“Border” e “Untold Stories”. Pellegrinaggi di immagini al confine siriano

(di Tarabish). Il confine di “Border”, film di Alessio Cremonini presentato al Festival del cinema di Roma il 12 novembre 2013, è la linea militarizzata che separa la Siria dalla Turchia: una delle poche vie di fuga dai fronti di una guerra che non sembra arrestarsi.

Cremonini comincia il suo racconto con un montaggio di immagini rubate da piccole telecamere e telefonini degli scontri nelle diverse città siriane. Manifestazioni, repressione di manifestanti, affrontamenti corpo a corpo e spari dai cecchini appostati sui tetti. Poi tutto si arresta nella calma apparente di un appartamento in una cittadina vicino Tartus dove due sorelle sono impegnate nella preghiera, entrambe coperte dal niqab.

Si scopre che il marito di una delle due è pronto a disertare e a passare in nome della libertà dalla parte dei ribelli. Spaventate dalle plausibili conseguenze delle forze legaliste che si vendicheranno contro la moglie, le due donne si lasciano convincere a mettersi in salvo partendo per la Turchia.

Comincia qui un improbabile viaggio della speranza che vede le due sorelle nelle mani di un autista trafficante senza scrupoli, affiancate da un altro passeggero che lo spettatore sa essere uno shabbiha. Mi fermo con la trama per non perdere, come il regista, la bussola.

Un punto debole del film, nonostante la forza della storia, sceneggiata dallo stesso Cremonini con Susan Dabbous (giornalista italo-siriana che collabora con diverse testate), è la poca veridicità delle situazioni che troppo spesso sconfinano nell’inverosimiglianza. Non solo perché i protagonisti non si scontrano con le difficoltà per la mancanza di cibo, d’acqua e per il dormire all’addiaccio, ma anche a causa di una recitazione che, incrementando il tono, perde di credibilità. E purtroppo questo aspetto diventa spesso l’unico espediente per manifestare la perdita di controllo dovuta alla drammaticità delle diverse situazioni narrate.

Le donne gridano perdendo l’iniziale ritrosia e lo shabbiha alterna apatico distacco ad arrabbiature. I due personaggi femminili continuano a muoversi sulla linea di confine tra consapevolezza e inconsapevolezza, mentre la carognaggine dello shabbiha non tarda a manifestarsi. E le occasioni di scontro vengono spiegate da dialoghi che in molti casi diventano momenti per raccontare la situazione che l’intero Paese sta vivendo, lasciando le dinamiche tra i personaggi poco approfondite: stupiscono certe ingenuità di fronte alle situazioni.

Salto direttamente alla bella scena finale dove ci troviamo a fronteggiare le esitazioni di una delle protagoniste davanti al varco aperto nella rete che segna il confine con la Turchia.

Girato comunque nei boschi del Lazio (spacciati per la foresta di Furoloq a nord di Lattakia), il film parte da una storia vera e ha il merito di riportare l’attenzione su una situazione abbandonata sempre più a se stessa. L’opera sembra esemplificare bene lo stato attuale del conflitto, senza fine, in cui la ricerca di una possibile salvezza non è altro che un deambulare alla cieca su un confine tra vita e morte in una direzione, verso un altrove, la cui linee di demarcazione restano solo dentro all’inferno. Lo spettatore non si chiede nemmeno più chi possa vincere di fronte alla spietatezza della disperazione di chi ha o non ha più nulla da perdere.

Un documentario sulla situazione siriana è stato presentato un mese fa, il 13 ottobre, nella sezione dedicata al mondo arabo della rassegna Asiatica Film.

“Storie non dette” (Untold stories) di Hisham al Zouki è stato proiettato in una sala folta di spettatori attenti e partecipativi.  Non è bastato nemmeno il tempo previsto per le domande da parte del pubblico al regista, presente in sala e ad Alberto Negri, giornalista del “Sole 24ore” di ritorno dal confine siro-libanese.

Il documentario di al Zouki racconta un anno vissuto a Zabadani, cittadina del sud della Siria non troppo lontana dall’ormai celebre Daraa in cui è cominciata la protesta contro il regime di Bashar al Asad. Hisham al Zouki racconta i mesi di proteste pacifiche contro il potere di Asad fino alla deflagrazione di tutti contro tutti. Il villaggio è su una delle famose vie dove passano la droga e le armi di contrabbando tra Siria e Libano.

Con materiale ormai d’archivio girato in loco dallo stesso al Zouki e montato in Norvegia, dove si trova ora il regista, il film mostra per la prima volta il contributo articolato che le donne hanno dato alla rivoluzione, durante le proteste, con i mariti in carcere o scomparsi e di fronte all’invasione di mercenari a sostegno del regime provenienti dalle file del Partito di Dio dal vicino Libano.

Il racconto che riporta le testimonianze dei concittadini e familiari del regista si ferma alla primavera del 2012 quando, volendo, le immagini lasciano la parola al film di Cremonini che, in tutt’altra parte del Paese, racconta il carnaio del presente.