Razzismo e barbarie in salsa libanese

(ANSA, 16 marzo 2012). Il suicidio di una domestica etiope a Beirut ha riacceso i riflettori sulle drammatiche condizioni dei lavoratori immigrati in Libano, spesso sottoposti a maltrattamenti e violenze secondo le denunce delle organizzazioni per i diritti umani.

Fonti mediche citate dalla stampa hanno detto che la donna, Alem Dechasa, 33 anni, si è impiccata nella notte tra martedì e mercoledì in un ospedale psichiatrico dove era stata ricoverata tre settimane fa dopo che una televisione di Beirut aveva trasmesso un video (vedi sotto) in cui si vedeva un uomo che la malmenava e la costringeva a salire su un’auto fuori del consolato etiope.

L’uomo, Ali Mahfouz, l’aveva poi fatta ricoverare in ospedale psichiatrico, affermando che la donna soffriva di disturbi psichici e aveva già tentato altre volte il suicidio.

Il console generale dell’Etiopia, Asaminew Debelie Bonssa, ha detto tuttavia al quotidiano Daily Star che il consolato ha sporto una denuncia contro Mahfouz, senza precisare le accuse che gli vengono rivolte.

Fonti della polizia e della magistratura, citate dallo stesso giornale, hanno detto che l’uomo è stato arrestato brevemente la scorsa settimana e poi rimesso in libertà. Si calcola che siano circa 200mila i lavoratori stranieri in Libano, Paese che conta in tutto circa quattro milioni di abitanti.

Spesso avviene che i datori di lavoro confischino il passaporto alle loro domestiche e le obblighino a rimanere sempre in casa, senza nemmeno un giorno di riposo alla settimana. In passato molti casi di suicidio sono già stati segnalati da organizzazioni per i diritti umani (ANSA, 16 marzo 2012).