Damasco, l’ospedale italiano che resiste

L'ospedale italiano (Teliani) di Damasco (dall'archivio di Imad Aramshi)

(di Alberto Zanconato, ANSA). Per arrivarci basta dire al tassista che si vuole andare dai “Telieni”, gli italiani. E’ qui, nel quartiere di Mazraa, che dal 1913, sotto la direzione delle suore salesiane, opera l’Ospedale Italiano di Damasco.

Un centro chirurgico dove sono stati curati profughi palestinesi, iracheni e semplici cittadini siriani e che da due anni soccorre gratuitamente i feriti dei bombardamenti e delle autobomba che colpiscono la capitale.

“Ci sono stati giorni in cui sono arrivati 30 feriti, li abbiamo sistemati anche nei corridoi, dandoci da fare tutti come potevamo, medici, infermieri e suore”, racconta la madre superiora, Annamaria Scarsella, trasferita in Siria nel 2011 dopo 41 anni passati nelle scuole e nelle missioni del Messico, compresa la regione del Chiapas.

Fuori di tanto in tanto si sente il rumore delle cannonate che partono dalle postazioni governative verso i sobborghi ribelli, che a loro volta colpiscono quasi quotidianamente il centro della capitale con colpi di mortaio e razzi.

Uno di questi ha centrato ieri la nunziatura apostolica, distante un paio di chilometri da qui, senza provocare feriti. Ma su altri quartieri periferici abitati da cristiani i bombardamenti sono continui. Come quello di Jaramana, nel sud della città, dove dall’inizio del conflitto sono caduti 2.800 obici.

A raccontare la storia dell’ospedale, ospitato con i suoi 55 posti letto e 70 medici in un edificio vecchio ma ordinato, è una suora siriana, Widad Abiad, che lo conosce da quando aveva 13 anni, avendo frequentato la scuola salesiana annessa prima che questa fosse nazionalizzata, nel 1967.

“Quest’anno è il centenario del nosocomio, fondato dall’egittologo Ernesto Schiapparelli. Durante la Seconda Guerra Mondiale è stato occupato dai britannici, ed è rimasta solo una suora a fare la guardiana. Poi l’attività è ripresa”.

L’ospedale è oggi un punto di riferimento per la popolazione, nella tempesta che scuote la capitale. Così come il vicino oratorio e centro catechistico dei Salesiani, frequentato da 200 bambini e 300 giovani, che cura anche la distribuzione di cibo per famiglie in difficoltà, attività di aiuto psicologico e corsi di formazione e sostegno scolastico.

“Accogliamo ragazzi cristiani di qualsiasi rito”, sottolinea il responsabile, il prete venezuelano Alejandro Josè Leon. Con i suoi 34 anni, il maglione, i jeans, il fisico atletico e i modi rilassati, non è molto diverso dai ragazzi più grandi della comunità che giocano a calcetto in cortile.

Abu (“padre” in arabo) Alejandro ha passato due anni ad apprendere l’arabo in Egitto e poi ha studiato cinque anni in Italia, continuando ogni estate a venire a Damasco o Aleppo a lavorare. Da tre anni vive qui. Ad aiutarlo un aleppino di 29 anni, Munir Hanashi, appena ordinato sacerdote dopo cinque anni di studio a Torino.

Un altro salesiano della comunità è Luciano Burati, 65 anni dei quali 25 passati a Qamishly, vicino alla frontiera con la Turchia, che ora gestisce una casa dell’ordine a Kafrun, nella provincia di Homs. Qui, nella Wadi al Nasara (La Valle dei Cristiani), sono ospitati 40 sfollati da Aleppo.

“Le famiglie in difficoltà nella nostra comunità sono tante”, dice padre Leon. “Molti impiegati nel turismo o nelle ambasciate europee che hanno chiuso hanno perso il lavoro. Tutto questo si aggiunge ai pericoli quotidiani.

La maggior parte dei nostri ragazzi viene da quartieri popolari, in particolare Dweila e Jaramana. Ogni giorno dobbiamo valutare i rischi e decidere se mandare o meno i pullman a prenderli. Una volta è successo che un mortaio è caduto davanti e uno dietro a un nostro mezzo pieno di bambini”.

Eppure l’estate scorsa 150 ragazzi hanno celebrato con una festa la Giornata mondiale della gioventù. “Tutti – dice padre Alejandro – sono stati toccati dalla guerra. Chi ha avuto un cugino ucciso, chi un amico, chi un vicino. In questa situazione c’è chi dice: ‘Se esiste Dio, come può permettere questo?’.

Ma altri, che prima venivano all’oratorio solo per giocare, adesso mi dicono: ‘Abu, ho capito, non c’è altro che Dio’. Tra i nostri giovani c’è una nuova fioritura di fede, c’è un ritorno di vita evangelica”. (Ansa).