Siria, la società civile alza la testa

Un momento dei lavori di Tamass a Beirut

(di Lorenzo Trombetta, Ansa). Un lavoro e un futuro dignitoso potrà convincere i miliziani siriani, impegnati nello scontro fratricida che ha finora causato più di 150mila morti, ad abbandonare le armi e a dedicarsi al lavoro civile: è solo uno degli ambiziosi obiettivi della più ampia piattaforma di organizzazioni della società siriana, nata a Beirut dopo tre giorni di riunioni tra decine di dissidenti e attivisti, in larga parte laici, provenienti dalla Siria e dall’esilio.

E’ la prima volta dopo decenni che varie componenti della società civile siriana si uniscono in maniera trasversale, lasciando da parte le loro posizioni politiche e prendendo le distanze dalle fazioni che dentro e fuori lottano per il potere a Damasco. “Per convincere i miliziani a gettar via il fucile bisogna prima di tutto offrire loro delle alternative concrete: un lavoro, una prospettiva per il domani”, afferma all’ANSA Rim Turkmani, siriana, co-ideatrice dell’incontro svoltosi a Beirut e ricercatrice alla London School of Economics.

Il logo dell'iniziativa Civil Syria“La maggior parte di quelli che oggi combattono lo fanno perché si sono trovati senza alternative” in un contesto di violenza generalizzata e prolungata.

Con questo spirito, nei giorni scorsi a Beirut è nata “Tamass” (in arabo: contatto), una piattaforma di oltre 50 organizzazioni siriane in patria e in esilio che condividono la priorità di tornare al “lavoro civile”: per “far sentire dentro e fuori la Siria la voce e le esigenze della società”, per “ricordare che in Siria non esistono solo miliziani” e per “coordinare meglio gli sforzi delle diverse sigle” dell’emergente società civile locale. Circa la metà dei partecipanti dell’incontro di Tamass erano donne.

In un contesto in cui “la violenza taglia la società trasversalmente”, i fondatori di Tamass vogliono presentarsi come equidistanti e rappresentativi di un attore non politico. “La soluzione immediata e definitiva al conflitto non esiste”, afferma Turkmani. “Ma possiamo dare alle varie componenti della società siriana gli strumenti per elaborare soluzioni dall’interno”.

E anche dal basso: “non esiste un unico mediatore – afferma in riferimento al fallimentare negoziato Onu – ma esistono più voci. Bisogna saperle ascoltare”. In questo senso, a esempio, lo sforzo di alcuni attivisti di Raqqa confluiti in Tamass, è quello di “studiare a fondo le ragioni che hanno spinto molti giovani” della città settentrionale ora dominata dai qaedisti “a unirsi alle formazioni jihadiste”.

“Molti di questi ragazzi come me – afferma Ibrahim Musallem – si erano convinti ad abbandonare le armi e a unirsi al lavoro civile che dava loro prospettive migliori della guerra. Poi sono arrivati i qaedisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) e non c’è stato più spazio per altro”.

Su questo punto si inseriscono alcune voci critiche ma comunque sostenitrici del lavoro di Tamass: “Io aderisco, anche se credo che fin quando saranno le armi a parlare sarà difficile applicare questa visione”, afferma Bassam Awil, ex docente di psicologia all’università di Damasco ma nel 1996 costretto all’esilio in Polonia per le sue posizioni politiche. (ANSA, 6 maggio 2014).