Damasco, Voci dalla città vecchia

(di Antonio Picasso*, per SiriaLibano). Oggi l’eco dei colpi dell’artiglieria di Assad è più lontana. La Città vecchia di Damasco vive un momento di alleggerimento della tensione. «Non credo sia lo stesso per quelli che stanno sotto tiro», commenta George, nome di copertura della nostra fonte, raggiunta al telefono dall’Italia.

George è un cristiano – lo è per davvero – che vive nel centro storico della capitale siriana. Eravamo con lui a Damasco neanche due settimane fa. E in quei giorni i bombardamenti si udivano ben chiari. Sia di notte che si giorno, senza tante differenze.

In realtà con il buio, oltre agli spari dell’artiglieria, era possibile distinguere i colpi dei kalashnikov. Segno, questo, che la marea della guerriglia sta montando anche nella capitale. Ma è molto lenta. Non come ad Aleppo dove la battaglia è aperta.

«Di fronte a questa incertezza noi ci affidiamo alla protezione della Croce». Michel ci ha accompagnato in quei giorni a Damasco, nelle stradine antiche, per farci vedere la situazione. In una Città vecchia avvolta in un silenzio anomalo, la quotidianità si sforzava di andare avanti. La gente camminava spedita. Ma non per paura. Bensì perché nel brulicare lavorativo, i damasceni vanno sempre di corsa.

Le piccole botteghe erano aperte. Quelle degli alimentari, però, dove i prezzi sono schizzati alle stelle. I bazar di tappeti e icone stavano chiudendo tutti quanti. «Sbaracco e me ne vado in Europa», commentava un commerciante di oggetti d’arte proprio di fronte a Bab Sharqi. «Scappano, beati loro! Ma io come faccio?» L’azzurro degli occhi di Michel si copriva di una patina di paura. «Ma io non posso fuggire. Sono vecchio. E poi dove andrei?»

L’idea di finire tra i profughi nei campi di Giordania, Libano o Turchia mette ancora più angoscia che il sopraggiungere della guerra. Mentre questa si fa già sentire con i cannoni, l’incubo di fuggire Michel lo escludeva a priori. Lui: un uomo di quasi 70 anni, che parla un italiano dalle erre arrotate. Le sue speranze che il regime di Assad regga sono deboli. Non è l’unico cristiano le cui illusioni si stanno corrodendo.

Bab Sharqi è una delle porte dell’antica cinta muraria. Tra questo arco e Bab Tuma, i musulmani sono davvero in minoranza. In questo segmento iniziale di Via Recta, la strada di epoca romana ancora attiva oggi, una sola moschea è lì che resiste. Stretta com’è tra il patriarcato melchita e l’arcivescovado siro-cattolico.

Damasco, con la sua Città Vecchia, è la copia in piccolo di tutto ciò che è la Siria. Dell’intero Medioriente. Un dedalo di popoli, etnie e confessioni. Un intreccio di culture e lingue che è arrivato fino a noi dopo secoli di storia. La tranquillità del quartiere è data dalla presenza di miliziani. Almeno così speravano i cristiani incontrati.

Una pattuglia l’altro giorno, verso il patriarcato greco-ortodosso, fermava solo chi andava in giro in bicicletta. I pedoni li lasciava passare. Erano uomini armati alla bell’e meglio, con kalashnikov e pistole. Queste infilate nella cintura dei pantaloni, senza neanche una fondina. Uno di loro indossava un giubbetto antiproiettile. Le uniformi? Meglio parlare di equipaggiamento militare patchwork. «Sono i nostri ragazzi», spiegava Michel. «Giovani cristiani che controllano che in centro non arrivino i terroristi».

I terroristi appunto. Nella Damasco antica, i ribelli hanno un bollino inequivocabile. I cristiani restano, senza riserve, affiancati ad Assad. Perché tra minoranze ci si intende. Perché per loro, così come per gli alawiti, la paura del domani è la stessa. L’incubo si chiama Iraq. Come dopo Saddam, una volta caduto il presidente, si arriverà al regolamento di conti tra confessioni, etnie, famiglie, fino a toccare le rivalità fra singoli individui. Un’alleanza tattica e di difesa.

Eppure qualcosa sotto la cenere si muove. In strada come presso pure alcune persone vicine ad Assad, la preoccupazione non è più un tabù da tenere nascosto. Per il futuro, tutti stanno facendo i propri calcoli per come riposizionarsi. La nuova Siria – con o senza Assad, domani o tra due anni – sarà per forza di cose diversa. «L’altro giorno è scoppiata un’autobomba proprio di fronte a questi uffici», ci raccontava una funzionaria (sunnita) al ministero dell’informazione. «È naturale avere paura».

La stessa Maria Saadeh, cristiana e neoeletta al parlamento, ammetteva di aver fatto cambiare scuola ai suoi due bambini. Prima studiavano in un istituto fuori città. «Era troppo pericoloso. Adesso vanno dietro casa. L’angoscia resta, ma è minore». Politicamente le posizioni della Sadeeh sono note. Dice che il Paese non è pronto per la democrazia. Per quanto un anno e mezzo fa le riforme fossero necessarie, oggi è convinta che questa guerra non poterà al risultato sperato dai ribelli. «Bisognava fare qualcosa. È stato fatto male».

Così, tra un rimpianto e un timore, Damasco attende. Da Michel a Maria Saadeh, da George agli impiegati statali, i quali, sebbene stipendiati dal governo, sono uomini. E donne, che hanno paura. Due mesi fa, in un precedente giro di incontri sempre a Damasco, questa non c’era. Come non erano così vicini gli spari. Oggi, ci dicono che sono ridotti. Domani cambierà di nuovo. La Siria è il Paese delle sorprese. (SiriaLibano, 25 settembre 2012).

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* Antonio Picasso è giornalista e autore del volume Il Medio Oriente cristiano, Cooper, 2010.