Daraya, “io c’ero e vi racconto cosa è successo”

“La mia famiglia ed io siamo riusciti a scappare da Daraya e siamo vivi” ma “nella fuga abbiamo visto morti ovunque nelle strade”.

Inizia così la testimonianza di una sopravvissuta al massacro della cittadina a sud di Damasco, compiuto la settimana scorsa, secondo residenti e attivisti, dalle forze fedeli al presidente Bashar al Assad.

“Daraya è stata bombardata per quattro giorni dai carri armati posti agli ingressi della città e da elicotteri e aerei militari”, afferma la giovane donna, ora rifugiatasi a Beirut e ancora sotto shock e che per ora non se la sente di apparire in video o di diffondere le sue generalità.

Testimonianze concordanti riferiscono del ritrovamento di oltre 200 corpi, tra cui quelli di donne, bambini e anziani, giustiziati sommariamente all’alba di sabato scorso. Daraya, che per lunghi mesi all’inizio della rivolta era stata la culla del movimento non violento, era sotto assedio e colpita da bombardamenti dal lunedì precedente.

Gli attivisti hanno documentato l’uccisione in tutto, dal 20 al 26 agosto, di circa 340 persone, per lo più civili. La lista dettagliata con le generalità delle vittime è stata pubblicata dal Centro di documentazione delle violazioni in Siria.

I media ufficiali hanno attribuito il massacro a non meglio precisati terroristi armati e infiltrati, pagati e sostenuti dall’estero. Ma non hanno finora diffuso alcun bilancio delle violenze di Daraya, né hanno pubblicato le generalità delle vittime.

Una troupe della tv Addounia, privata ma vicina al regime, ha trasmesso un reportage da Daraya, due giorni dopo la diffusione dei crimini, mostrando corpi nelle strade, nei cimiteri, nelle case. L’autrice del reportage si è avvicinata a una bimba appoggiata al corpo morto di una donna, chiedendole: “Chi è questa donna? Tua madre? Chi le ha fatto questo? I terroristi?”.

La sopravvissuta di Daraya, che nella sua testimonianza riferita all’Ansa di Beirut definisce “omicida” l’atteggiamento dell’autrice del reportage di Addounia, prosegue il racconto dei giorni precedenti al massacro: “Una bomba ha colpito il nostro palazzo. I piani in alto sono stati distrutti, ma non il piano terra dove vivevamo noi. I vicini di altri piani si sono rifugiati da noi. Per due giorni, noi donne siamo rimaste nel soggiorno, la stanza più sicura Gli uomini sono rimasti all’ingresso dell’edifico in caso che l’esercito siriano (governativo) avesse invaso la città”.

“L’edificio accanto al nostro è andato in fiamme perché una bomba ha colpito un serbatoio di combustibile. Molte persone sono state uccise”, ha affermato la donna che ha aggiunto: “Sono stati colpiti un ospedale proprio dietro il nostro palazzo, pieno di feriti, e tre scuole dove si erano rifugiati gli abitanti di Muaddamiye”, sobborgo di Damasco vicino a Daraya, investito nei giorni precedenti dalle operazioni delle forze lealiste.

“Venerdì, un coraggioso autista di cui non voglio fare il nome, ci ha portato fuori da Daraya a bordo di un bus”, ha ripreso la sopravvissuta. “Lungo la strada, gli uomini dell’Esercito libero (i ribelli) ci hanno indicato la via più sicura, ma le bombe cadevano su tutta la città. Abbiamo visto corpi senza vita ovunque nelle strade. Braccia lì, gambe laggiù”, ha aggiunto.

“Quando abbiamo oltrepassato Daraya e siamo entrati nella zona sotto controllo dell’esercito siriano, l’autista ha preso a guidare come un pazzo perché i cecchini sparavano contro di noi. I bambini urlavano e abbiamo tutte pensato di non riuscire a salvarci. Tornerò in Siria solo quando avrò la possibilità di sostenere i civili laggiù”.