Siria, “più che le sanzioni poté la rivolta”?

Gli uomini d’affari e gli economisti siriani sono d’accordo sul fatto che è l’escalation della violenza nel Paese che penalizzerà l’economia più delle sanzioni economiche internazionali.

Se ad aprile, qualche settimana dopo lo scoppio della “rivoluzione”, il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) aveva ipotizzato tassi di crescita del 3% per il 2011 e del 5,1% per il 2012, nell’ultimo “World Economic Outlook” del 20 settembre l’Fmi ha previsto una possibile contrazione del prodotto interno lordo siriano pari al 2% quest’anno e una crescita del deficit dal 3,9% del Pil nel 2010, al 6,1% quest’anno.

Ahmad Malkani, uomo d’affari vicino alle posizioni del regime, dichiara alla Deutsche Presse Agentur (Dpa) che non sono le sanzioni, bensì la protesta in corso il vero problema dell’economia siriana: “Finora siamo sopravvissuti finora. Abbiamo subito altre sanzioni prima di queste. Ma è la violenza che queste bande usano contro il regime e contro la nazione che può seriamente danneggiare i nostri affari”.

E dello stesso parere è Louis Hobeika, economista siriano, secondo cui le continue violenze hanno “ridotto gli investimenti” e “danneggiato profondamente il settore turistico”.

Hobeika aggiunge che se è vero che la situazione generale è critica, l’esperienza passata dimostra che il regime può sopravvivere anche sotto embargo internazionale, perché “è ancora in grado di contrabbandare merci all’interno del Paese”. In questo modo – conclude con amarezza – le sanzioni “alla fine colpiscono il popolo, specialmente i più poveri, non il regime”.