Asad riparte da Homs e convive con i qaedisti

Le campagne militari di Hezbollah fino all'aprile 2014 (Carta di Lorenzo Trombetta per Limesonline)

(di Lorenzo Trombetta, Limesonline). In Sala Rossa, nella cineteca della città universitaria di Homs (Siria centrale), il 19 maggio scorso hanno proiettato “Chopin, desiderio d’amore”, un film del 2002 sulla storia del celebre musicista polacco. “Attorno alla cineteca universitaria di Homs, che dipende dal ministero degli Affari sociali, si raccoglie un’élite di intellettuali e artisti. Ogni anno alla cineteca si organizzano manifestazioni cinematografiche di livello mondiale”, scriveva il 20 maggio l’agenzia ufficiale siriana Sana.

Solo due settimane prima, i media del regime avevano festeggiato la “vittoria” (nasr) per la “bonifica” (tathir) dei quartieri centrali di Homs, solidali con la rivolta e per questo rasi al suolo in oltre due anni di attacchi di artiglieria e raid aerei e da un assedio portato dalle truppe del regime e dai suoi alleati regionali. A pochi chilometri dal centro semi-distrutto si trova la Sala Rossa della cineteca universitaria, vicina anche alla grande moschea Khaled ben Walid, icona di Homs, raffigurata in tutte le cartoline della città – proprio come la Tour Eiffel a Parigi e il Colosseo a Roma. La cupola argentea della Khaled ben Walid è pesantemente danneggiata, così come uno dei suoi minareti. L’interno è stato in parte saccheggiato e la tomba dell’omonimo condottiero arabo morto a Homs, sulle rive dell’Oronte, nel 641 d.C., è ridotta a un cumulo di pietre.

Dal 7 al 9 maggio scorsi, il piazzale antistante la moschea è servito da parcheggio per i pullman verdi sui quali sono saliti circa un migliaio di miliziani anti-Asad, che per due anni e mezzo hanno resistito all’attacco e all’assedio delle forze lealiste. Si sono arresi dopo un accordo stipulato tra il regime russo-iraniano di Damasco e il Fronte islamico, una piattaforma di sette gruppi armati radicali appoggiata in primis dall’Arabia Saudita, oltre che dalla Turchia e dal Qatar.

Non si è trattata di una vittoria militare per il regime, ma di una vittoria simbolica e politica. Militarmente è infatti imbarazzante per il presidente Bashar al Asad ammettere di non esser stato in grado di sconfiggere sul terreno un manipolo di miliziani assediati, affamati e con in braccio fucili automatici e mitragliatori leggeri. L’imbarazzo è poi aumentato dal fatto che hanno partecipato alla tentata riconquista del centro storico di Homs anche migliaia tra jihadisti sciiti libanesi, iracheni e altri ausiliari – tra cui molti miliziani originari delle regioni cristiane siriane – addestrati in Iran e Russia.

A differenza di altri scenari del conflitto siriano, dove migliaia di jihadisti sunniti o sedicenti tali sono accorsi da ogni angolo del pianeta con l’obiettivo dichiarato di lottare contro “l’empio regime di Damasco”, i mille che hanno resistito all’assedio erano siriani e, in larga parte, cittadini di Homs. In termini strettamente militari, Homs era stata già riportata sotto il controllo di Damasco prima della resa finale di maggio. L’intero corridoio che collega la capitale con la regione costiera era stato riaperto proprio grazie all’azione di “bonifica” condotta nei mesi scorsi dalle truppe lealiste sostenute dagli Hezbollah libanesi (campagne militari di Qusayr, Talkalakh, Qalamun, Hosn).

La vittoria è politica e simbolica perché consente al regime di mostrare il volto della sua legittimità: il raìs Bashar al Asad si presenta infatti sorridente e tranquillo sui manifesti per la campagna elettorale delle “elezioni presidenziali” del 3 giugno prossimo. Non c’è un programma elettorale – perché dovrebbe presentarlo? In fin dei conti la sua politica è già nota – ma solo uno slogan: “Insieme” (sawa).

Chiunque abbia perso un po’ del suo tempo a leggere il testo della costituzione siriana del 2012 e la legge elettorale del marzo scorso sa che non si tratta di elezioni. Tantomeno di elezioni “pluralistiche”. I due candidati affiancati ad Asad sono di facciata. Sebbene i media del regime abbiano ospitato loro interviste, entrambi sono arrivati a dire che “chiunque vinca le elezioni, è la Siria del futuro che vincerà…”. Le violenze, la repressione, gli arresti indiscriminati, le perquisizioni, i posti di blocco, la paura di perdere quel poco che rimane condizionano fortemente le scelte dei votanti. Assai più di quanto non accadeva in occasione dei referendum confermativi che, ogni 7 anni per oltre tre decenni, hanno assicurato la legittimità formale al potere della famiglia Asad.

La vittoria di Homs dà inoltre maggior respiro agli alleati regionali e internazionali di Asad, che possono negoziare con i loro rivali da una posizione ancor più vantaggiosa. I colloqui internazionali voluti dall’Onu sono falliti e il mediatore (delle Nazioni Unite e della Lega araba) Lakhdar Brahimi si è dimesso lo scorso 14 maggio. Gli 11 paesi detti “Amici della Siria” e guidati dagli Stati Uniti balbettano soluzioni ma di fatto continuano a brancolare nel buio, anche perché hanno altre priorità di politica interna e di politica estera.

La vittoria simbolica e politica di Homs consente ora alle forze lealiste di concentrarsi su altri scenari: Aleppo a nord e Daraa a sud. Una volta assicurata la presa sull’asse Damasco-Homs-Latakia, il regime tenta ora di tornare a distendersi verso i confini turco e giordano, dove la resistenza è maggiore anche perché la Turchia da nord, gli Stati Uniti e Israele (via Giordania) da sud tentano di creare e mantenere – sfruttando i ribelli locali – una zona cuscinetto che li protegga da pericolose instabilità. Nella parte orientale del paese il regime assedia Dayr az Zawr da ovest e controlla saldamente l’asse Homs-Palmira-Dayr; miliziani qaidisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) la assediano invece da est ma il capoluogo resta a oggi controllato da vari gruppi di ribelli.

Asad e Isis non si fanno la guerra: questo è un dato di fatto che nemmeno il più equilibrista degli analisti può ormai confutare. Come ha sottolineato Thomas Pierret, rinomato studioso di fondamentalismo islamico siriano e docente all’università di Edinburgo, il regime e l’Isis hanno bisogno l’uno dell’altro. Se Asad cadesse, l’Isis si troverebbe in grandi difficoltà. Se l’Isis svanisse, sarebbe assai più difficile per il regime vendere all’Occidente la retorica della lotta al terrorismo islamico. Il dato è evidente da mesi, specialmente nel capoluogo settentrionale di Raqqa, da tempo sotto il pieno controllo dell’Isis.

Qui, il regime di Asad offre di fatto copertura aerea ai qaidisti mentre non esita a bombardare edifici occupati da civili. Un esempio recente è quello citato da Cédric Labrousse, studioso francese, arabista, di stanza a Beirut: ai primi di maggio, centinaia di qaidisti hanno eseguito una preghiera collettiva nell’ex stadio comunale di Raqqa, senza che alcun barile-bomba sganciato da elicotteri del regime abbia disturbato la liturgia. Lo stadio è un obiettivo facile da individuare dal cielo e l’aviazione di Damasco conosce di certo la sua posizione.

Parallelamente, l’Isis e i suoi rivali qaidisti della Jabhat an Nusra non hanno mosso un dito per cercare di rompere l’assedio di Homs. Nonostante siano così imbevuti di “jihad”, le immagini della distruzione della tomba di Khaled ben Walid non li hanno spinti ad alcuna azione, neppure simbolica o disperata. La loro causa è un’altra: acquisire potere locale in una situazione di guerra prolungata.

Lo “Stato islamico” non è il vero obiettivo. Appare sempre più come un argomento retorico adatto per spingere al “jihad” giovani disadattati: molti di loro sono nati e cresciuti sotto le dittature arabe, sostenute per decenni dai paesi occidentali; altri sono stati allevati nella culla dell’emarginazione europea e nordamericana; altri ancora provengono dalla disperazione di realtà depresse del Caucaso e dell’Asia Centrale. Non hanno tentato di andare in sostegno di Homs nemmeno i ribelli islamici della Ghuta, agli ordini di Zahran Allush, ex ospite nelle carceri di Asad ma rimesso in libertà con un’amnistia presidenziale assieme a decine di altri jihadisti ex combattenti in Iraq e ora a capo di unità di “ribelli”.

Il Fronte islamico ha sì negoziato la resa dei mille di Homs, ma non ha tentato di rompere l’assedio manu militari. Questo lo sanno bene e non lo dimenticano i reduci combattenti di Homs, che avevano più volte denunciato il silenzio del mondo di fronte a un assedio che ha ucciso decine di civili per fame. Appelli analoghi erano stati lanciati,via Youtube, anche dall’anziano prete gesuita olandese Franz Van Der Lugt, ucciso lo scorso aprile in circostanze mai chiarite da un sicario col volto coperto, nella Homs assediata dove era rimasto per dare conforto ai civili, cristiani e musulmani.

Non è escluso che alcuni dei combattenti di Homs, arresisi ai primi di maggio, si possano presto unire alla Nusra o all’Isis. Anche perché la retorica confessionale anti-sciita su molti di loro avrà ormai presa facile. Homs – ex primo polo industriale del paese e un tempo terza città siriana – è stata teatro di una sistematica e massiccia pulizia socio-economica a sfondo confessionale a danno della sua popolazione, in larga parte espressione della borghesia sunnita, solidale con la rivolta.

Nel 1978 l’allora studente di psicologia Bassam Awil, originario di Homs e oggi docente della materia in un’università polacca, scrisse un articolo sulla stampa siriana dal titolo “Giù le mani da Homs”. Non vi erano riferimenti espliciti alla politica, già avviata dagli Asad, di alterazione dell’equilibrio socio-economico-confessionale in favore degli abitanti delle regioni rurali e a scapito del notabilato urbano.

Allora il giovane Awil non finì in carcere. Ma il suo turno venne negli anni Ottanta, quando ormai aveva aderito ai movimenti di contestazione dominati dai partiti ideologici di sinistra. Negli anni Novanta Awil fu licenziato dal suo incarico di professore di psicologia all’università di Damasco e messo a timbrare carte al ministero della Pubblica istruzione. Poi gli fu suggerito sottovoce di lasciare il paese, viceversa sarebbe tornato in carcere. Dal 1996 Awil vive in Polonia.

Di recente ha aderito a una piattaforma di organizzazioni siriane in patria e in esilio che sostengono l’emergente società civile e che rifiutano il ricorso alle armi. E ricorda i sit-in di migliaia di persone della primavera del 2011 in piazza dell’Oronte, anche nota come piazza della torre dell’orologio. “Erano raduni pacifici, con famiglie intere, con canti e balli, con donne e bambini”.

Ma quel tentativo di ricreare una piazza Tahrir a Homs fu spazzato via la notte del 18 aprile 2011 dall’ormai famigerato eccidio di centinaia di persone commesso da servizi di sicurezza e dagli irregolari lealisti. Da lontano, Awil guarda ora la “sua” Homs quasi cancellata dalla faccia della terra. In piedi rimangono i quartieri meridionali, costruiti negli anni Settanta per ospitare i nuovi arrivati dalle campagne, assunti in poco tempo nelle istituzioni amministrative locali, nei servizi di controllo e repressione, nei ranghi delle truppe pretoriane costituite per proteggere il regime più che lo “Stato” o la “nazione”.

Nella parte sud di Homs sorge la città universitaria. Proprio lì dove qualche giorno fa, nella Sala Rossa della facoltà d’ingegneria, è stato proiettato “Chopin, desiderio d’amore”. (Limesonline, 28 maggio 2014).

[Una “preghiera inter-comunitaria” nella Moschea Khaled ben Walid eseguita subito dopo la resa e l’uscita dei miliziani. Oltre ai preti e alllo shaykh sunnita (filo-regime) che pregano, ci sono sullo sfondo donne senza veli e dei militari impegnati a fare altro. È una foto che sta facendo il giro dei social network e che viene da più parti giudicata come una provocazione, una profanazione, un modo per dire: “Vi abbiamo conquistato fin dentro alla vostra moschea”.]