islam di domani? Lo slogan «il popolo vuole» è il no più chiaro, e più forte, che sia stato detto, la risposta naturale e sincera a questa domanda.

Sebbene nessuno potesse sognarsi una rivoluzione che capovolgesse il mondo arabo in poche settimane, quel grido ha detto che un meccanismo si è rotto. Il fanatismo salafita da una parte, il nazional-socialismo dei regimi militari dall’altra (e il khomeinismo nel campo sciita) non riuscivano più a interpretare i poli della politica araba.