SiriaLibano » Scontri http://www.sirialibano.com "... chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo..." Fri, 02 Dec 2016 12:52:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.1.34 "... chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo..." » Scontri no "... chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo..." » Scontri http://www.sirialibano.com/wp-content/plugins/powerpress/rss_default.jpg http://www.sirialibano.com/category/lebanon/clashes-lebanon Dieci anni fa – Beirut tra mare e montagna http://www.sirialibano.com/lebanon/dieci-anni-fa-beirut-tra-mare-e-montagna.html http://www.sirialibano.com/lebanon/dieci-anni-fa-beirut-tra-mare-e-montagna.html#comments Fri, 13 Feb 2015 22:39:38 +0000 http://www.sirialibano.com/?p=21916

(di Riccardo Cristiano, per SiriaLibano). Il quattordici febbraio del 2005 ho raggiunto la mia enoteca preferita a due passi dalla mia abitazione romana. Volevo una bottiglia di vino, o forse volevo parlare di Pantelleria, terra d’origine del mio vinaio. Di certo non pensavo, entrando, di trovare Luigi che ascoltava la radio annunciare che una gigantesca esplosione a Beirut aveva eliminato Rafiq Hariri.

Lui si è accorto che la notizia mi aveva lasciato attonito, e si è detto sicuro che nulla di grave sarebbe accaduto: un barcaiolo di Pantelleria anni addietro lo aveva colpito dicendogli che Beirut non sarebbe mai morta, “perché sebbene non  ci sia mai andato ho visto in tv che è appesa tra il mare e la montagna, come Pantelleria, e le città che vivono distese tra il mare e la montagna non muoiono mai”. Gli ho sorriso, e mi sono detto che comunque dovevo tornare di corsa a Beirut.

Arrivando davanti al cratere che indicava il luogo dell’attentato, davanti al vecchio Hotel Saint George e al suo Yachting Club, mi sono detto che più che un attentato quello era stato un atto di guerra. Beirut la conosce bene la guerra, meglio di me, che comunque proprio lì dove c’era il cratere causato dall’esplosione che ha ucciso Hariri avevo conosciuto la portata della guerra libanese. Il mio primo viaggio a Beirut  risale infatti alle elezioni del 1992, le prime dopo la guerra civile. All’Hotel Cavalier, a due passi da Hamra, dove vado regolarmente ancora oggi.

Ricordo benissimo quando arrivai al vecchio aeroporto, dove atterrai nella primavera di quel 1992: c’erano sale d’imbarco distinte per chi viaggiava in turistica e chi  in “business”, e anche a bordo si saliva con bus separati. Questo l’ho scoperto ripartendo,  all’andato ero troppo preso da altro:  viaggiavo con un collega e mi soffermai su quell’aria da bunker mezzo disfatto: fu il mio amico a soffermarsi a differenza di me sui ritratti di Assad, gli unici che si vedevano in aerostazione: “deve essere un candidato molto popolare”, mi disse.

Mi ricordo  la sua espressione fintamente seria, e le risate che seguirono. Non ricordo invece l’arrivo in albergo. E’ troppo impellente nella memoria l’immagine delle due bellissime e giovanissime colleghe libanesi che ci invitarono a bere qualcosa al Saint George Yachting Club. Dicemmo di sì, anche se solo arrivarci era un’odissea.

Crolli, devastazioni, strade interrotte, laghi improvvisi: raggiungerle al Saint George equivaleva a una dichiarazione d’amore. Ma la vera sorpresa fu varcare quel muro di copertoni, fango e antenne divelte e ritrovarsi su un bordo piscina tra inservienti in livrea e bottiglie di Chablis, ben fredde ovviamente, per quanto l’elettricità in città fosse un bene quasi sconosciuto.

Lo vedevamo bene la sera, io e il mio collega, barcollando nella flebile luce che il generatore riusciva a diffondere nell’hotel Cavelier, al di là della quale si vedevano i fuochi accesi dagli sfollati che popolavano i palazzi sventrati di Beirut. Questa doppia natura  mi ha accompagnato da allora e per sempre, a Beirut.

E’ questa doppiezza che ho temuto sparisse, quando nella bottega romana del mio vinaio ho sentito che avevano ucciso Hariri? La Beirut dei Suv e quella che fa un pasto al giorno per apparire ciò che non è: la Beirut velata e quella che si ricostruisce l’imene; la Beirut che parla tre lingue, ma che il sabato deve salire in montagna e scoprirsi tribale: la Beirut che non può dire una frase senza infilarci una parola francese e quella che guarda sempre e solo al-Manar. La Beirut vittima…e la Beirut carnefice.

Quell’atto di guerra dunque mi sembrò innanzitutto contro Beirut, poi contro la vittima. Accusato di affarismo, era stato lui, Hariri, la vittima, a ricostruire in modo discutibile il centro cittadino, restituendo a qualche passante lo stile ibrido, misto, del Naw Sharqi, e a tutti i cittadini  un luogo comune, da condividere e vivere insieme. Proprio quel centro era stato il nemico giurato di chi odiava la commistione, l’ibrido, la promiscuità, ai tempi della guerra civile, e infatti lo distrussero con ferocia.

E sempre quel centro, meno promiscuo ma comunque aperto, ha visto una nuova dichiarazione di guerra; l’assedio a mezzo di tende che Hezbollah pose formalmente al palazzo del Primo Ministro, ma in realtà alla vita promiscua del centro urbano riaperto, dove la sera arrivavano tutti, quelli con la barba e quelli con erre francese. Forse è per questo che andava chiuso. Anche quel tentativo di uccidere il centro di Beirut, non è completamente riuscito,  per fortuna, e tra mille difficoltà, mentre ovunque cresceva l’omologazione, a Beirut  resisteva la promiscuità, il Mediterraneo e la Montagna.

Alle volte ho pensato che Beirut ha paura di avere un’identità, la teme: cosa pensi  entrando in una caffetteria dove ti offrono ogni tipo di caffè, dall’espresso italiano a quello americano, ma non il caffè locale? Può dare fastidio, soprattutto se intorno l’identità sparisce davvero con infami grattacieli che soppiantano vecchie case a due pani, con balcone e le deliziose finestre a tre archi, Beirut-style.

Ma non è l’affarismo la morte di Beirut. L’affarismo è l’anima eterna: la morte sarebbe la fine della promiscuità. Quella che ho temuto di vedere nei marchi a fuoco imposti sulle strade di Hamra nel maggio del 2008, quasi quelle strade fossero bestiame che il nuovo padrone segnava per dire “siete mie”.  (14 febbraio, 2015)

]]>
http://www.sirialibano.com/lebanon/dieci-anni-fa-beirut-tra-mare-e-montagna.html/feed 0
Dahiye, uno sguardo particolare http://www.sirialibano.com/short-news/dahiye-sguardo-particolare.html http://www.sirialibano.com/short-news/dahiye-sguardo-particolare.html#comments Tue, 14 Oct 2014 09:13:27 +0000 http://www.sirialibano.com/?p=21373 Un'elaborazione grafica dell'autore

Armando Perna, fotografo italiano, nel 2013 è passato per Beirut. E per SiriaLibano. Mesi dopo è tornato. Con un libro dalla copertina verde. Si intitola Dahiye. E qui sotto lo presentiamo, usando le parole dello stesso autore. Il volume è consultabile a questo indirizzo. Le immagini sono precedute da una introduzione della “nostra” Estella Carpi, dal titolo: Migrations, Marginalization and Empowerment in Dahiye.

“Dahiye”è un progetto realizzato nel corso del 2013. Con il termine “Dahiye”(in arabo classico “dahiya”, lett. “periferia”) ci si riferisce all’area suburbana meridionale di Beirut. Questa è divenuta nota presso l’opinione pubblica nel corso della guerra condotta da Israele in Libano nel 2006. Dahiye infatti, essendo la roccaforte di Hezbollah, è stata la zona della città più colpita dai bombardamenti dell’aviazione israeliana.

Abitata originariamente da libanesi cristiani, la cintura meridionale di Beirut ha visto con il tempo il massiccio afflusso dei profughi della “Nakba”palestinese (1948), ma soprattutto dei profughi sciiti provenienti dal sud a seguito della prima invasione israeliana del Libano (Operazione Litani, 1978). La sostanziale incapacità del governo centrale di governarne la crescente espansione determinòil sorgere di insediamenti al di fuori di qualsiasi piano regolatore e privi dei servizi essenziali. Tale vuoto di potere fu ben presto colmato dai nascenti movimenti sciiti, in primis dal “Movimento dei diseredati”, fondato dall’Imam Al Sadr con lo scopo di organizzare e mobilitare la comunitàsciita, tradizionalmente ai margini della vita libanese. E’cosìche le organizzazioni riconducibili ai partiti Amal ed Hezbollah formano attualmente quello che gli antropologi definiscono “lo stato in un non stato”.

A causa della costante condizione di allerta e alle conseguenti misure di sicurezza (ogni punto di ingresso èpresidiato da un checkpoint), irrigidite nel corso del 2013 a causa delle inevitabili ripercussioni sul Libano del conflitto divampato nella vicina Siria, èsostanzialmente impossibile sviluppare un accurato lavoro di documentazione su Dahiye mediante strumenti “convenzionali”. Pertanto èstata una scelta obbligata quella di utilizzare un dispositivo nascosto attivato in remoto mediante un telecomando bluetooth. Il fatto di essere costretto a mantenere un’inquadratura fissa ha consentito peròla realizzazione di un lavoro estremamente rigoroso dal punto di vista formale, ottenendo un risultato che si discosta notevolmente da quanto ci si aspetterebbe da un dispositivo, il cellulare, nato per la realizzazione di immagini “istantanee”.

Le immagini dialogano in maniera diretta con dei frammenti estrapolati da una planimetria della città. Dal momento che la periferia di Beirut èsostanzialmente assente dalle mappe piùdiffuse della città, si può dire che in un certo senso la fotografia recupera la sua funzione naturale di strumento di lettura del paesaggio.

]]>
http://www.sirialibano.com/short-news/dahiye-sguardo-particolare.html/feed 0
In un mondo senza mappe http://www.sirialibano.com/siria-2/in-mondo-mappe.html http://www.sirialibano.com/siria-2/in-mondo-mappe.html#comments Tue, 05 Aug 2014 18:02:34 +0000 http://www.sirialibano.com/?p=21046 «Ammuriya adesso è come quella sposa del villaggio: il denaro facile l’ha corrotta, falsata. Non ha trattenuto il passato e non è stata in grado di entrare nel futuro. Ha continuato a prendere in prestito dagli altri e ad accumulare. E non passerà molto tempo prima che scoppi di sazietà».

da Un mondo senza mappe, di Abd al Rahman al Munif


GONSALES, A. - Antwerpen, Michiel Cnobbaert, 1673.(di Zanzuna). La incontro ogni mattina: non si è mai interessata alla politica, ma soffre per i siriani. Lei è una ragazza libanese, sin dall’inizio a favore della causa e della rivoluzione siriana.

Ieri dopo aver seguito per tutta la notte le notizie provenienti dalla zona di Arsal in Libano, l’ho trovata che piangeva.

Da due giorni si combatte nella zona montagnosa di Arsal nel nord-est del Libano tra l’Esercito libanese e alcune brigate armate siriane.

Aresal, in aramaico significa “trono di Dio”. È stato il primo posto ad abbracciare i siriani in fuga dalle montagne del Qalamun in Siria.

Tutti parlano oggi degli scontri di Arsal, come se la storia fosse cominciata solo ieri. Ma da tempo la situazione lì non è normale. La storia non è cominciata quando gli uomini armati siriani sono entrati nella cittadina libanese di Arsal. È iniziata ben prima, da quando il Partito di Dio ha deciso di usare Arsal, “il trono di Dio”, come passaggio per entrare in Siria e difendere il regime siriano, presunto “baluardo” contro Israele.

In questi giorni sono stati diffusi filmati che mostrano alcuni membri dell’esercito libanese che dichiarano di voler disertare, perché si rifiutano di eseguire gli ordini di attaccare anche i campi profughi siriani a Arsal e di uccidere i civili, con la scusa che vi si nascondano uomini armati siriani.

Non si sa se questi video siano stati davvero girati dai soldati libanesi, o se invece i soldati libanesi siano stati obbligati a farlo sotto la pressione dei miliziani provenienti dalla Siria.

Lei, la ragazza libanese, oggi parlava solo di questo. E tra le lacrime mi diceva: “Noi non siamo come voi. Il nostro esercito ci protegge, non è come il vostro. Noi non possiamo dubitare del nostro esercito, perché se torniamo a imbracciare le armi, noi libanesi siamo finiti”.

Qui sono entrata in confusione. Un nodo alla gola. La voglia spontanea di dirle: “Non parlare male di noi”.
Ma come posso? O per meglio dire: perché mi sento umiliata se parla male dell’Esercito siriano? Io so bene che molti membri dell’Esercito siriano in questi tre anni si sono comportati come se appartenessero all’esercito di Asad, non della Siria. Perché mi sento umiliata? Nostalgia? Mancanza di un riferimento? Di un Paese? Di un’identità?

Sì, amica mia, siamo diverse. Il vostro esercito non è come il nostro. Ma sai? Il vostro esercito non conta tanto. Il vostro esercito non ha proibito a Hezbollah di entrare in Siria. Forse io e te dobbiamo studiare di nuovo la mappa. Perché forse non c’è il “nostro” e il “vostro”. E forse Mister Sykes e Monsieur Picot non sapevano che Arsal è l’abbraccio allungato del Qalamun. Perché a un certo punto i confini non contano nulla.

]]>
http://www.sirialibano.com/siria-2/in-mondo-mappe.html/feed 1
Processo Hariri al via. Nove anni dopo http://www.sirialibano.com/short-news/processo-hariri-al-via-nove-anni-dopo.html http://www.sirialibano.com/short-news/processo-hariri-al-via-nove-anni-dopo.html#comments Wed, 15 Jan 2014 13:32:11 +0000 http://www.sirialibano.com/?p=19164 Gigantografia dell'ex premier Rafiq Hariri(di Alberto Zanconato, Ansa). Un’occasione per cominciare a fare chiarezza su una stagione di violenza che da dieci anni e’ tornata a scuotere il Libano, ma anche una possibile fonte di nuove tensioni nel momento in cui il Paese appare sempre più sull’orlo del baratro.

E’ con sentimenti contrastanti che i libanesi attendono l’apertura giovedì 16 gennaio all’Aja del processo per l’uccisione nove anni fa in un attentato dell’ex premier anti-siriano Rafiq Hariri. I quattro imputati – Salim Jamil Ayyash, Mustafa Amin Badreddine, Hussein Hassan Oneissi e Assad Hassan Sabra, tutti membri di Hezbollah – non compariranno davanti al Tribunale speciale per il Libano (Tsl) istituito dall’Onu.

Il movimento sciita ha infatti rifiutato di consegnarli, affermando che il Tsl è uno strumento delle politiche americane e israeliane. Latitante rimane poi un altro membro di Hezbollah, Hassan Habib Mer’i, l’ultimo a essere incriminato, la scorsa estate.

L’uccisione di Hariri, morto con altre 22 persone nell’esplosione di una potentissima autobomba il 14 febbraio del 2005 nella zona dei grandi alberghi di Beirut, avvenne nel corso di una campagna di attentati in cui furono eliminati diversi esponenti politici e giornalisti schierati su posizioni anti-siriane.

I servizi di sicurezza di Damasco furono in un primo tempo inseriti nella lista dei sospetti da parte degli inquirenti, ma il loro presunto ruolo non fu più citato dopo che, a partire dal 2008, gli Usa e la Francia erano tornati a dialogare col regime siriano. La reazione popolare all’attentato costrinse tuttavia la Siria a ritirare pochi mesi più tardi le sue truppe dal Libano dopo 29 anni di occupazione.

Le milizie di Hezbollah combattono ora in Siria al fianco delle forze del presidente Bashar al Assad mentre miliziani di organizzazioni estremiste sunnite si sono uniti ai ribelli. Il conflitto si e’ cosi’ esteso al Paese dei Cedri, che negli ultimi mesi e’ stato colpito di nuovo da un’impressionante serie di attentati.

Dall’agosto scorso almeno tre autobomba hanno provocato stragi nei quartieri meridionali di Beirut feudo di Hezbollah. Mentre altri attentati hanno preso di mira due moschee nella citta’ settentrionale di Tripoli, a maggioranza sunnita.

Il 27 dicembre scorso in un attentato nel centro della capitale e’ stato ucciso l’ex ministro Muhammad Shatah, braccio destro di Saad Hariri, il figlio dell’ex premier assassinato che in seguito ha a sua volta ricoperto la carica di capo del governo.

Il 19 novembre e’ stata presa di mira anche l’ambasciata dell’Iran, potenza regionale alleata di Hezbollah e del regime di Damasco.Due attentatori suicidi hanno provocato 25 morti.

Il caso contro i quattro imputati nel processo Hariri e’ “molto convincente”, ha affermato il rappresentante dell’accusa, il procuratore canadese Norman Farrell. “Le prove saranno presentate, le voci delle vittime saranno udite non solo dai libanesi, ma da tutta la comunita’ internazionale”, ha aggiunto Farrell in un’intervista al quotidiano di Beirut, The Daily Star.

Il procuratore ha rinnovato il suo appello alle autorità libanesi perche’ collaborino alla cattura degli imputati. Ma e’ ben difficile che ciò accada, vista la potenza militare di Hezbollah, la sua importanza come partito e la delicata fase politica che attraversa il Paese.

Dal marzo scorso, quando si dimise l’esecutivo guidato dal primo ministro Najib Miqati, il premier incaricato Tamam Salam cerca di formare un nuovo governo con la presenza sia di forze vicine al regime siriano e all’Iran sia di quelle del campo avverso, amiche dell’Arabia saudita. (14 gennaio 2014, Ansa).

]]>
http://www.sirialibano.com/short-news/processo-hariri-al-via-nove-anni-dopo.html/feed 0
Hezbollah, la guerra costa http://www.sirialibano.com/short-news/hezbollah-la-guerra-costa.html http://www.sirialibano.com/short-news/hezbollah-la-guerra-costa.html#comments Fri, 03 Jan 2014 08:56:14 +0000 http://www.sirialibano.com/?p=18874 Una delle immagini del luogo dell'esplosione del 2 gennaio 2013Il 2014 si è aperto a Beirut come si era chiuso il 2013: con l’ennesima autobomba che semina il terrore nella capitale di un Paese che, nonostante l’endemica instabilità e la vicina guerra siriana, è finora riuscito a non precipitare nel baratro di una guerra intestina generalizzata.

L’ultimo attentato è del 2 gennaio, alla periferia sud di Beirut, roccaforte di Hezbollah, colpita con una frequenza senza precedenti: quattro volte in cinque mesi. L’attacco non è stato ancora rivendicato ma due giorni fa fonti di stampa locali avevano annunciato l’arresto di un saudita, Majid al Majid, presunto leader di un gruppo qaedista che a novembre aveva rivendicato il duplice attentato contro l’ambasciata iraniana a Beirut.

Solo pochi giorni prima, il 27 dicembre, il centro della capitale era stato scosso dall’uccisione, sempre con autobomba, dell’ex ministro Muhamad Shatah – membro della coalizione politica anti-iraniana – e di altre cinque persone. In quel caso, Saad Hariri, capo della coalizione, aveva puntato il dito in modo implicito contro l’Iran e il regime siriano.

Secondo i bilanci ancora parziali riferiti dal ministero della Sanità la sera del 2 gennaio sono almeno cinque le persone uccise oggi nell’attentato suicida. I feriti sono oltre 70, ma alcuni di loro versano in condizioni molto gravi.

L’esplosione è avvenuta alle 16 locali – le 15 in Italia – in un’affollata e trafficata via ad appena 200 metri dalla sede dell’ufficio politico degli Hezbollah. Le prime ricostruzioni fornite dall’esercito affermano che un kamikaze a bordo di un’auto di grossa cilindrata si è fermato in doppia fila di fronte al ristorante Jawwad, in via Aarid, vicino a dove hanno sede diverse abitazioni di leader di Hezbollah, e ha poi azionato il detonatore della bomba di circa 20 chilogrammi di tritolo.

L’intero quartiere a sud di Beirut, noto come Dahiye (periferia), è controllato dalla milizia filo-iraniana, impegnata da oltre un anno con migliaia di suoi uomini a combattere nella vicina Siria a fianco del regime di Damasco. E per questo è entrata nel mirino di gruppi sunniti estremisti, sostenitori della rivolta anti-regime siriano.

A luglio scorso risale il primo attentato nella parte sud di Beirut. Ma il più grave si era registrato a Ferragosto, quando ben 27 persone erano state uccise in un’attacco analogo a quello compiuto oggi. Il 19 novembre un duplice attentato suicida contro l’ambasciata iraniana aveva ucciso 25 persone, tra cui l’addetto culturale iraniano e il capo della sicurezza della sede diplomatica, un dirigente militare di Hezbollah.

All’inizio di dicembre un alto membro del Partito di Dio, Hasan Laqqis, responsabile della fornitura in Libano degli aerei spia senza pilota (droni) di fabbricazione iraniana, era stato assassinato da sicari a Beirut. E pochi giorni dopo un’autobomba aveva preso di mira, per la prima volta, un campo di addestramento della milizia filo-iraniana nella valle orientale della Beqaa.

Tutti i leader politico-confessionali libanesi e lo stesso presidente della Repubblica Michel Suleiman si sono affrettati a condannare l’attentato, definendolo un colpo alla stabilità e alla “pace civile” di tutto il Libano. Trasversalmente, si sono tutti trovati d’accordo nel definire l’attacco frutto di un “terrorismo che non esclude nessun libanese”. (Ansa, 2 gennaio 2013).

]]>
http://www.sirialibano.com/short-news/hezbollah-la-guerra-costa.html/feed 0
Beirut, Le leggi del caos http://www.sirialibano.com/siria-2/beirut-le-leggi-del-caos.html http://www.sirialibano.com/siria-2/beirut-le-leggi-del-caos.html#comments Sat, 28 Dec 2013 12:01:31 +0000 http://www.sirialibano.com/?p=18775 (di Lorenzo Trombetta, per Europa). Anche il caos ha le sue regole. Anzi, le sue leggi. A Beirut, una di queste impone da circa dieci anni che chi si oppone all’influenza siro-iraniana sia punito con la morte. Violenta, ovviamente.

L’ex ministro libanese Muhammad Shatah, uomo di rappresentanza della famiglia Hariri sostenuta dall’Arabia Saudita, non è riuscito a scampare alla ferrea legge ed è saltato in aria ieri mattina nel centro ricostruito di Beirut assieme alla sua giovanissima guardia del corpo e ad almeno altre quattro persone. Shatah da oltre un anno rispondeva ai politici e ai giornalisti che in Libano volevano parlare con Saad Hariri, ex premier e leader della coalizione politica ostile all’Iran, al regime di Damasco e agli Hezbollah. Proprio per paura di essere ucciso in un attentato simile a quello che ha fatto fuori Shatah e che nel 2005 fece fuori suo padre Rafiq Hariri, Saad Hariri vive da tempo lontano dal suo Paese, tra l’Europa e l’Arabia Saudita.

L’uccisione di Shatah in un contesto regionale da più parti definito “caotico” a causa soprattutto del vicino e sanguinoso conflitto siriano, appare come un evidente messaggio agli Hariri e ai suoi protettori regionali e internazionali. Tra meno di un mese si aprirà all’Aja l’atteso processo contro cinque membri di Hezbollah accusati, in contumacia, di aver partecipato a diversi livelli all’uccisione di Rafiq Hariri nel febbraio del 2005 e a quella di altri personaggi politici e intellettuali anti-siriani libanesi.

Pochi minuti prima di morire tragicamente, Shatah aveva scritto sul suo profilo Twitter: «Hezbollah sta esercitando enormi pressioni per garantirsi quei poteri in affari di sicurezza e in politica estera che la Siria ha esercitato per 15 anni». Il riferimento era prima di tutto all’attuale braccio di ferro politico-istituzionale in corso da mesi per la formazione del nuovo governo libanese e all’altra contesa, avviata invece da poche settimane, riguardante la proroga o meno del mandato del presidente della Repubblica Michel Suleiman.

L’auto sulla quale viaggiava Shatah era diretta a una riunione del gruppo parlamentare dell’opposizione dominata dal partito Futuro della famiglia Hariri. Sul suo blog e nelle dichiarazioni alla stampa, Shatah non aveva mai nascosto il suo appoggio a una soluzione militare esterna contro il regime siriano del presidente Bashar al Assad. Come molti altri esponenti libanesi ostili agli Assad, l’ex ministro considerava la caduta del regime di Damasco un passo preliminare e necessario per la risoluzione dell’interminabile crisi libanese.

In questo senso la sua morte va letta nel più ampio quadro della contesa tra il fronte filo-saudita e quello filo-iraniano. Col sostegno della Russia, la Repubblica islamica e i suoi alleati arabi siriani, iracheni e libanesi, fanno di tutto per mantenere in Medio Oriente la loro supremazia, rilanciata nel 2003 dalla caduta del regime di Saddam Hussein a Baghdad e dalla consegna da parte di Washington all’Iran del piatto iracheno. Dall’altro lato del fronte, l’Arabia saudita – indebolita al suo interno da una difficile transizione di potere – tenta con fatica di guidare l’offensiva, ma si trova frenata da un’amministrazione americana priva di una strategia mediorentale a lungo termine e da alleati sunniti – Qatar e Turchia – con interessi non sempre convergenti.

Su una collina in apparenza al riparo dall’incendio regionale, Israele guarda i suoi nemici farsi la guerra. E gioca una partita tutta personale mirata a difendere il fortino. L’assassinio a Beirut il 4 dicembre scorso di un importante membro dell’ala militare di Hezbollah, Hasan Laqqis (incaricato di seguire il dossier delle forniture iraniane di droni anti-israeliani al movimento sciita libanese), sembra proprio inserirsi nella volontà dello Stato ebraico di approfittare del “caos” mediorentale per assestare meglio i suoi colpi. Secondo regole ben precise. (Europa Quotidiano, 28 dicembre 2013)

]]>
http://www.sirialibano.com/siria-2/beirut-le-leggi-del-caos.html/feed 0
Attentato a Beirut, la partita a scacchi continua http://www.sirialibano.com/short-news/attentato-a-beirut-la-partita-continua.html http://www.sirialibano.com/short-news/attentato-a-beirut-la-partita-continua.html#comments Fri, 27 Dec 2013 16:32:28 +0000 http://www.sirialibano.com/?p=18759 Con l’attentato compiuto il 27 dicembre 2013 a Beirut e nel quale è morto l’ex ministro Muhammad Shatah, membro della coalizione filo-saudita e ostile all’Iran, il Libano si conferma territorio aperto ai regolamenti di conti tra gli attori regionali e internazionali.

E il vicino conflitto siriano contribuisce a tenere alta la tensione in un Paese che da almeno dieci anni è tormentato dalla spaccatura politica e confessionale.

L’autobomba che ha fatto saltare in aria Shatah, la sua guardia del corpo e almeno altre quattro persone nel cuore finanziario e istituzionale del Libano, è l’ultima – ma solo in ordine di tempo – a esplodere dall’ottobre 2004.

La contesa tra asse vicino all’Arabia Saudita e quello dominato da Iran riguardava allora la decisione di prolungare il mandato del presidente Emile Lahoud, uomo di Damasco e ostile a Riyad. La prima vittima era un altro personaggio eccellente della coalizione anti-siriana: Marwan Hamade, anch’egli ex ministro libanese, si salvò per miracolo all’esplosione.

Dal 2004 sono state decine gli attacchi mirati contro personalità politiche e intellettuali anti-siriane in Libano, Paese che per 29 anni e fino al 2005 era rimasto sotto dell’influenza di Damasco. L’episodio più clamoroso è stato l’attentato mortale contro l’ex premier Rafiq Hariri, ucciso a poche centinaia di metri dal luogo dell’esplosione odierna.

Rafiq era il padre di Saad Hariri – attuale leader dell’opposizione parlamentare di cui faceva parte Shatah. Per l’uccisione di Hariri padre e per quella di altre vittime degli attentati compiuti dal 2004, il 16 gennaio prossimo si aprirà all’Aja l’atteso processo che vede alla sbarra, in contumacia, cinque membri di Hezbollah. Gli inquirenti avevano in precedenza accusato i servizi di sicurezza siriani.

Ma quando, dopo il 2008, Parigi e Washington erano tornate a dialogare col regime siriano, le sue presunte responsabilità nell’omicidio Hariri sono state dimenticate, mentre gli inquirenti hanno puntato il dito contro gli Hezbollah. Il movimento sciita è impegnato dal 2012 con migliaia di suoi miliziani nella guerra siriana a fianco del regime di Damasco e dei Pasdaran iraniani contro il variegato fronte di insorti, sempre più infiltrato da mercenari jihadisti e qaedisti.

È nell’attuale clima di polarizzazione confessionale sunno-sciita e di crescente instabilità che si inseriscono i più recenti attentati compiuti in Libano: contro la roccaforte di Hezbollah a Beirut (luglio e agosto); contro due moschee a Tripoli, porto sunnita settentrionale (agosto); contro l’ambasciata iraniana a Beirut (19 novembre) e contro un alto responsabile militare di Hezbollah (4 dicembre). L’uccisione di Shatah appare come l’ennesima mossa di una sanguinosa e interminabile partita a scacchi tra i giganti della regione. (Ansa, 27 dicembre 2013).

]]>
http://www.sirialibano.com/short-news/attentato-a-beirut-la-partita-continua.html/feed 2
Le (dure) lezioni di Beirut http://www.sirialibano.com/short-news/le-dure-lezioni-di-beirut.html http://www.sirialibano.com/short-news/le-dure-lezioni-di-beirut.html#comments Fri, 22 Nov 2013 16:15:53 +0000 http://www.sirialibano.com/?p=18235 Edificio distrutto dell'ambasciata Usa a Beirut, aprile 1983 (Wikipedia)(di Lorenzo Trombetta, Limesonline). “Beirut mi ha sempre dato dure lezioni sul Medio Oriente: stai attento a dove metti i piedi e alle leggi degli effetti collaterali”. A parlare è Ryan Crocker, uno dei diplomatici americani con più lunga esperienza in Medio Oriente.

Parole che sembrano risuonare in queste ore nei corridoi e nelle stanze dei bottoni dei vertici del sistema politico iraniano, all’indomani del duplice attacco suicida contro la sede dell’ambasciata della Repubblica islamica di Beirut.

Tra i 25 uccisi – per lo più civili libanesi – figura l’addetto culturale iraniano, hojatolislam Ibrahim Ansari, giunto in Libano da appena un mese. Sono morti nell’attentato anche otto miliziani di Hezbollah, tra cui il capo della sicurezza dell’ambasciata iraniana Radwan Fares (Hajj Rida) e tre suoi assistenti.

L’attacco all’ambasciata iraniana di Beirut segna più di un precedente: uno dei maggiori simboli del potere di Teheran nel paese dei Cedri non era mai stato preso di mira nemmeno durante gli anni della guerra civile libanese (1975-90); obiettivi iraniani, in generale, non erano mai entrati nel mirino in modo diretto ed esplicito durante l’aspra crisi politico-militare che ha dilaniato il Libano dal 2004 al 2008.

La novità è che l’Iran e i suoi alleati si sono tuffati a piedi uniti nella trincea siriana, dove non si combatte più soltanto per conquistare o difendere il potere a Damasco. Ma anche per mantenere posizioni acquisite da decenni (Iran e Russia), ora minacciate da una rivolta popolare gradualmente dirottata da attori esterni (Arabia Saudita, Qatar, oltre ai diversi sponsor di gruppi qaidisti), interessati più a indebolire i propri rivali regionali che a servire la causa dei siriani liberi.

Come il presidente siriano Bashar al Assad e il leader degli Hezbollah libanesi, il sayyid Hasan Nasrallah, hanno più volte ricordato, la guerra siriana è cruciale per gli equilibri del Medio Oriente [carta]. Non solo per il cosiddetto “asse della Resistenza” (Iran-Asad-Hezbollah), ma anche per chi da anni vede in questo asse un limite alla propria influenza regionale (Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Stati Uniti, Francia). Gli esiti del conflitto siriano sono determinanti anche per Israele, arci-nemico dell’Iran e del suo alleato libanese, ma di certo più a suo agio nel vedere Asad a Damasco che non jihadisti col coltello fra i denti a pochi metri dal Golan occupato.

A la guerre come à la guerre sembra dunque essere il motto di tutti coloro che, a vario titolo e con differenti gradi di coinvolgimento, si danno battaglia nei diversi scenari siriani: dentro e attorno a Damasco, sulle aspre colline del Qalamun, a Homs, nella regione dell’Oronte, ad Aleppo e nei suoi dintorni, sulle pendici montagnose di Latakia, lungo l’Eufrate e nella Jazira, a ridosso delle alture del Golan e nella pianura di Daraa.

Il graduale e crescente coinvolgimento di mercenari estremisti sunniti provenienti da ogni angolo del pianeta (mancano ancora quelli con passaporto marziano e lunare), assieme alla radicalizzazione in senso islamista dei ribelli siriani, è andato di pari passo con quello, altrettanto graduale e altrettanto crescente, dei miliziani sciiti di Hezbollah, dei loro correligionari armati iracheni e di quadri qualificati dei Pasdaran iraniani.

Le parole del diplomatico americano Ryan Crocker sono state di recente raccolte in un’intervista pubblicata in occasione del trentesimo anniversario dei drammatici attentati suicidi contro le caserme dei militari statunitensi e francesi a Beirut. Poco dopo l’alba del 23 ottobre 1983, due kamikaze si fecero saltare in aria in un attacco coordinato uccidendo, oltre a se stessi, 305 persone: 241 marines, 58 parà transalpini e 6 civili.

Per il corpo speciale americano fu il bilancio più sanguinoso dalla battaglia di Iwo Jima del 1945. Per l’esercito francese fu la perdita più devastante dalla guerra di Indocina del 1954. Si era in una delle fasi più drammatiche del conflitto intestino libanese e Crocker all’epoca dirigeva da due anni la sezione politica dell’ambasciata americana a Beirut.

Pochi mesi prima, nell’aprile del 1983, lo stesso Crocker era scampato a un altro attentato, condotto da una cellula dell’allora nascente movimento Hezbollah contro l’ambasciata americana nella capitale libanese: oltre al kamikaze morirono in tutto 63 persone (32 impiegati locali, 17 americani per lo più dirigenti e membri della squadra locale della Cia; 14 tra passanti e visitatori dell’ambasciata).

Per questi tre maggiori attentati sia Washington sia Parigi puntarono e puntano ancora il dito contro l’Iran rivoluzionario, identificando negli esecutori uomini della neonata milizia sciita libanese addestrata nella valle orientale della Beqaa dai Pasdaran venuti da Teheran. In quello stesso periodo, tra il 1982 e il 1984, le truppe statunitensi e francesi facevano parte, assieme a quelle italiane, del contingente militare occidentale inviato in Libano dopo la massiccia invasione israeliana.

Ma a differenza dei soldati italiani – che di fatto godettero di un’immunità garantitagli non solo dal diverso atteggiamento sul territorio, ma soprattutto dal sapiente equilibrismo della politica estera di Roma – i marines e i parà francesi pagarono caro il prezzo delle scelte politiche regionali dei rispettivi governi.

Come più volte accaduto anche di recente e sempre in Libano in occasione di attentati contro militari del contingente Onu nel sud del paese (Unifil), anche allora chi intendeva inviare avvertimenti politici a questo o a quell’altro attore rivale lo faceva attaccando i suoi simboli: militari in divisa, agenti dei servizi segreti, sedi diplomatiche.

Lo stesso è avvenuto il 19 novembre a Beirut: attaccare o tentare di attaccare l’ambasciata iraniana è un’azione mirata a inviare un messaggio fin troppo esplicito. E al di là di chi sia realmente il mandante – ormai anche un gruppo di buontemponi arabisti e studiosi di Islam può produrre rivendicazioni verosimili e diffonderle usando alcuni siti ‘autorevoli’ – il fronte armato che si presenta come il “difensore dei sunniti” in Libano, in Siria e in Iraq ha ricordato alla Repubblica islamica che la presenza in forze dei suoi uomini e dei suoi alleati a sostegno di Asad ha un prezzo.

Il 15 agosto scorso un’autobomba era esplosa nel cuore della periferia sud di Beirut, a Ruayss, roccaforte degli Hezbollah, uccidendo una ventina di persone. E poco più di un mese prima, il 9 luglio, un ordigno piazzato in un parcheggio a Bir al Abed, sempre nella parte meridionale di Beirut, aveva ferito una cinquantina di passanti. A differenza dell’attacco all’ambasciata iraniana, questi due attentati sembrano esser stati diretti contro il movimento armato libanese e, in generale, contro la sua base popolare di Beirut sud.

In entrambi i casi (15 agosto e 9 luglio) c’è chi non ha escluso che, come capitato nel caso siriano dei primi attentati a Damasco nel 2011 e 2012, i primi beneficiari degli attacchi siano stati coloro che sono poi stati descritti come vittime degli stessi: gli Hezbollah. Che hanno così rafforzato tra i settori della propria comunità di riferimento il senso di assedio e minaccia, legittimando dunque il maggior coinvolgimento dei loro miliziani in Siria a difesa della comunità sciita e dei suoi luoghi santi, minacciati da estremisti sunniti.

Il 19 novembre invece non è stato colpito un simbolo religioso (una moschea, un centro culturale) né civile (una scuola, un mercato), bensì politico. E non sono stati colpiti gli Hezbollah o la loro comunità di riferimento, ma i loro padrini regionali. Si è voluta colpire la scelta politica di Teheran di tuffarsi a piedi nudi nella trincea siriana.

È sempre più diffusa negli ambienti siriani e libanesi vicini al sunnismo politico e ostile agli Asad, all’Iran e agli Hezbollah, la percezione di essere “invasi”, “occupati” da “agenti iraniani”. In tal senso, di recente su uno dei siti solidali con la radicalizzazione in senso islamista della rivolta siriana è circolato un poster emblematico: una carta del Medio Oriente trasfigurata, in cui una longa mano iraniana si estendeva dall’Asia Centrale fino alla Siria. La didascalia recitava in arabo e in inglese: “No all’occupazione iraniana”.

Rimanendo nella rappresentazione delle percezioni, passeggiando per i quartieri sciiti di Beirut centro, anche il visitatore più distratto non potrà non notare i numerosi manifesti appesi ai muri dei “martiri” di Hezbollah morti “in Siria per compiere il dovere del jihad”. Il profilo del giovane “martire” è sempre in primo piano sullo sfondo della cupola dorata del mausoleo sciita di Sayyida Zaynab, alla periferia sud di Damasco.

La componente confessionale esiste eccome, ma oggi come ieri serve agli attori politici rivali per muovere le piazze, per ottenere e mantenere consenso sotto la sempiterna minaccia del nemico, per assicurarsi un flusso sempre costante di giovani pronti a ingrossare la lista dei “martiri” in quella o in quell’altra trincea.

La trincea libanese rimane sempre affollata. E non è un caso che a esser colpita sia stata la sede diplomatica iraniana di Beirut. Perché è a Beirut che si inviano i messaggi più espliciti. Ed è a Beirut – come ricorda Crocker – che gli attori in lotta fra loro devono esser capaci di apprendere le dure lezioni sul Medio Oriente.

“Abbiamo imparato qualcosa?”, si chiedeva retoricamente l’anziano diplomatico americano dopo aver snocciolato le scelte fallimentari della politica mediorentale di Washington dal 1982 fino all’invasione irachena del 2003. “Probabilmente no”, rispondeva Crocker alla domanda, che ora forse circola in modo insistente anche a Teheran e a Beirut sud. (Limesonline, 20 novembre 2013).

]]>
http://www.sirialibano.com/short-news/le-dure-lezioni-di-beirut.html/feed 0
Attentato a Beirut, niente di nuovo sul fronte occidentale http://www.sirialibano.com/siria-2/attentato-a-beirut-niente-di-nuovo-sul-fronte-occidentale.html http://www.sirialibano.com/siria-2/attentato-a-beirut-niente-di-nuovo-sul-fronte-occidentale.html#comments Fri, 22 Nov 2013 15:57:17 +0000 http://www.sirialibano.com/?p=18231 L'Hotel Saint George a Beirut visto dalla terrazza di un edificio non più esistente, ca. 1960 (oldBeirut)

(di Lorenzo Trombetta, Europa). Una striscia di fuoco e sangue collega Beirut e Baghdad passando per Damasco, Homs e Dayr az Zawr. Il duplice attentato suicida compiuto contro l’ambasciata iraniana nella capitale libanese (almeno 23 morti e 150 feriti) costringe ancora una volta gli analisti a considerare le battaglie in corso in Iraq, Siria e Libano come parte di un unico teatro di guerra che si estende dalla costa Mediterranea e si bagna sulle sponde del Tigri e dell’Eufrate.

L’attentato è stato rivendicato da un gruppo libanese che si presenta come vicino ad al Qaida. Chiunque sia stato a dare l’ordine di pianificare ed eseguire l’attacco a uno dei simboli della Repubblica islamica – mai presa di mira a Beirut da attentatori suicidi, nemmeno durante gli anni della guerra civile (1975-90) – ha voluto mandare un segnale forte e chiaro a Teheran e ai suoi alleati: il vostro coinvolgimento nella guerra siriana ha un prezzo.

Già nell’agosto scorso, un’autobomba aveva scosso la periferia sud di Beirut, roccaforte degli Hezbollah, il movimento sciita filo-iraniano le cui milizie sono presenti in forze nei teatri siriani a sostegno delle forze fedeli al presidente Bashar al-Assad. Poco dopo, era stato il turno di due moschee sunnite di Tripoli. In una di queste predicava un noto shaykh vicino al fronte anti-Damasco.

Per quest’ultimo crimine è stato di recente accusato, con prove circostanziate, uno degli agenti in Libano dei servizi di sicurezza di Damasco. E da più parti sono stati sollevati sospetti – finora rimasti tali – sul fatto che anche l’attentato agostano contro Hezbollah potesse essere opera degli uomini di Assad, intenzionati a facilitare il contagio siriano in Libano.

Ma la guerra di Siria non basta a leggere la striscia di violenze libanesi degli ultimi mesi. Per come si è trasformata negli ultimi due anni e mezzo, la lotta siriana ha ormai assunto delle dimensioni internazionali che si sono affiancate alla dimensione interna. E nel quadro regionale, quel che accade tra Damasco e Dayr az-Zawr è solo un momento di quel che da circa dieci anni – dalla caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003 seguita all’invasione anglo-americana – avviene a Baghdad e in altre località irachene. Nelle province a maggioranza araba dell’Iraq centro-meridionale l’influenza iraniana è assicurata a più livelli, in contrasto con gli interessi delle altre due potenze regionali, l’Arabia Saudita e la Turchia.

La politica regionale di Teheran negli ultimi dieci anni ha assicurato alla Repubblica islamica anche importanti conquiste in terra siriana: a partire dall’economia con importanti contratti e commesse affidate dal regime di Damasco a società iraniane, passando per il rinnovo di accordi chiave nel settore militare-strategico tra i due Paesi. Il tutto, sotto la patina della valorizzazione dei luoghi santi sciiti e del potenziamento delle vie del pellegrinaggio in tutto il Medio Oriente arabo. Così, quando l’anno scorso i vertici di Hezbollah hanno dovuto ammettere che loro miliziani sono presenti in Siria hanno usato – e usano ancora oggi – l’argomento della necessità di proteggere i mausolei sciiti minacciati dai fondamentalisti islamici e da al-Qaida.

Analogamente, numerosi pasdaran iraniani uccisi in Siria sono stati descritti dai media iraniani come ex militari in pensione che erano andati a Damasco o in altre località siriane a godersi il meritato diritto al pellegrinaggio. Da anni, nei circoli delle opposizioni siriane in esilio e in patria vicine a gruppi religiosi sunniti si fa riferimento alla “sciizzazione” o “iranizzazione” della Siria. Al di là delle percezioni di alcuni gruppi siriani, espressione di élite da decenni spodestate del loro potere politico ed economico, è un fatto che il presidente al-Assad sin dai primi anni 2000 ha di fatto spalancato le porte all’alleato iraniano consentendogli di penetrare come non mai nei gangli del sistema di potere politico-economico.

In questo quadro, la guerra siriana ha soltanto concesso nuovi spazi al ciclo di violenza a sfondo confessionale in corso da anni tra il Mediterraneo e la Mesopotamia. E ai tentativi di rafforzare e difendere l’influenza iraniana nella regione, risponde ora il variegato fronte dei movimenti politici del sunnismo più radicale: in Siria, Iraq e in Libano. (Europa Quotidiano, 19 novembre 2013)

]]>
http://www.sirialibano.com/siria-2/attentato-a-beirut-niente-di-nuovo-sul-fronte-occidentale.html/feed 0
Siria, l’attesa prudente di Hezbollah http://www.sirialibano.com/siria-2/siria-lattesa-prudente-di-hezbollah.html http://www.sirialibano.com/siria-2/siria-lattesa-prudente-di-hezbollah.html#comments Fri, 30 Aug 2013 09:59:17 +0000 http://www.sirialibano.com/?p=17076 (di Alberto Zanconato, 29 agosto 2013). ”Hezbollah tiene d’occhio la situazione e fara’ cio’ che e’ giusto al momento giusto”: l’affermazione del ministro dell’agricoltura libanese Hussein Hajj Hasan, del movimento sciita libanese, fa capire che le milizie alleate del presidente Bashar al Assad si tengono pronte per eventuali rappresaglie contro Israele in caso di attacco alla Siria.

Ma quello che sembra prevalere e’ un atteggiamento di prudenza, nell’attesa di vedere quale sara’ la portata dell’intervento, se effettivamente ci sara’.

Il capo di Hezbollah, Sayyid Hassan Nasrallah, che nell’ultimo anno non ha risparmiato gli interventi pubblici a difesa di Damasco e ha schierato i suoi combattenti al fianco delle forze lealiste, mantiene per ora uno studiato silenzio.

Mentre vari analisti politici e fonti vicine al movimento sciita si dicono convinte che una risposta armata ci sara’ solo nel caso di un massiccio attacco occidentale che dovesse mettere in pericolo la tenuta stessa del regime. La Siria e’ infatti, insieme con l’Iran, lo sponsor e sostenitore delle forze sciite libanesi.

”Hezbollah rimane in silenzio – scrive oggi sul quotidiano al Akhbar Ibrahim Al Amin, giornalista noto per le sue simpatie verso il movimento -. Alcuni accenni tra le righe potrebbero indicare che esso e’ pronto a difendere la Siria contro un attacco straniero. Ma quanto a coloro che aspettano di sapere quale sara’ la decisione, che aspettino pure”.

In un editoriale, as Safir afferma che all’interno di Hezbollah ”l’ordine di scuderia e’ di non dire nulla, probabilmente per evitare di fornire informazioni ai nemici”. ”Fonti diplomatiche” citate dal quotidiano L’Orient le Jour escludono che Hezbollah si avventurerebbe in una rappresaglia con un lancio di razzi su Israele, a rischio di fare esplodere una guerra come quella dell’estate del 2006.

Il movimento sciita quindi, assicura il giornale, non ha intenzione di tornare a ”infiammare il fronte sud” nel momento in cui e’ impegnato sul suolo siriano e mentre la violenza minaccia tutto il Libano come conseguenza del conflitto nel vicino Paese. Un attentato il 15 agosto nel sud di Beirut, roccaforte di Hezbollah, ha provocato 27 morti.

E otto giorni dopo a Tripoli, nel nord del Paese, quasi 50 persone hanno perso la vita in due attentati contro altrettante moschee sunnite. Il generale italiano Paolo Serra, comandante degli 11.000 caschi blu dell’Unifil, la forza di interposizione dell’Onu al confine con Israele, ha invitato ieri tutte le parti a ”moderare eventuali tensioni” durante un incontro tripartito con ufficiali libanesi e israeliani.

Anche se i rappresentanti di Hezbollah non erano presenti, e’ evidente che l’appello e’ rivolto anche a loro, visto che il movimento sciita ha una forte presenza in questa regione del Libano. (Ansa).

]]>
http://www.sirialibano.com/siria-2/siria-lattesa-prudente-di-hezbollah.html/feed 0
Razzi su roccaforte Hezbollah, il sospetto su Hamas http://www.sirialibano.com/siria-2/razzi-su-roccaforte-hezbollah-il-sospetto-su-hamas.html http://www.sirialibano.com/siria-2/razzi-su-roccaforte-hezbollah-il-sospetto-su-hamas.html#comments Thu, 29 Aug 2013 12:20:14 +0000 http://www.sirialibano.com/?p=17066 Vecchi tempi...Ricordate il lancio di razzi contro la zona di Beirut dominata da Hezbollah? Le autorità libanesi sospettano il coinvolgimento di membri di Hamas. 

Nello stesso tempo però membri del movimento sciita hanno incontrato loro colleghi del movimento palestinese, assicurando che Hamas non è coinvolto nel recente attacco contro la roccaforte di Hezbollah.

E lo stesso Hamas sembra aver accettato, senza opporre alcuna resistenza, di collaborare con la procura di Beirut. Si tratta dunque di azioni individuali o di gruppuscoli manovrati da altre forze interessate a stimolare le divisioni in Libano?  Di seguito la cronaca: 

Le autorità libanesi hanno richiesto all’ala locale di Hamas di poter interrogare un membro del movimento radicale palestinese, Ala’ ad Din Yassin, sospettato di aver partecipato lo scorso 26 maggio al lancio di due razzi dalla zona di Aley vers la periferia sud di Beirut, roccaforte degli Hezbollah.

Come riferisce il 29 agosto il quotidiano al Hayat, che ha sempre buone fonti nella procura di Beirut, Yassin, palestinese, si trova nel campo profughi di Rashidiye, nei pressi del porto meridionale di Tiro.

I due razzi Grad sparati dal Monte Libano verso la zona di Hezbollah ferirono in tutto quattro lavoratori siriani.

Il primo razzo colpì un auto-salone vicino alla chiesa di San Michele (Mar Mikha’il) a Shiyah, e il secondo un balcone di un’abitazione nello stesso quartiere a maggioranza sciita.

Per la consegna da parte di Hamas di Yassin sono in corso contatti tra il generale Ali Shahrur, responsabile per il sud del Libano dei servizi di sicurezza militari libanesi e Ali Baraka, esponente del movimento palestinese.

Parallelamente, sempre citando fonti della procura generale di Beirut, al Hayat riferisce che l’esercito libanese ha arrestato il 28 agosto 2013 un gruppo di libanesi e palestinesi accusati di aver lanciato nei mesi scorsi altri due razzi, questa volta dalla regione del Kasrwan verso Yarze, sopra Beirut, dove si trova tra l’altro il ministero della difesa libanese. Anche in quel caso, i razzi non causarono alcuna vittima.

]]>
http://www.sirialibano.com/siria-2/razzi-su-roccaforte-hezbollah-il-sospetto-su-hamas.html/feed 0
Festival di Baalbek… dai colonnati romani ad una fabbrica dismessa http://www.sirialibano.com/short-news/festival-di-baalbeck-dai-colonnati-romani-al-museo-della-seta.html http://www.sirialibano.com/short-news/festival-di-baalbeck-dai-colonnati-romani-al-museo-della-seta.html#comments Mon, 01 Jul 2013 14:41:55 +0000 http://www.sirialibano.com/?p=16242 La Magnanerie di Sidd al BawshriyyaA causa delle crescenti tensioni in Libano e della vicina guerra siriana, il festival internazionale di Baalbeck, il più importante evento annuale culturale del Medio Oriente, si svolgerà quest’anno nei pressi di Beirut e non più nel suggestivo contesto delle rovine romane dell’omonima cittadina della valle orientale della Beqaa.

In una nota diffusa oggi dal Comitato organizzatore del Festival, si informa che gli spettacoli si terranno dal 17 al 30 agosto (e non a partire dal 30 giugno come inizialmente previsto) alla Magnanerie (foto), una dismessa fabbrica della lavorazione della seta a Sidd al Bawshriyya (dove si trova?), sobborgo di Beirut.

L’annuncio che il festival di Baalbeck non si sarebbe svolto tra gli antichi templi e colonnati romani era stato già diffuso nei giorni scorsi ma non era stato precisato il luogo alternativo. Tra gli artisti che hanno annullato la loro partecipazione figurano il soprano Renée Fleming e il musicista libanese Assi Hallani. Di seguito il comunicato stampa, in francese.

Le Festival de Baalbeck relocalise sa scène dans le Grand Beyrouth…le temps d’une saison

Depuis 1956, date de la création du Festival de Baalbeck sous l’égide du Président de la République Camille Chamoun, la mission de notre Festival est d’accueillir des artistes de grand talent, de diffuser la force culturelle du Liban dans un lieu unique au monde : les temples de Baalbeck.

Il nous arrive, toutefois, de devoir nous adapter aux difficultés que traverse la région. Ce fut le cas en 2006, quand nous avons repris à Beyrouth, en décembre, le spectacle de Fayrouz prévu pour l’édition de l’été et annulé pour force majeure.

Cette année, nous avions annoncé un programme qui fait notre fierté. Malheureusement, la soprano Renée Fleming a annulé son concert du 30 juin et Assi Hallani, a préféré reporter, d’un commun accord avec le Comité, son spectacle à l’année prochaine, dans la Citadelle de Baalbeck. Au vue de l’évolution de la situation, et après avoir consulté les autorités, nous avons fait le choix de continuer malgré tout, en relocalisant exceptionnellement les autres spectacles.

C’est ainsi que les artistes Marianne Faithfull, Eliane Elias, Sidi Larbi Cherkaoui, FadiaTomb el Hage, Marcel Khalifé, et ceux qui les accompagnent, feront le chemin vers le Grand Beyrouth, pour faire valoir le message culturel fort du Festival de Baalbeck « hors les murs ». Dans un lieu chargé d’histoire, une manufacture de soie du 19e siècle, la Magnanerie de Jdeidé el Metn accueillera donc pour la première fois la scène d’un festival. Nous avons choisi ce lieu car il est encore méconnu du public, qu’il se situe aux portes de la capitale et qu’il est accessible de toutes les régions.

Les dates de ces spectacles ne changent pas : Marianne Faithfull, icône pop, le samedi 17 août , Eliane Elias, chanteuse et pianiste de jazz, le vendredi 23 août, Marcel Khalifé et son oud, le samedi 24 août, le spectacle de danse PUZ/ZLE de Sidi Larbi Cherkaoui, avec la participation de Fadia Tomb el Hage, le vendredi 30 août.

Nous remercions toutes les personnes qui nous accompagnent et qui croient en nous et plus particulièrement le public car c’est lui le cœur du succès d’un festival.

«  En temps de crise, l’art et les artistes sont les seuls à pouvoir adoucir le quotidien ». Et l’année prochaine nous nous retrouverons tous à Baalbeck !

—- 

Les billets seront disponibles à l’achat à partir du jeudi 5 juillet 2013 chez Virgin Ticketing box office. Pour toute information supplémentaire vous pouvez contacter le bureau du Festival au 01 373150/1/2 ou la billetterie chez Virgin Ticketing box office au 01/999666.

]]>
http://www.sirialibano.com/short-news/festival-di-baalbeck-dai-colonnati-romani-al-museo-della-seta.html/feed 0