Raid israeliani in Siria, l’altra guerra

(di Lorenzo Trombetta, Limesonline). Nessuno degli attori regionali coinvolti – direttamente o indirettamente – nei recenti raid aerei israeliani contro la Siria ha interesse a impegnarsi in una guerra aperta con i rispettivi nemici.Le dichiarazioni altisonanti di alcuni sono inversamente proporzionali alle loro intenzioni di dare fuoco alle polveri oltre i confini siriani.

L’incendio è in corso già da tempo in Siria. Proprio in virtù del fatto che la dimensione interna del conflitto si è col tempo arricchita delle dimensioni regionale e internazionale, gli attacchi aerei israeliani a ovest di Damasco fanno parte di un’altra partita. Una partita che si gioca da decenni e che non è legata direttamente alla lotta per il potere scoppiata nel 2011 in modo esplicito nel paese dominato da oltre 40 anni dalla famiglia Asad.

Le circostanze e i dettagli dei raid di Israele dei primi di maggio del 2013rimarranno a lungo avvolte nel mistero. Forse solo l’apertura, tra qualche decennio, di archivi di Stato o le rivelazioni di qualche politico ormai in pensione in un suo libro di memorie potranno confermare o smentire la pioggia di “informazioni” che “trapelano” da “fonti ben informate” citate dagli organi di stampa arabi, israeliani e occidentali.

Tutte le fonti concordano nell’indicare i luoghi degli attacchi aerei: un’area situata dietro il monte Qasiyun che sovrasta la capitale e che da decenni è stata scelta dagli Asad come retrovia super-protetta delle sue difese militari. La tv di Stato siriana ha mostrato le immagini del “Centro di ricerche scientifiche” di Jamraya “distrutto” dal raid. Quel che appare è un edificio in costruzione pesantemente danneggiato e un altro completamente raso al suolo. La tv non ha dato conto di eventuali vittime militari o civili.

Negli attacchi – nei quali secondo informazioni non confermate della tv di Stato russa sono stati uccisi circa 300 militari siriani – sono state colpite basi della IV Divisione dell’esercito e della Guardia repubblicana, dove erano custoditi sotto terra depositi di missili Sam-17, Scud-D, Yakhont e Fateh-110. Si tratta di armi che Israele considera altamente minacciose.

Il vero pericolo, come più volte hanno affermato gli israeliani, non è il regime degli Asad (che, libro di storia alla mano, è il miglior nemico dello Stato ebraico) ma sono gli Hezbollah libanesi. Già a febbraio scorso ad esempio, il ministero della difesa israeliano aveva affermato che i temibili Scud-D – con una gittata di 700 km e con la testata tradizionale sostituibile con altre più letali – erano arrivati dalla Siria al movimento sciita filo-iraniano.

È verosimile e comprensibile che in una situazione in estrema evoluzione a Damasco, l’Iran e il suo alleato Hezbollah stiano affrettando i trasferimenti di quel che rimane nei depositi siriani. Prima che sia troppo tardi. Per Mosca, Teheran e Beirut sud non è certo una buona idea lasciare i Fateh-110, gli Scud-D, gli Yakhont, i Sam-17 e quanto altro in mano a chi, prima o poi, prenderà il controllo dell’area a ovest della capitale.

D’altro canto, proprio a causa del caos siriano, Israele si prende delle libertà di azione che in passato non si sarebbe preso. Vero che negli anni scorsi ha compiuto almeno due raid aerei in territorio siriano, ma tre attacchi in cinque mesi (da gennaio a maggio) e due in 48 ore è una media piuttosto insolita. Se Hezbollah ha fretta di finire il trasloco da una palazzina che potrebbe crollare a breve, Israele ha altrettanta fretta di impedirglielo.

La costante è la guerra, non troppo fredda, che lo Stato ebraico e l’Irancombattono da tempo; nessuno parla più del drone decollato in Libano e giunto fin sopra i cieli di Haifa appena dieci giorni fa. La variabile è quel che succede a Damasco.

A Damasco, appunto, gli Asad esibiscono da anni lo stesso cartello fuori il negozio:”al prossimo attacco israeliano, risponderemo”, oppure “il prossimo attacco sarà considerato una dichiarazione di guerra”. Dopo i raid contro un presunto campo di addestramento a sud della capitale, dopo gli attacchi contro il presunto centro di ricerche nucleari nell’est del paese nel 2007, e dopo ben tre attacchi negli ultimi mesi, il presidente Asad ha fatto dire da “una fonte a lui vicina” e citata da un giornale straniero, il kuwaitiano ar Ra’y, che “la Siria ha inviato un messaggio agli americani, tramite i russi, in cui si avverte che al prossimo attacco israeliano la risposta sarà automatica”.

Perché Asad non è apparso in tv per rilasciare una simile dichiarazione? Perché ci si affida a un giornale straniero, che cita una fonte anonima, per ammettere che non si ha intenzione di rispondere adesso ma solo (e sempre) la prossima volta? E perché Asad avrebbe dovuto avvertire gli americani – tramite Mosca certo – di quel che farà in caso dell’ennesima aggressione israeliana? Non sono forse per Damasco gli americani (assieme a turchi, qatarini, sauditi e israeliani) gli autori del complotto universale contro il riformista, laico e legittimo governo del presidente Asad?

In questa rappresentazione qualcosa non quadra. Come non quadra il ragionamento di chi ha descritto Hezbollah e l’Iran sul piede di guerra aperta contro Israele per vendicare Asad. Il raìs di Damasco non è in grado di farsi rispettare da solo perché è impegnato a bonificare la patria dall’orda di terroristi-mercenari inviati da ogni angolo del pianeta? Ma anche l’Iran e l’ala armata del movimento sciita libanese sono impegnati, a vari livelli, a contrastare l’esercito di takfiri (apostati) che infestano la Siria.

Perché mai Hezbollah – non più al governo a Beirut, non più protetto a livello logistico e geografico dalla Siria, con una base che rumoreggia per il crescente numero di “martiri” uccisi nella regione di Homs – dovrebbe oggi aprire un secondo fronte col suo nemico di sempre, trovandosi accerchiato da est e da sud, e con i suoi rivali libanesi sostenuti anche dai sauditi ora più agguerriti? E perché mai l’Iran, alla vigilia delle elezioni presidenziali, dovrebbe desiderare di immergersi in un conflitto regionale dagli esiti militari e politici tutt’altro che scontati?

I raid aerei israeliani in Siria dei primi di maggio non saranno gli ultimi. Asad, finché terrà il negozio aperto, continuerà a esporre il solito cartello riuscendo però a prendersi gioco solo dei clienti di passaggio e senza memoria. L’Iran, la Russia, Israele e gli Stati Uniti, assieme ai loro rispettivi alleati regionali, proseguiranno a giocare le loro carte attingendo però da un mazzo siriano sempre più sparigliato.  (Limesonline, 8 maggio 2013).