Selvaggina da passo, sulle tracce di Nadine Labaki

Fermo immagine dello spot interpretato dalla LabakiNon è certo mia intenzione parlar male di un artista del calibro di Nadine Labaki. Ma seguire i passi di una che si domanda “e ora dove andiamo?” (mi riferisco al titolo del suo ultimo film, Halla’ la wein) mi pare così avventuroso che non riesco a tirarmi indietro.

Una delle ultime apparizione di Nadine, in veste di attrice che interpreta il ruolo di se stessa regista, è come testimonial della pubblicità del whisky Johnny Walker. Ignoro quanto le sia stato dato per l’ingaggio. Mi limito a osservarla sul set ricreato per la pubblicità, e mi chiedo se non abbia accettato solo per restare dentro la metafora: probabilmente si sente davvero un’artista “in cammino” o forse “in volo”.

Per l’occasione Nadine si mostra durante le riprese di un film tra le rovine di Byblos con i soliti capelli accuratamente scomposti, tira un po’ di vento, una sciarpetta al collo come portavano i maestri del cinema d’antan, impermiabile alla Humphrey Bogart e maglietta a righe orizzontali stile Jeanne Seberg in A bout de souffle di Godard.

Gli occhi – diventati ormai il suo marchio di fabbrica – rigorosamente truccati. Sull’improbabile set, con una voce fuori campo (la sua), Nadine parla di sè e (si) racconta la solita storia.

Parla delle difficoltà della sua vita in carriera cresciuta in un piccolo paese: un punto sulla carta geografica, dice. Ci ricorda la sua condizione di donna, in un contesto ovviamente maschilista, lasciando intendere la sua tenacia, dimostrata non tanto per “arrivare” (perché lei appunto non si ferma mai) quanto piuttosto per affermarsi come autore e regista.

Eppure se si dà una rapida occhiata alla storia del cinema libanese degli ultimi anni non si può dire che manchino donne professioniste. Dopo Randa Chahal Sabbag, morta prematuramente nel 2008, la piccola produzione cinematografica libanese si avvale di firme di professioniste come Danielle Arbid, Jocelyn Saab, Ranya Stephan, e poi c’è sempre Joana Hadjithomas anche se è vero che lavora con Khalil Joreige.

E all’ultimo Torino Film Festival un’esordiente di Tripoli, Rania Attieh, che filma in coppia con Daniel Garcia, un cameraman americano, ha avuto il premio speciale della giuria per Tayeb, Khalas, Yalla (Ok, Enough, Goodbye), presto in sala anche a Beirut.

Lo spot si chiude con Nadine su una gru, dietro una grossa macchina da presa, mentre sta facendo una mirabolante ripresa dall’altro: figura stilistico-cinematografica generalmente assente nel suo cinema.

Insomma invece di aspettare di vedere la prossima creazione della regista, proprio per renderle omaggio e situarla in un contesto analogo o anche più ampio di quel punto sulla carta geografica che l’ha vista crescere – o meglio lievitare – non sarebbe una cattiva idea lasciarla sulla gru davanti al mare di Byblos e dare al pubblico l’opportunità di farsi un’altra idea di cosa può essere il cinema.

Che non sia questo un buon modo per farla camminare poi davvero con i piedi per terra?