Attraverso la Siria in cerca di Andrea, rapito

Padre Paolo dall'Oglio(Padre Paolo Dall’Oglio*, 11 maggio 2012). Desidero raccontarvi il mio ultimo week-end. Una decina di giorni fa sono stato contattato da una famiglia della città di Quseyr, tra Homs e il Libano. È una delle regioni siriane che soffrono di più per la guerra civile. Ci sono già 10mila morti, più i feriti, gli invalidi permanenti, le famiglie distrutte, ecc. Si parla ora in Siria di quasi due milioni di persone che hanno dovuto lasciare la loro residenza abituale.

La famiglia che ha chiesto il mio aiuto ha un figlio di 28 anni, Andrea, sposato da un anno, che è stato catturato-rapito da un gruppo armato della sua città quattro mesi fa. Si sa che è stato ferito, ma è scomparso e non si hanno più notizie. Dieci giorni fa è nata la sua bambina, Angela. Già altre volte mi era stato chiesto di tentare una mediazione tra le diverse parti in guerra in questa cittadina che conta circa 60mila abitanti. I tempi non erano tuttavia maturi. Infatti la battaglia infuriava, io non avevo nessun incarico ufficiale ed ero sotto la minaccia d’un decreto d’espulsione.

Da mesi mi sono ripreso una certa libertà di espressione sulla base degli impegni del governo siriano di fronte alla collettività internazionale. Ora ho sentito forte il dovere d’intervenire a favore degli scomparsi, a cominciare da Andrea di Quseyr: si tratta d’iniziare da un punto preciso, locale, per affermare dei principi e proporre un metodo per uscire dalla crisi.

Domenica scorsa, il giorno prescelto, mi chiama al telefono un dirigente degli osservatori dell’Onu per chiedermi un incontro a Damasco sulla situazione del Paese. Gli rispondo che sto partendo per una zona difficile e che lo richiamo appena possibile.

Un autista di taxi di Quseyr, amico della famiglia di Andrea, mi ha recuperato sull’autostrada. Dopo 80 chilometri abbiamo deviato verso il Libano a Ovest e mano a mano che si avanzava, si notavano i segni del conflitto. Abbiamo passato cinque o sei posti di blocco dell’esercito e dei servizi di sicurezza. Io trattenevo il fiato ogni volta, temendo che mi fosse vietato d’andare oltre.

Rapidamente, mi son trovato alla porta della casa della famiglia di Andrea che si trova alla periferia di Quseyr, sotto controllo dello Stato. Attorno a una tazza di caffè, ho cercato di raccogliere più elementi possibile in vista d’un eventuale riconoscimento della persona dello scomparso, vivo o morto che fosse. Di lì, a piedi, un amico di famiglia mi ha accompagnato, di rione in rione, verso una casa di amici nella zona controllata dagli insorti. E stato necessario più volte affrettare il passo o addirittura correre nei luoghi sotto tiro dei cecchini appostati sul tetto della sede comunale, dell’ospedale e altri punti della linea di fuoco.

Oggi non ci sono combattimenti seri né bombardamenti… Grazie a Dio, il cessate-il-fuoco richiesto da Annan sembra in qualche modo tenere in questo settore. Il mio accompagnatore mi mostra delle case vuote e mi dice che in paese c’erano 8mila alawiti (la minoranza musulmana sciita, di fatto legata al potere degli Assad). Hanno dovuto lasciare la città e sfollare altrove. Resta solo qualche anziano abbandonato.

Sono stato quindi recuperato da una persona in automobile, un professore del liceo locale per ora chiuso, che mi ha portato da una persona importante dove ci ha raggiunto un leader religioso musulmano della ribellione. La fama d’oppositore mi aveva preceduto fin dal mese di novembre e forse da prima. È stato subito chiaro che ritrovare Andrea sarebbe stato molto difficile. I gruppi armati attivi nella zona hanno agito per diversi mesi in modo del tutto indipendente gli uni degli altri e spesso non si riesce a capire quale sia la fazione che agisce sul terreno. Ora c’è più coordinamento nella resistenza ma sono molte le persone scomparse dalle due parti.

A Quseyr, i due fronti sono purtroppo rappresentati anche da uno schieramento di natura confessionale che ha visto un buon numero di cristiani (arabi bizantini orientali) schierati col regime, mentre la maggioranza musulmana sunnita della popolazione è a favore dell’insurrezione. Di fatto, la battaglia ha portato una gran parte degli abitanti a fuggire in altre zone della Siria.

La mia visita si rivelava mano a mano come l’occasione d’una presa di contatto in vista della riconciliazione della popolazione e della soluzione dei problemi più urgenti, specie nel caso che avessi potuto poi trattare al massimo livello con gli osservatori dell’Onu a Damasco.

La prima questione che angosciava tutti era quella dei frutteti della città. In effetti, diversi posti di blocco dell’esercito e la presenza degli insorti rendeva impossibile il lavoro agricolo. La neve e la pioggia del buon inverno scorso hanno creato una tale massa di vegetazione che il rischio di incendi cresce mano a mano che avanza il secco. Inoltre, si pensa che tracce di diverse persone scomparse si dovrebbero trovare proprio frequentando le zone agricole fuori città. Già la testa d’uno scomparso era stata trovata nei giorni precedenti, sfigurata dai cani selvaggi. Gli osservatori dell’Onu avrebbero dunque potuto garantire il lavoro agricolo di tutti sulla base d’una tregua negoziata.

Ci annunciano che alle cinque ci sarà una riunione del comitato civile cittadino e che sono molto contenti d’incontrarmi. Usciamo di casa e traversiamo a piedi un quartiere che ha gravemente sofferto per i bombardamenti dei carri armati. Anche la moschea è stata in parte distrutta. Entriamo in un cortile, ci leviamo le scarpe e siamo introdotti in una sala arredata solo di tappeti e stuoie dove già aspettano una ventina di signori di diverse età. Alcuni hanno un aspetto militare e altri, specie gli anziani, sono capi di famiglie e di clan. Dopo la tradizionale tazzina di caffè di benvenuto, ci sediamo di fronte a un bicchiere di tè.

Nel mio primo intervento, sottolineo l’importanza della ricerca di questa persona scomparsa per dire la priorità umanitaria della mia iniziativa. Proseguo però dicendo la mia disponibilità a fare il giro dei problemi più gravi in vista d’una iniziativa ONU. M’interessa anche mostrare che la Chiesa non vuole agire in modo partigiano e discriminatorio, ma invece nella prospettiva del bene comune e del superamento della violenza.

È stato estremamente interessante il fatto che i presenti hanno sentito l’urgenza di allargare il discorso politicamente sulle grandi priorità della rivoluzione, sottolineando la volontà di conservare, anzi di recuperare, l’armonia inter-comunitaria e inter-religiosa della quale va fiera la società siriana. In particolare, resto sorpreso ascoltando il tenore delle parole d’un anziano che mostra una maturità umana, direi filosofica, una competenza politica e una sensibilità religiosa adeguate in modo ammirevole alla complessità della situazione.

Saprò dopo che la gente del paese considera quel signore come il loro candidato alla presidenza! Durante questa conversazione, alcuni hanno ricordato le loro visite al monastero e la conoscenza di leader musulmani che hanno partecipato ai convegni di dialogo inter-religioso del monastero. Il padrone di casa, che sembra essere uno dei giovani (quarantenni!) più influenti, mi dice di aver letto i libri sul dialogo pubblicati dal monastero. Certo che fa piacere: vent’anni di lavoro danno frutto quando magari non te lo aspetti.

Torniamo a fare una lista di questioni concrete: la sicurezza dei campi agricoli; la creazione d’un ospedale; trovare un sistema per pagare le pensioni ai due mila anziani del paese (quasi tutti ex-impiegati statali; i contadini qui non hanno pensioni!); creare una commissione per la ricerca degli scomparsi e dei detenuti delle due parti; provvedere aiuti d’urgenza per circa mille cinque cento famiglie; cominciare a creare un meccanismo per il rientro degli sfollati. È quasi il tramonto. Mi congedo, salutato con calore e considerazione. Alcuni mi portano nella moschea distrutta. Vogliono ch’io sia testimone d’un sacrilegio insopportabile.

Un camioncino mi riporta alla casa amica. Un giovane mi accompagna rasentando i muri. Mi chiede se voglio benedire un vecchio che sta morendo. Entriamo in una casa molto semplice, le icone di carta di Maria e dei Santi appiccicate al muro. Un figlio è morto nel bombardamento e un altro è stato ucciso. Il padre ottantenne è stato rapito e picchiato e ora è sul suo letto di morte. Preghiamo in arabo assieme e mi dice che lui era sempre fedele alla messa in parrocchia. Il prete non c’è più da mesi. Si fanno i funerali senza passare dalla chiesa.

Ritraversiamo le strade difficili. Cerco di trattenere i miei spontanei sobbalzi quando i tiri d’arma automatica mi sembrano troppo vicini. Entro in una casa dove diverse famiglie sono riunite perché hanno dovuto lasciare le loro abitazioni nel centro della città. Non c’è nessuno senza un lutto in famiglia. Le donne sono tutte in nero! I sentimenti sono di speranza e di sgomento assieme. Ci comunicano al telefono che il vecchio barbiere cristiano del centro città è stato rapito. Pare la protesta d’un gruppo non invitato alla riunione. Sento l’angoscia e l’imbarazzo d’aver fatto peggio. Chiamo uno dei leader appena incontrati e gli esprimo dispiacere per questo gesto che, mi pare, umilia la nostra assemblea. Si dichiara lui stesso imbarazzato e promette di fare il possibile. George, il vecchio barbiere, sarà rilasciato senza danni prima di mezzanotte…

Torno alla famiglia di Andrea. Celebro la Messa in casa. La mamma pensa che intendo dare una cattiva notizia e si dispera… eppure la preghiera apre sempre una prospettiva d’eternità e restituisce ai giorni una sopportabilità insospettata. La moglie di Andrea fa la comunione e prende di là la piccola per allattarla al seno.

Al mattino presto sono in macchina per Damasco. Comunico per sms alla comunità monastica e … alla mia mamma che sono fuori pericolo … Prendo contatto con gli osservatori dell’Onu. Un paio d’ore di viaggio e sono con i responsabili del settore civile dell’equipe di Kofi Annan. Poi arriva il generale norvegese che dirige la missione degli osservatori. S’interessa alla mia testimonianza e dice che è essenziale unire gli sforzi di monitoraggio del cessate il fuoco con quelli di pacificazione del territorio in modo consensuale e garantito internazionalmente. Ho l’impressione di andare mano nella mano con gli angeli custodi… (Rivista Popoli, 11 maggio 2012).

Padre Paolo Dall’Oglio, gesuita romano, dirige da decenni la comunità monastica di Deir Mar Musa, nel deserto siriano a nord di Damasco.