Padre Paolo a Beirut. “Si ascolti grido di libertà dei siriani”

(di Lorenzo Trombetta). “Cosa farà ora il mondo? Rimarrà a guardare?”: è questo il primo commento alla notizia della sospensione delle attività degli osservatori Onu in Siria, rilasciato oggi da Padre Paolo Dall’Oglio, appena arrivato a Beirut da Damasco e costretto, dopo trent’anni, a lasciare il Paese scosso da 15 mesi di repressione delle proteste e di conseguenti violenze.

Il gesuita romano, fondatore della comunità monastica di Mar Musa, nel deserto a nord di Damasco, si sente di essere al suo “primo giorno di esilio. ma il desiderio è grande di poter fare qualcosa per la Siria anche da fuori”, afferma parlando con l’ANSA nella prima intervista rilasciata in Libano.

Sulla sospensione odierna delle operazioni della missione Unsmis, Padre Paolo ricorda la sua recente esperienza di testimone diretto nella martoriata regione di Homs: “Avevamo già notato le settimane scorse sul terreno, che gli osservatori dell’Onu si vedono costretti a non cercare nemmeno di dissuadere, con la loro presenza, il conflitto armato. Si limitano ad andare a cose fatte, per raccogliere le prove dei crimini commessi. Anche perché viene loro impedito fisicamente di intervenire durante le operazioni”, afferma Padre Dall’Oglio, da molti anni impegnato negli sforzi per il dialogo islamico-cristiano.

E incalza: “Da oggi neanche questo è più possibile. La repressione continua come se nessuno documento sulla libertà di espressione fosse stato firmato. E l’opzione militare di repressione generalizzata di quella che è ormai una rivolta armata rimane l’unica scelta di cui il potere siriano sembra capace”. Damasco ha oggi però rinnovato le accuse a Paesi arabi del Golfo e occidentali di finanziare i terroristi islamici, che considera i primi responsabili delle violenze.

“Il giornalismo – ha commentato Padre Paolo – non deve lasciarsi andare all’istinto islamofobo e prestare orecchio a chi provoca gli istinti di un pubblico tendenzialmente pronto a credere a chiunque per confermarsi nell’opinione che questi arabi-musulmani sono incapaci di democrazia e non la meritano, e che devono essere dunque consegnati a esperti carcerieri perché possano tranquillizzare l’Occidente, a prescindere da qualunque principio morale”.

Tra un mese scadrà il mandato della missione Onu in Siria. “L’eventuale ritiro dei 300, numero talmente insufficiente da apparire simbolico, potrebbe segnare una rassegnazione dei partner della comunità internazionale alla logica della violenza generalizzata”, dice ancora Dall’Oglio.

“E’ probabile – riprende – che il potere siriano tenderà ad usare sempre più l’aviazione. L’uso degli elicotteri è già aumentato, e la tentazione di usare i cacciabombardieri per ‘farla finita’ è forte. Anche perché è forte la giustificazione morale (del regime): ‘Cosa hanno da insegnarci quelli che hanno usato l’aviazione contro la Libia e contro Gaza?’ “.

“A questo punto – conclude il gesuita italiano – il mondo si chieda se vuole riconoscere e ascoltare il grido di libertà e democrazia dei siriani. Sennò, ci saranno tanti giornalisti a pagamento pronti a trovare giustificazioni morali alla tragedia che ne seguirà “. (ANSA, 16 giugno 2012).