A Beirut… Paesaggi a due dimensioni

È già da un po’ di mesi che alla galleria Sfeir-Semler (Tannous building, Quarantina, Beirut) è di scena la mostra di Marwan Rechmaoui intitolata Landscapes.

L’artista ha lavorato su due progetti differenti ma interconnessi, almeno dal punto di vista della visualizzazione.

Il primo è un lavoro su una forma di rappresentazione cartografia estemporanea e originale inventata dagli abitanti dei campi palestinesi; il secondo un progetto sulle cluster bombs che devastarono il paesaggio del sud del Libano a partire dal luglio 2006: la messa in sicurezza totale dei luoghi ha preso un bel po’ di tempo ed è raccontata da Marwan in un trittico di tre grandi tele che si trova in esposizione.

Il lavoro sulla topografia dei campi inizia nel 2005 quando l’artista riceve una cartellina contenente una serie di disegni fatti da bambini, ragazzi e persone di tutte le età che hanno cercato di riprodurre a loro uso privato (un modo come un altro per raccapezzarsi) la planimetria del posto in cui vivono.

Queste mappe che non rispettano nessun codice rappresentativo predefinito, raccontano la vita privata dei disegnatori che su questi singoli fogli hanno tracciato il loro mondo individuale, annotando i posti che frequentavano e quindi di conseguenza le cose che facevano.

Marwan ha deciso di riproporre queste interpretazioni individuali dello spazio lavorando a una forma personale di riproduzione degli originali. Ecco che le tavole sono talvolta fotografate e ingrandite oppure riproposte dalla mano stessa dell’artista su supporti differenti: una lastra di cemento o di metallo, un sacco di juta, una tavola di legno che può essere anche semplicemente una porta.

Peccato non avere maggiori notizie sugli “artisti primitivi”, quelli che hanno inventato le mappe originali: ci sarebbero d’aiuto per capire la loro psicologia attraverso la loro rappresentazione personale dei luoghi, e viceversa.

Come una sorta di mappa del tesoro, le cartine ripropongono infatti un sistema informativo che appartiene alla vita di ognuno di loro: ci dice per esempio dov’è la casa dell’amico o semplicemente dove si trovano i negozi del campo. Questa dimensione narrativa acquista un elemento performativo con l’intervento dell’artista che riprende le mappe originarie e le ripropone su supporti e con modalità differenti, inventando un proprio linguaggio espressivo a partire da un linguaggio originario e originale.

Ogni abitante del campo ha visualizzato come meglio credeva il proprio quotidiano, sempre in bilico tra la chiarezza della comunicazione e l’astrazione. Si passa così dall’elencazione dei luoghi che formano il percorso esistenziale o quotidiano di ognuno a una trafigurazione in punti che rievocano le stelle di una costellazione: come si vede in uno dei quadri più belli della serie.

Il passaggio dalla terra al cielo si concorda bene con la seconda parte del percorso espositivo: quello dedicato alle cluster bombs. Marwan resta sempre nella rappresentazione bidimensionale e popola le pareti bianche immacolate di uno spazio chiuso su se stesso con le sagome dei diversi tipi di bombe che sono piovute sul sud. Gli ordigni planano come corvi neri annunciatori di morte, pronti per violenze future.

Il visitatore si ritrova di fronte agli stessi modellini – che ha appena visto sospesi nel cielo della stanza accanto – anche negli spazi successivi della galleria.

Questa volta però le bombe diventano parte di un catalogo che espone uno dietro l’altro i diversi tipi di ordigni. I modellini delle bombe, immagino in proporzioni reali e sempre raffigurati a due dimensioni, sono riprodotti su quadretti di alluminio: come oggetti in vendita per possibili acquirenti. Il supporto metallico e il disegno esatto delle cluster bombs, che si lasciano osservare come un catalogo di morte, riporta alla memoria l’immagine di tavoli anatomici, rievocando così un trapasso già compiuto.

Siamo di fronte a un’autopsia della bomba ben lontana dalla fantasia rappresentativa dell’anatomia dello spazio dei campi palestinesi riprodotta sulle pareti delle stanze precedenti. E questo voler limitarsi costantemente e rigorosamente a una rappresentazione a due dimensioni mi ha fatto venire in mente che tutto ciò che l’artista ha visto e ha riproposto non abbia la possibilità di gioire di un’altra dimensione spaziale o esistenziale che sia.

Landscapes si conclude il 24 marzo, orario di apertura dal martedi al sabato dalle 11 alle 6.