Siria, La “rivoluzione” di Asad

(di Lorenzo Trombetta, Limesonline). È tutta racchiusa in quei 9 punti percentuali in meno rispetto a 7 anni fa la “rivoluzione culturale” del regime siriano degli Asad. Il “dottor Bashar” è stato rieletto presidente con l’88,7% delle preferenze lo scorso 3 giugno. Nel referendum del 2007 aveva ottenuto il 97,6% dei voti.

Allora, l’unica foto con cui i quotidiani di regime aprivano la prima pagina del giorno del voto era quella di Bashar al Asad che si recava alle urne con la moglie Asma. Oggi, lo stesso spazio è diviso in tre: un quadrato per ciascun candidato. Asad non è nemmeno al centro.

[La prima pagina del giornale Tishrin di mercoledì 3 giugno 2014. Da sinistra: Asad al voto con la moglie Asma e i due sfidanti Hassan Nuri e Maher Hajjar. Foto di Lorenzo Trombetta]

Roba da far impallidire il defunto padre Hafez, che in ben 5 referendum, dal 1971 al 1999, ha sempre avuto tutte per sé le prime pagine, inanellando tre 100% (1985, 1991, 1999) e due 99% (1971 e 1978).

La sicurezza che ora, con maggior forza, appare sul sorriso di Bashar al Asad non è ostentata. È sentita. E per questo il suo consenso può scendere sotto il 90% e concedere spazio a due “sfidanti”, regalando loro rispettivamente un 4,3% e un 3,2%. “Altro che riforme… è questa la vera rivoluzione siriana”, è il fumetto dipinto sulla testa di molti sostenitori degli Asad.

A Damasco ci si è accorti, dopo decenni, che si può far finta di concedere spazio a delle voci dissonanti, mantenendo ugualmente il potere. Anzi, si è più forti e credibili proprio perché si domina in un contesto di “pluralismo”. Una svolta non scontata per chi è cresciuto all’ombra dei dettami del Baath.

Poi tutti sanno, anche se agiscono come se non sapessero, che questo “pluralismo” funziona solo in un contesto di prolungata e incessante repressione poliziesca e militare sostenuta con tutti i mezzi dai propri protettori regionali e internazionali.

Questo inedito “pluralismo” funziona anche in un contesto di marcata polarizzazione e di emergenza di un qaidismo che spaventa assai più dell’asadismo. Molti di coloro che nel 2000 e nel 2007 sono andati ad apporre il loro “sì” per la conferma di Asad al referendum presidenziale lo avevano fatto perché non era contemplato fare altro. Perché così va il mondo.

Nel contesto attuale, molti siriani sono andati a votare “convinti” che Asad sia davvero la soluzione migliore. O almeno la meno peggiore di fronte alla catastrofe in cui si trova il paese.

La Siria è distrutta: oltre 160mila uccisi documentati, ampi territori urbani rasati al suolo e milioni di siriani costretti ad abbandonare le case. Asad è invece ancora lì.

Tutte le sue previsioni – guarda un po’ – si sono avverate: “Volete un nuovo Afghanistan infestato da qaidisti?”, chiedeva nel novembre 2011 ai “nemici” occidentali. “Fate attenzione, perché i jihadisti che combattono in Siria poi ve li troverete in Europa”, aveva affermato nel 2012.

Coincidenza: Mehdi Nemmouche, accusato di aver compiuto l’attacco al museo ebraico di Bruxelles lo scorso 24 marzo, è un jihadista francese che ha combattuto in Siria. Anche i jihadisti sciiti di Hezbollah combattono in Siria, ma in Europa non sono percepiti come una minaccia quanto i loro rivali sunniti. Nonostante l’attentato di Burgas, in Bulgaria, compiuto contro turisti israeliani nel luglio 2012 e dalle autorità di Sofia attribuito proprio al movimento sciita libanese filo-iraniano.

Asad-profeta aveva anche previsto che lui e le sue forze avrebbero combattuto fino a “bruciare il paese” pur di rimanere al potere. La gigantografia di Asad che si staglia su un palazzo in rovina di Homs è la sintesi di questa strategia: “ricostruiamola insieme”, è la scritta che campeggia sul poster, in riferimento alla “Siria che vince”.