Attivisti siriani usano video dei “fratelli” del Bahrain, la lotta è la stessa

Dal sito "Contropiano", 2011Chi sostiene che la rivolta in Siria sia parte di un disegno più ampio delle forze anti-iraniane per indebolire l’asse della Resistenza, ha in questi mesi usato spesso l’argomento della rivolta in Bahrain.

Dimenticati dai media, dall’Onu, dagli Stati Uniti e dall’Europa, gli sciiti del piccolo Stato del Golfo sono vittime due volte: del regime sunnita filo-saudita dei Khalifa e del complice silenzio dell’Occidente.

E visto che di Siria – proseguono i sostenitori della tesi – sui media italiani si parla “tanto” (non abbastanza secondo noi) e, soprattutto, visto che la questione siriana è ormai da mesi in cima alle agende (retoriche) del Dipartimento di Stato di Washington, del Palazzo di Vetro di New York, della Lega Araba e dell’Ue, è evidente che i siriani in rivolta sono agenti degli stranieri.

In questo provinciale caleidoscopio, le percezioni di analisti e osservatori italiani (che ripetono fino alla noia di guardare “the broader picture”) sembrano dividere i rivoltosi arabi: tra chi, come i siriani, “è sostenuto dall’Occidente” e chi, come quelli del Bahrain, “è vittima della dittatura ingiusta”.

In un sito Internet italiano di cosiddetta contro-informazione mi sono imbattuto in un articolo a favore della retorica del regime di Damasco, mentre sulla colonna di destra, in bell’evidenza, era pubblicata l’anteprima di un video di Youtube, ripreso a piazza Tahrir del Cairo e che ritraeva cariche della polizia contro manifestanti egiziani.

La didascalia recitava: “Tahrir, le bestie della polizia”. In riferimento evidente alla brutalità della repressione della polizia egiziana. A guardar bene quel fermo immagine, il gesto del braccio alzato del poliziotto pronto a colpire forte sul visto del civile ha ricordato senza ombra di dubbio gli stessi gesti violenti, immortalati in altri filmati apparsi su Youtube e compiuti giornalmente dalle forze lealiste siriane contro i manifestanti.

Quel sito insomma, sulla stessa pagina difende il regime di Damasco e denuncia la repressione in Egitto. Come se la lotta e la resistenza del civile di Tahrir non fosse la stessa del suo “fratello” arabo a Homs o a Manama.

Gli analisti della “broader picture” tentano, per fortuna senza riuscirci, di dividere le piazze arabe tra chi è “contro” e chi è “con”. Dove il “contro” e il “chi” sonoFermo immagine del video proposto dal sito "Contropiano", 2011 sempre in riferimento all’autistica e manichea contrapposizione tra “anti-imperialisti” e “filo-imperialisti”.

Se denunci la presenza di basi Usa sul nostro territorio (“anti-imperialista”), in automatico sostieni il regime di Damasco denunciando però al tempo stesso le violazioni del regime di Manama. Coerente, no?

E, viceversa: se denunci la repressione in corso da dieci mesi in Siria, sei automaticamente un sostenitore della presenza delle basi Usa in Italia. Logico, no?

A rompere – per fortuna – il perverso incantesimo ci pensano i rivoltosi arabi. Lo dimostra, tra gli altri, il video qui in basso, usato dagli attivisti del movimento non-violento di Damasco per ricordare ai loro concittadini e connazionali come agire durante la campagna di disobbedienza civile.

Il filmato è però – guarda un po’? – opera dagli attivisti sciiti di Manama. Ma come? I siriani lobotomizzati e schiavi dell’Occidente che prendono a prestito un lavoro della lotta anti-imperialista degli indipendenti sciiti del Bahrain? Cortocircuito…

Anche perché alcuni di questi osservatori, evidentemente esperti anche di Islam, vanno in giro a raccontarci la storiella del “Grande scontro sunno-sciita” in corso nella regione (Hamas alleato dell’Iran? Lo yemenita Saleh, sciita, alleato di Riyad?). Per cui, i rivoltosi siriani sunniti devono esser senza dubbio contro i rivoltosi sciiti del Bahrain.

Che il filmato non era “Made in Syria” era chiaro dalla grafica usata, diversa da quella finora adoperata nelle slide illustrative dei rivoltosi di Damasco, ma il ringraziamento esplicito al Bahrain appare in fondo.

Pensate se al posto di “Bahrain” c’era scritto… “Libia”. In quel caso, per questi analisti della “broader picture” i conti  sarebbero tornati in pieno.