Damasco, fumo nero o fumo bianco

(di Lorenzo Trombetta) Fumata nera e fumata bianca: la prima è l’effetto dei bombardamenti tradizionali, la seconda è causata dall’esplosione di barili-bomba, pieni di dinamite e pezzi di ferro.

Gli abitanti di Damasco sono ormai abituati a riconoscere i tipi di ordigni che le forze fedeli al presidente Bashar al Assad sganciano sui sobborghi della capitalesolidali con la rivolta armata anti-regime.

Maher, la moglie Hamra e la piccola figlia Salma, di appena un anno e mezzo, sono arrivati a Beirut dopo un viaggio-odissea durato più di cinque ore, lungo una strada che in tempi normali si percorre anche in meno di due ore. “Al posto di frontiera c’era una ressa enorme. Di persone che fuggivano”, racconta Hamra appena scesa da un taxi collettivo giunto alla stazione di Charles Helou, nel centro di Beirut.

“Anche qui piove, ma non bombe”, sorride ironico Maher mentre scarica l’unica valigia che hanno portato con loro. “In teoria vogliamo rimanere qualche giorno per respirare un po’, per dare a nostra figlia qualche ora di tregua dai boati delle esplosioni”. Ma nessuno sa se potranno tornare nella loro Damasco.

Maher, che conosce quattro lingue, è fortunato rispetto a molti altri siriani: fino ad oggi ha ancora il lavoro in un ufficio di una organizzazione non governativa francese che sostiene la Mezzaluna rossa siriana. “Ma forse da domenica anche per me non ci sarà più posto”. Il suo ufficio è lungo la strada dell’aeroporto.

“Ormai è quasi del tutto conquistata dai rivoluzionari, sono arrivati al terzo ponte. Domenica scorsa erano riusciti a prendere il quinto cavalcavia”, racconta Maher in riferimento alle sopraelevate che attraversano l’autostrada che da Damasco porta allo scalo internazionale. La zona è immersa nella Ghuta, l’antica oasi che circondava la città e che è stata sin dal 2011 solidale con le proteste anti-regime, represse nel sangue e trasformatesi in rivolta armata.

“La sensazione a Damasco è che i ribelli sono alle porte, ma non sappiamo quanto quelli del regime potranno resistere. Non credete a chi dice che Bashar sia prossimo alla caduta. Gli shabbiha (i miliziani lealisti) sono pronti a tutto”, irrompe Hamra. “Se arrivano a lanciare barili-bomba sulle case dei civili… non c’è più nulla di haram… di vietato. Tutto è lecito per loro”, dice nella stanza di un foyer dove intendono rimanere per due notti.

A Damasco abitano in un quartiere a ridosso della città vecchia ancora poco toccato dalle violenze. “Ma ogni giorno ormai arriva l’esercito e perquisisce le case alla ricerca di persone da arrestare”, racconta Hamra. “Stamani, prima di partire, sono tornati e ci hanno fatto problemi perché ospitiamo due famiglie di Zamalka”. Zamalka è uno dei sobborghi orientali di Damasco, anch’esso martoriato dalla violenza.

“Damasco è piena di profughi non solo dai sobborghi ma da tutta le regioni siriane. Ci sono case dove sono ammassate anche sei o sette famiglie”, afferma la donna. Ma ora chi può si prepara a scappare anche da Damasco. “Alla frontiera era pieno di famiglie che fuggono verso l’Egitto. Raggiungono l’aeroporto di Beirut perché ormai quello di Damasco è chiuso”.

Il Libano è troppo caro per la stragrande maggioranza dei siriani in fuga. “L’Egitto è il meno caro. Chi può va in Libia o in Sudan”. Ma molti altri, come Hamra e Maher, non hanno ancora il passaporto rinnovato e quindi, per ora, possono andare solo in Libano, dove i siriani entrano con la carta d’identità.

“Siamo stati all’ufficio passaporti a Damasco… mai abbiamo visto così tanta gente. Tutti vogliono scappare dalla città”. Dove la vita ha pochissimo valore. “Tornavo dal lavoro mercoledì scorso, dall’aeroporto”, riprende Maher. “Il posto di blocco al quinto ponte era ancora in mano ai governativi”, racconta.

“Ho detto che ero della Mezzaluna rossa e mi hanno fatto passare. Ma subito dopo ho visto sul ciglio della strada un’auto ferma. La portiera era aperta e un uomo sanguinante reclinato sul volante chiedeva soccorso… gli avevano appena sparato alla schiena dal check-point ma nessuno ha osato fermarsi. Il militare di guardia, da lontano e in segno di minaccia, ha caricato il fucile e sparato in aria. Nessuno – conclude Maher – doveva soccorrere quell’uomo”. (Parte di questo articolo è stato pubblicato dall’ANSA il 4 dicembre 2012).