Beirut è una mela per il mare

(di Eva Ziedan). Beirut, la città che ho sempre amato senza mai visitarla. Per noi siriani Beirut è la capitale dei poeti. Molti poeti e intellettuali siriani hanno trovato a Beirut l’abbraccio di una mamma per il bambino che ha perso la strada.

Per me Beirut era la citta della libertà, dove ci sono molti giornali, case editrici che hanno libertà di stampa. In un tempo in cui in Siria l’arte e la cultura erano sfigurate.

E’ stato il mio primo giorno qui a Beirut, ma la tragedia del mio paese – la Siria – mi aveva fatto dimenticare la sua bellezza. Anzi, sono arrivata qui con paura, sapevo che i libanesi avevano sofferto  molto sotto il nostro  regime. E “gira voce” che ora trattano male tutti i siriani…

Appena arrivata ho letto una frase su un muro, c’era scritto: “ogni siriano è un figlio di puttana” (kel suri eben sharmuta).

Volevo fotografare la frase ma ero in taxi e l’autista mi stava già parlando male di tutti i sirani che hanno “invaso” il suo Paese.

Guardavo la città. La vedevo nera, con brutti edifici alti e di cemento. Niente di tradizionale e la gente che parla un arabo mescolato col francese. Se dico shukran (“grazie” in arabo) mi chiedono se sono siriana. Perché loro dicono merci.

Il giorno dopo ho incontrato degli attivisti siriani: lavorano per la società civile in Siria, alcuni sono scappati dopo molti arresti, altri tornano di frequente in Siria e hanno il cuore affaticato. In tutti i sensi.

Sono giovani pieni di speranza. Ascoltavo ognuno di loro con tutta mia forza, stanno facendo di tutto per dire al mondo che in Siria c’è una società civile, e nonostante i massacri e gli arresti da parte del regime siriano e poi delle bande estremiste e islamiste, stanno continuando la loro attività pacificamente. Tra il silenzio dell’Occidente.

Nonostante tutta la sporcizia della politica, loro credono che il movimento civile sarà quello che deciderà il futuro della Siria.

Ero cosi fiera di loro e di essere tra loro. Poi ho notato che tra loro c’erano anche dei libanesi. Libanesi che hanno raccontato ai siriani la loro esperienza durante la guerra. Tra i libanesi ci sono alcuni esperti che passano la loro esperienza agli attivisti, sono coinvolti nella causa siriana come fossero siriani.

Sono uscita dal loro incontro con tutta la voglia di camminare nei vicoli di Beirut. Ho sentito l’odore del gelsomino che non avevo sentito prima. Ho rivisto quella brutta frase che avevo letto il giorno prima. Ma ho notato che accanto qualcuno aveva aggiunto: “sei un razzista”.

Mi sono fermata davanti al palazzo che un tempo fu il primo teatro a Beirut, fondato dal “pioniere del teatro libanese e arabo” Marun Naqqash, mi è tornata in mente la meravigliosa Beirut.

Ho continuato la mia passeggiata pensando ai poeti siriani che scappavano. E quando dicevano che l’amore che si trova a Beirut è un amore unico. E’ quello che si incontra quando si è troppo soli.

Mentre camminavo la voce di Samih Shqeir, cantate siriano, risuonava nella mia testa, quella canzone scritta dal poeta Mahmud Darwish che dice: “Beirut è una mela per il mare / un narciso nel marmo / il riflesso dello spirito nello specchio / la prima descrizione di una donna/ Beirut è fatta di fatica / Beirut è fatta d’oro / di Andalusia / di Sham / E’ una stella tra me e il mio amante / Beirut è il primo bacio, la nostra tenda e la nostra stella”.