Processo Hariri, spunta il quinto sospetto Hezbollah

14 febbraio 2005, Beirut. Hariri e altre 22 persone muoiono in un attentato

(di Lorenzo Trombetta, Europa Quotidiano) Il movimento sciita libanese Hezbollah non è solo coinvolto nell’omicidio dell’ex premier Rafiq Hariri, avvenuto a Beirut nel 2005, ma in almeno altri tre della lunga e sanguinosa serie di attentati che hanno scosso il paese dei cedri dall’autunno 2004 al 2008.

È quanto emerge dal secondo atto di accusa che sarà a breve presentato dall’ufficio del procuratore generale, il canadese Daniel Bellemare, al Tribunale speciale per il Libano (Tsl) con sede in Olanda, che è incaricato di giudicare i presunti colpevoli dell’assassinio Hariri e dei crimini ad esso collegati.

Nel nuovo fascicolo, i cui contenuti sono stati anticipati a Europa da una fonte molto attendibile della magistratura libanese, è contenuto il nome di un quinto membro di Hezbollah assieme ai quattro già accusati nel giugno scorso da Bellemare di aver partecipato ai tre attentati contro l’allora ministro Marwan Hamade (1 ottobre 2004, ferito gravemente), l’ex segretario del partito comunista libanese George Hawi (21 giugno 2005, ucciso) e l’allora ministro Elias Murr (12 luglio 2005, ferito gravemente).

Il primo atto di accusa del Tsl, raccolto in oltre ventimila pagine di ricostruzione e allegati, aveva riguardato solo le persone coinvolte nell’assassinio di Hariri, identificate in Mustafa Badreddin, Salim Ayyash, Hussein Oneissi e Assaad Sabra. Badreddin aveva il ruolo di supervisore dell’attacco, Ayyash era invece il coordinatore della squadra di attentatori incaricati di eseguire materialmente il crimine sul terreno, mentre Oneissi e Sabra avevano il compito di creare e diffondere ai media la falsa rivendicazione attribuita a un fondamentalista islamico sunnita, sedicente membro di una sconosciuta sigla jihadista.

A questi quattro si aggiunge ora un quinto uomo di Hezbollah, di cui le fonti per il momento preferiscono non rivelare le generalità. Le stesse fonti affermano che il ruolo dei cinque indagati nei quattro attentati, compiuti nell’arco di ben nove mesi (da ottobre 2004 a luglio 2005), trova riscontro, tra l’altro, nei dati emersi da un complesso e dettagliato studio del traffico telefonico cellulare nei luoghi degli attacchi e negli orari a ridosso delle esplosioni.

Nell’attentato Hariri e negli altri tre, una serie di numeri telefonici ricorrenti aveva effettuato chiamate nei minuti precedenti l’attacco. Quei numeri sono stati in seguito associati ai cinque (e probabilmente anche ad altri) membri di Hezbollah, individuati con nomi e cognomi, perché tracce dell’operatività dei loro telefoni personali sono state rinvenute sui tabulati delle compagnie di cellulari libanesi accanto alle tracce della prima serie di schede telefoniche.

I quattro uomini accusati a giugno scorso non si sono ovviamente consegnati alla giustizia internazionale, né le autorità di Beirut hanno fatto qualcosa per arrestarli. D’altronde, chiunque abbia dimestichezza col Libano sa che il solo tentativo di metter le manette a un membro del Partito di Dio in territorio libanese porterebbe a una dura reazione militare della stessa milizia sciita. Il suo leader, il sayyid Hasan Nasrallah, che secondo le fonti giudiziarie locali era a conoscenza dei piani per uccidere Hariri e gli altri esponenti politici ostili all’influenza siro-iraniana in Libano, ha più volte affermato che il Tsl è tutta una montatura occidentale mirata a indebolire la “Resistenza” (l’ala armata di Hezbollah, alleato della Siria) e servire così gli interessi di Israele.

All’epoca dell’omicidio Hariri la Siria era la potenza dominante nel paese dei cedri. Da allora e fino al 2008 il regime degli al Assad è stato stato accusato da più parti di esser dietro il crimine, ma Damasco ha sempre negato ogni coinvolgimento. Nell’ottobre 2005, nel primo rapporto preliminare dell’inchiesta internazionale, allora guidata dal giudice tedesco Detlev Mehlis, alti ufficiali dei servizi di sicurezza siriani e libanesi erano stati indicati come mandanti ed esecutori dell’attentato.

Quattro generali libanesi filo-siriani erano stati arrestati il mese prima a Beirut e sono rimasti in carcere per quattro anni prima di esser scarcerati. D’accordo con il governo di Beirut, l’Onu aveva in seguito creato il Tsl, diventato però operativo solo il 1 marzo 2009 e presieduto per oltre un anno e mezzo dal giudice italiano Antonio Cassese, spentosi lo scorso ottobre.

In realtà, la notifica delle accuse contro membri di Hezbollah era stata anticipata già nell’estate 2008 da alcuni rapporti della stampa occidentale e dagli stessi vertici del movimento sciita, che a più riprese hanno invece tentato di dimostrare che a uccidere l’ex premier siano stati i servizi di sicurezza israeliani.

Rafiq Hariri era un noto alleato dell’Arabia Saudita, rivale dell’Iran. Il suo omicidio maturò in un contesto di crescente polarizzazione locale e regionale tra il fronte filo-occidentale e quello filosiriano e filo-iraniano. A settembre del 2004, dopo che l’allora presidente Usa George W. Bush aveva deciso di imporre sanzioni economiche alla Siria, il Consiglio di sicurezza dell’Onu approvò la risoluzione 1559 che, tra l’altro, chiedeva il disarmo di Hezbollah e il ritiro delle truppe siriane dal Libano dopo quasi trent’anni di tutela politico militare.

Nelle stesse ore in cui a New York si votava per la 1559, il parlamento di Beirut, dopo settimane di aspro braccio di ferro politico, decise per il rinnovo del mandato presidenziale a Emile Lahoud, allora capo di stato fedelissimo a Damasco. Fu il momento della svolta: Rafiq Hariri si dimise da premier e passò all’opposizione, assicurando che si sarebbe opposto con ogni mezzo politico a quello che fu definito “il golpe siriano” in Libano. Poco dopo, Marwan Hamade scampò per miracolo a un attentato dinamitardo.

Quello per cui ora sono indagati i cinque membri di Hezbollah e che fu solo il primo di una lunga serie di avvertimenti a chiunque tentava di mettere in discussione la Pax siriana in Libano e il predominio paramilitare imposto dal movimento sciita (Europa Quotidiano, 8 febbraio 2012).