Siria, omicidi mirati a Homs

In Siria il tanto evocato incubo della guerra civile a sfondo confessionale sembra avverarsi, e non offrono segnali confortanti le notizie che in queste ore giungono dalla regione centrale di Homs, dove finora è più alto il numero di civili uccisi dalla repressione: almeno 850 in oltre sei mesi secondo gli attivisti.

Il generale Nael Dakhil, sunnita di un influente clan tribale, rettore della facoltà di chimica dell’accademia militare di Homs, è stato ucciso – secondo l’agenzia ufficiale Sana – da non meglio precisati “terroristi”. Attivisti locali anti-regime affermano invece che a sparpare alla testa del rettore mentre era a bordo della sua auto siano stati membri delle milizie alawite lealiste.

Solo poche ore prima, in un agguato analogo ma compiuto in un altro quartiere di Homs, ha trovato la morte Abdallah Aqil, sciita duodecimano, vice rettore della facoltà di architettura.

Per la Sana gli autori dell’omicidio sono i “terroristi”, mentre per Usama al Homsi, pseudonimo del portavoce dei Comitati di coordinamento interpellato oggi dalla tv panaraba al Jazira, si tratta di “due azioni coordinate dal regime per eliminare voci critiche all’interno del sistema di potere”.

Sia Dakhil che Aqil erano membri dell’apparato formale baatista, dominato da quattro decenni da un potere reale in mano agli al Assad e ad altri clan alawiti. In Siria non si possono occupare cariche pubbliche di rilievo senza essere iscritti al Baath, partito al potere da quasi mezzo secolo, ma sembra che i due accademici avessero di recente espresso critiche alla repressione in corso.

Il quotidiano governativo Tishrin aveva dal canto suo riportato stamani la notizia dell’uccisione di Hassan Eid, primario di chirurgia dell’ospedale pubblico di Homs. Il suo assistente, Adnan Abdel Karim, sarebbe stato rapito dai “terroristi”. Questi avrebbero usato – secondo la Sana – “armi israeliane”, ritrovate in un auto sempre a Homs, e provenienti dalla Giordania dove, sempre oggi, al valico di Nassib, è stato sequestrato un altro carico proibito.

Ma i comitati di coordinamento di Homs raccontano un’altra versione: Abdel Karim è stato ucciso perché si era rifiutato di eseguire gli ordini di uccidere i manifestanti feriti che giungevano nel suo reparto.

Oltre che a Homs, la repressione odierna è proseguita nella provincia nord-occidentale di Idlib e in quella centrale di Hama. Quattro militari disertori sono stati uccisi – secondo l’Osservatorio nazionale per i diritti umani, Ondus – nel nord-ovest.

E a proposito di disertori, Usama Munajjed, oppositore membro del Consiglio nazionale formatosi a Istanbul due settimane fa, sostiene che il vice capo di Stato maggiore dell’esercito, Bassem Najd ad Din Antakli, ufficialmente morto di “infarto” venerdì scorso, è stato in realtà ucciso perché pianificava un golpe.

In questo clima, i corpi di quattro membri di una stessa famiglia, arrestati dieci giorni fa a Hama, sono stati riconsegnati ai parenti, mentre da Qseir, località a sud-ovest di Homs e al confine col Libano, giungono notizie non ancora confermate del ritrovamento di diversi brandelli umani sulle rive del fiume dell’Oronte. (Resoconto per Ansa del 26 settembre 2011).