A Mecca l’accolita dei reazionari prepara la restaurazione

(di Lorenzo Trombetta, Europa Quotidiano). Mosca, Teheran, Doha, Riyad e Tel Aviv: sono le capitali di Paesi rivali nel turbolento scenario siriano, ma anche perni di un asse di regimi reazionari che fanno di tutto, ciascuno seguendo il proprio percorso, per frenare l’avanzata dirompente delle rivolte arabe.

Il Qatar e l’Arabia Saudita, dopo esser state colte di sorpresa, come tutti gli altri attori regionali e internazionali, dalle manifestazioni di piazza a Damasco e a Daraa nella primavera 2011, hanno deciso di sostenere, accanto alla Turchia, il fronte antiregime: a livello mediatico poi politico quindi economico e infine militare.

I tradizionali alleati di Damasco, Russia e Iran, hanno invece mantenuto i loro impegni a fianco del regime amico, fornendogli sostegno politico, diplomatico, economico e, anche qui, militare. Israele è rimasta di fatto a guardare, timorosa dell’uscita di scena del suo miglior “nemico” arabo e dell’avvento alle sue porte di una lunga stagione di caos.

Lo Stato ebraico, dal canto suo, potrebbe andare in soccorso nei prossimi mesi dei suoi amici reazionari, lanciando il tanto pubblicizzato attacco contro l’Iran: una bella guerra regionale tra Israele e l’Iran (e i suoi alleati) sarebbe un duro colpo alle rivolte arabe e darebbe forza ai vari Nasrallah, Lieberman, Ahmadinejad, Netaniahu, Abdallah e al Asad. Ciascuno potrebbe ricompattare il proprio fronte interno di fronte alla minaccia esterna e accusare manifestanti, attivisti, dissidenti e ribelli armati di essere dei collaborazionisti del Nemico.

Nonostante i loro approcci diversi e, in certi casi, diametralmente opposti, questi cinque paesi temono le rivolte arabe. E vi colgono i semi dell’alterazione dello status quo su cui si basa da decenni il loro potere. Non a caso, la Turchia, potenza in espansione che condivide con le masse in rivolta del Maghreb e del Mashreq una formula non oscurantista e non repressiva di islam, ha invece visto nelle manifestazioni di piazza di Tunisi e del Cairo le premesse per potenziare il proprio ruolo nella regione. Pur partecipando al Grande gioco, la Turchia non fa parte del club dei reazionari: questi, in fin dei conti, mirano a stroncare il processo di radicali riforme politiche invocate dall’Atlantico al Golfo.

È in tale contesto che tra ieri e oggi a Mecca, in Arabia Saudita, a margine di un incontro straordinario dei rappresentanti dei paesi membri dell’Organizzazione islamica, i leader iraniani e i loro colleghi sauditi si incontrano faccia a faccia. A legger le cronache degli ultimi anni e i documenti di Wikileaks, queste riunioni a porte chiuse ricordano i vertici Usa-Urss degli anni ’80: in un clima di guerra fredda, che in Siria è sempre più incandescente, i due giganti del Golfo (che sia “arabo” o “persico”) cercano di trovare un accordo.

Non solo per spartirsi il levante arabo con il gigante Israele e ridurre la crescente influenza di Ankara, ma soprattutto per sancire l’alleanza dei reazionari di fronte alle rivoluzioni arabe. Fino al novembre 2010, tra il Mediterraneo e la Mesopotamia milioni di arabi razzolavano come comparse su un palcoscenico di un teatro gestito dalle petrolmonarchie del Golfo, dall’Iran e da Israele.

Oggi la massa indistinta del coro è diventata protagonista, mettendo a rischio gli interessi dei potentati tradizionali. Ecco perché in Siria, chi combatte sul terreno è oggetto di manipolazioni e strumentalizzazioni da più parti. L’esercito libero dei disertori siriani è nato a fine giugno 2011, ma è dall’inverno scorso che si registrano sul terreno infiltrazioni di fondi sauditi e qatarini sotto forma di aiuti umanitari: il soccorso ai civili in fuga e ai feriti è il primo strumento per assicurarsi una fetta della torta futura.

Parallelamente, russi e iraniani hanno sin dall’inizio puntellato i loro interessi, dando al regime di Bashar al Assad tutto quello che chiedeva, e anche di più. Non per proteggere lui e la sua cerchia familiare, quanto per non perdere posizione in Medio Oriente. Durante la sua recente visita a Beirut e Damasco, Said Jalili, rappresentante della Guida suprema della rivoluzione iraniana, ha detto che il Libano e la Siria rientrano nella sfera degli interessi nazionali della Repubblica islamica.

Allo stesso modo, Re Abdallah saudita e l’Emiro del Qatar Hamad Al Thani, dietro i loro inviti a “rispettare la volontà di cambiamento democratico del popolo siriano” nascondono i loro vitali interessi di fermare l’ondata di proteste arabe. Se gli al Assad dovessero cadere (ieri l’ex primo ministro disertore, Riad Hijab, ha detto che il governo è «agli sgoccioli, moralmente, finanziariamente e militarmente») un regime sunnita ma non oscurantista dovesse prendere il potere, magari con elementi laicisti in nome della trasparenza delle istituzioni e del rispetto dei diritti umani, a tremare non sarebbe soltanto l’Iran e la Russia, ma anche il Qatar e l’Arabia Saudita.

A Riyad e Doha sono ben lungi dall’essere rispettati i principi delle rivolte del 2011: libertà, dignità, giustizia sociale. Agli occhi di qatarini e sauditi invece, è meglio se nella Siria post-Assad si stabilisca uno o più potentati con tendenze islamiche radicali, ostili a Iran e Russia, ma favorevoli ai regimi altrettanto repressivi del Golfo.

Fuori dall’asse dei regimi reazionari ma dentro alla partita siriana c’è la Turchia, che da tempo ha investito risorse per assistere i siriani dal punto di vista umanitario, ma anche da quello politico, diplomatico e militare. Non è stato ancora confermato da fonti ufficiali, ma la base militare americano-turca di Adana, nell’Anatolia sud-orientale, è diventata il centro di smistamento degli aiuti occidentali e turchi ai ribelli dell’Esercito libero.

Così, nel lungo periodo, accanto al confronto tra le varie potenze per la spartizione della Siria di domani, si svolge un braccio di ferro ancor più cruciale: quella tra i diversi attori regionali e i siriani. Che sul terreno conducono la loro quotidiana guerra per liberare il paese dal regime degli al Assad, identificato sempre più come una forza occupante. Chissà se il rumore sordo della battaglia giunge fino alle ovattate sale delle riunioni di Mecca? (Europa Quotidiano, 15 agosto 2012)