Siria, la breve odissea di 21 caschi blu filippini

(di Lorenzo Trombetta). Lieto fine per la vicenda dei 21 caschi blu filippini rimasti intrappolati per tre giorni in un villaggio del sud-ovest della Siria assediato dalle truppe del regime di Damasco e difeso dalle forze ribelli. Le stesse che il 9 marzo 2013 hanno consegnato i militari Onu alle autorità giordane, inseritesi in extremis e con successo nei negoziati tra le parti.

I 21 filippini, che assieme ai colleghi austriaci, indiani e croati costituiscono il contingente di un migliaio di uomini della missione Undof (attiva dal 1974 al confine provvisorio tra Siria e Israele), sono arrivati in serata ad Amman e da lì saranno probabilmente rimpatriati a Manila.

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, si è detto soddisfatto del buon esito della vicenda, ricordando l’imparzialità dei membri delle missioni di pace Onu. Ban ha inoltre ribadito la necessità di rispettare la libertà di movimento e la sicurezza degli osservatori, e di garantire la protezione dei civili.

I siriani della brigata ribelle “Martiri di Yarmuk” hanno pubblicato alcuni video che mostrano il passaggio dei 21 caschi blu dal territorio siriano a quello giordano: un guado sul fiume Yarmuk, che da secoli costituisce la frontiera naturale tra le due regioni (si veda il filmato in basso).

Le autorità siriane sembrano esser rimaste del tutto estranee ai negoziati per il rientro dei militari Onu. Lo dimostra il fatto che i ribelli, Nazioni Unite e giordani hanno optato per il passaggio tramite uno dei valichi informali tra i due Paesi; e che lì i filippini sono stati condotti dagli insorti che avevano in precedenza messo in sicurezza il corridoio dal villaggio di Jamla al confine.

Giovedì sera 7 marzo un convoglio di alcuni mezzi dell’Onu con a bordo i militari di Manila era stato fermato a Jamla dai ribelli locali. In un video amatoriale questi avevano parlato di “cattura” e avevano fissato la “condizione per il rilascio degli osservatori”: il ritiro delle forze del presidente siriano Bashar al Assad dalla zona di Jamla.

All’indomani, i toni degli insorti erano mutati: i filippini non erano più “catturati” ma “ospiti, costretti a rifugiarsi a Jamla perché presi in mezzo al fuoco dei bombardamenti governativi”. Questa seconda versione era stata confermata, in un altro video, da uno dei caschi blu filippini. Venerdì sera, mentre dal Consiglio di sicurezza si chiedevano due ore di cessate il fuoco per permettere il recupero dei soldati internazionali, un convoglio di Undof si avvicinava a Jamla, ma era costretto a fare marcia indietro a causa di intensi bombardamenti. La circostanza è stata confermata da New York.

Dall’8 fino alla mattina del 9 marzo, i ribelli di Jamla hanno affermato a più riprese di esser “pronti in ogni momento ad affidare all’Onu i filippini” ma di esser “costretti a trattenerli per non esporli al fuoco delle truppe di Assad, che – secondo gli insorti – hanno tentato a più riprese di ucciderli nei bombardamenti per addossare la colpa a “bande armate di terroristi”.

Un secondo tentativo di liberare i filippini è stato fatto la mattina del 9, sempre da nord, dal quartiere generale di Undof di Qunaytra, “ma il convoglio è stato fermato dall’esercito di Assad”. Si è fatta quindi strada l’ipotesi di far passare i caschi blu verso sud, attraverso un territorio di fatto controllato dai ribelli. (Ansa, 9 marzo 2013).