Odio siriano

Il malato fu fatto sedere sulla sponda del letto, e al di sopra del ginocchio fu stretto un legaccio, segno del giro che doveva fare il coltello. Il vecchio chirurgo tagliò, tutto intorno, la profondità d’un dito. […] Per ultimo si segò l’osso. Maroncelli non emise un grido. […]  V’era, in un bicchiere sopra la finestra, una rosa. “Ti prego di portarmi quella rosa”, mi disse. Gliela portai. Ed egli l’offerse al vecchio chirurgo, dicendogli: “Non ho altro da presentarle a testimonianza della mia gratitudine”.
Quegli prese la rosa e pianse.

 Silvio Pellico, Le mie prigioni (1832).

 

(di Alberto Savioli). Questo racconto, per noi consegnato ai libri di storia, rappresenta la realtà e la quotidianità per molti siriani. Allan, un amico appena tornato dalla Siria, dove opera come volontario negli ospedali improvvisati negli scantinati di polverosi palazzi di città, mi racconta con voce triste di operazioni e amputazioni senza anestesia (a causa della mancanza di farmaci), eseguite su pazienti per la maggior parte civili, donne, ragazzi e bambini feriti dai bombardamenti dei caccia di Asad.

Allan una persona istruita e più fortunata di molti siriani che assiste, ha deciso di dare una mano e rischiare la sorte nel territorio di una città che preferisce non nominare per questioni di sicurezza, si tratta di una zona parzialmente controllata dall’Esercito siriano libero (Esl), dove sono frequenti gli scontri con l’Esercito governativo siriano o con gruppi di shabbiha.

Allan si sposta spesso al seguito di un battaglione dell’Esl, mi racconta della presenza di molti volontari, combattenti musulmani stranieri che provengono dall’Europa, ci sono spagnoli, marocchini e soprattutto inglesi di origine pakistana, accorsi a dar man forte ai loro correligionari.

Nella zona in cui opera, la presenza di Jabhat an-Nusra e di gruppi affini è scarsa, mi dice che tra i combattenti dell’Esl e tra quelli di Asad, vige una sorta di rispetto cameratesco, anche gli interrogatori a cui ha assistito non sono degenerati in forme di violenza o torture.

Particolarmente odiati sono invece gli shabbiha, queste milizie paramilitari ben addestrate ed armate dal regime siriano, sono quelle che si macchiano dei crimini più atroci ed ingiustificati.

Racconta Allan: “siamo entrati in un villaggio dove c’era appena stato uno scontro a fuoco tra miliziani dell’Esl e un gruppo di shabbiha, questi ultimi erano stati tutti uccisi, si trattava di uomini quasi tutti palestrati, ben armati e in abiti civili, fatta eccezione per il giubbotto antiproiettile. Al di sotto del giubbotto indossavano delle maglie militari verdi o bianche con la foto del presidente, ma soprattutto sul bicipite avevano tutti un tatuaggio con la faccia di Maher al-Asad (comandante della Guardia Repubblicana e della Quarta divisione corrazzata che formano con la polizia segreta il cuore delle forze di sicurezza del paese, inoltre è fratello del presidente siriano Bashar al-Asad)”.

Qualche mese fa Allan si era recato in un villaggio di 20-30 case, appena liberato da un gruppo di shabbiha, aveva visto uscire da un’abitazione un soldato dell’Esl che si era messo a vomitare, altri soldati lo avevano poi invitato a entrare per vedere quanto era successo. Così Allan racconta la scena che aveva visto: “una giovane ragazza era seduta su una sedia, gonfia di botte, era stata violentata, in bocca aveva un panno che era servito per strozzare le urla, sulla testa reclinata all’indietro avevano conficcato un vecchio coltello da cucina”.

In un altro villaggio vicino a quella stessa località, Allan e dei combattenti stavano seduti in un campo incolto, ad un certo punto sono accorse delle donne dal villaggio, hanno chiesto ai combattenti dell’Esl di intervenire in aiuto dei propri uomini. Mentre entravano nel villaggio hanno visto un gruppo di circa venti shabbiha che lo stavano abbandonando, il tempo di voltare l’angolo della prima casa e questo è quanto si è presentato di fronte ai loro occhi: “20 uomini erano a terra con le mani legate, a tutti erano state mozzate le orecchie. Vicino ad uno dei cadaveri abbiamo raccolto un telefonino, era appena stato registrato un filmato, si vedevano gli uomini a terra mentre subivano l’amputazione delle orecchie e il viso di uno shabbih carico d’odio che mostrava le orecchie appena recise”.

Di recente ha scandalizzato il mondo un video amatoriale che mostra tale Abu Sakkar, un combattente dell’Esl mentre mostra il cuore di un soldato siriano appena ucciso, facendo il gesto di mangiarlo e promettendo la stessa sorte per tutti i soldati di Asad. A nulla è valsa la presa di distanza da questo gesto da parte degli alti quadri dell’Esl e nemmeno la “giustificazione” di Abu Sakkar che diceva di essersi comportato in questo modo per aver trovato nel telefonino del soldato ucciso, dei video in cui venivano violentate delle ragazze, uccisi dei bambini e poi bruciati, torturati degli uomini.

Il gesto di Abu Sakkar non ha certo nulla di umano, ma è il gesto di un singolo, un’operazione di gruppo invece è quella compiuta dai corpi speciali di Asad nei dintorni di Ras an-Naba e nel villaggio di al-Bayda (Banyas), tesa a “bonificare” (termine usato dai miliziani di Asad in queste operazioni) delle enclave sunnite in un territorio a maggioranza alawita. Le fotografie diffuse dagli stessi soldati di Asad li mostrano felici ed esultanti dopo l’operazione, tesa ad uccidere barbaramente civili innocenti la cui colpa era quella di essere sunniti. A Ras an-Naba e al-Bayda sono state uccise circa 200 persone: le forze di sicurezza di Asad sono entrate ad al-Bayda il 2 maggio, l’autostrada tra Latakia e Tartus è stata chiusa per isolare completamente Banyas, a Ras an-Naba le persone sono state sgozzate e i loro corpi bruciati. Un video che circola su youtube mostra il generale mercenario dell’esercito siriano, il turco Mihraç Ural da Hatay, conosciuto come Ali Kiyali, mentre mostra prima del massacro, chiare intenzioni confessionali di entrare a Banyas e ripulire etnicamente la città.

Perché il gesto truce di un singolo, Abu Sakkar, ha indignato il mondo, mentre il massacro confessionale di 1500 civili ha fatto parlare pochi? Perché tutti i giornali hanno scritto su Abu Sakkar e nessun giornale ha fatto un titolo sul video che mostra un soldato di Asad mentre decapita un combattente dell’Esl? (si sconsiglia la visione del video).

L’odio di Abu Sakkar nei confronti di chi violenta le donne, uccide bambini e tortura gli uomini, è presente negli occhi e nelle parole di molti combattenti, racconta il mio amico Allan, spesso l’odio verso Asad e i suoi soldati si trasforma in un odio confessionale, alimentato dallo stesso regime come nelle strage di Banyas, tesa a colpire la popolazione sunnita.

L’odio di molti siriani, è solo tristezza nelle parole di Allan quando dice: “posso capire l’odio di molti combattenti, ti voglio raccontare questo fatto, ci trovavamo a circa 500 metri da un villaggio e osservavamo col binocolo i movimenti di circa trenta shabbiha, c’era anche un carrarmato a protezione, non potevamo intervenire, ad un certo punto uscirono due shabbiha che trascinavano un bambino che si dibatteva, intervennero altri due in aiuto”, sai cosa vuol dire tenere un bambino che si dibatte e vuole scappare dice Allan, “probabilmente aveva rubato qualche cosa agli shabbiha, forse del cibo, quindi lo volevano punire, uno dei quattro prese un’accetta e tagliò gli avambracci al bimbo mentre gli atri tre lo tenevano fermo”! Il crimine più grande che sta commettendo Asad, superiore alla morte di 90.000 persone, superiore alle torture, superiore alla distruzione del paese (in co-partecipazione con combattenti stranieri venuti a creare un nuovo Iraq), è quello di seminare giornalmente l’odio confessionale tra i siriani, odio che sopravvivrà al clan degli Asad e alla dittatura.

Mi racconta ancora Allan, “lo scorso anno, ho assistito all’umiliazione a cui sono stati costretti dei soldati governativi da parte di alcuni ribelli” hanno fatto chiamare le loro famiglie a casa, dovevano far credere loro di aver catturato dei ribelli dell’Esl, “i soldati di Asad che in realtà erano prigionieri, chiedevano ai famigliari: cosa facciamo dei prigionieri? Alcuni rispondevano nulla, sono soldati come voi abbiate pietà, uno rispose, ammazzateli tutti! Il soldato il cui padre aveva detto ammazzateli tutti è stato ucciso davanti ai miei occhi”.

Quello che razionalmente non riusciamo a capire è l’odio e la violenza gratuita, verso i civili, soprattutto le donne e i bambini, ma la logica della guerra impone di creare un nemico e di odiarlo, la donna violentata diventa lo sfregio fatto al nemico, il bambino amputato o ucciso diventa un nemico di meno domani. Uccidere un proprio simile è sempre difficile, disumanizzare il nemico in questo senso è fondamentale, non saprei spiegare altrimenti la logica vile di un soldato, in questo caso dell’esercito regolare, che appostato al riparo di un muro compie il tiro al bersaglio su un gruppo di bambini che scappano.

Dalla Siria Allan, non ha portato solo odio e tristezza, ci sono state anche cose belle mi dice, gli occhi dei bambini quando portavo le caramelle, “c’era un bambino in particolare, era furbetto, mi aspettava sempre, lui sapeva che arrivavo con le caramelle; un giorno non c’era più ad aspettarmi, lo avevano appena seppellito. Ora non porto più caramelle, mi sono detto, sei tu Allan che porti sfortuna!”.