Mazen Darwish, “Non rinunciamo a cambiare la nostra realtà!”

Mazen Darwish, giornalista siriano da più di un anno scomparso nelle carceri del regime per la sua attività di presidente del Centro per i media e la libertà di espressione (Scm), dalla sua cella è riuscito a far arrivare un suo messaggio all’esterno.

La sua lettera (in basso il testo) è stata diffusa dal Scm in occasione della cerimonia di consegna del premio “Bruno Kreisky” vinto, tra gli altri, proprio da Darwish per il suo impegno nella “campagna per la riforma della legge sulla stampa” e per aver “fatto in modo che la comunità internazionale venisse a conoscenza della scomparsa di blogger e giornalisti” siriani.

Darwish aveva fondato il Scm nel 2004, sette anni prima dello scoppio delle prime manifestazioni di protesta anti-regime in Siria nel marzo del 2011 (quando il Scm è stato definitivamente bandito e chiuso). Già nel 2007 le autorità siriane gli avevano ritirato il passaporto e impedito di lasciare il Paese, mentre nel corso di sei anni, dal 2005 al 2011, era finito per tre volte in carcere.

Fino al febbraio 2012, quando è stato di nuovo arrestato assieme a una decina di suoi colleghi in una retata a Damasco dei servizi di sicurezza del regime, Darwish e la sua squadra monitoravano costantemente le violazioni compiute in Siria contro i giornalisti.

Da 16 mesi Mazen Darwish è in attesa di processo e detenuto con altri quattro colleghi nel braccio “politico” della prigione di Adra, vicino Damasco. Deve rispondere dell’accusa di “istigazione a commettere atti terroristici” e rischia una condanna fino a 15 anni di carcere con lavori forzati.

La legge detta “anti-terrorismo”, promulgata dal presidente Assad nel 2011 nell’ambito delle cosiddette “riforme politiche”, ha sostituito di fatto le leggi speciali introdotte nel 1962, pochi mesi prima l’avvento del partito Baath. I tribunali militari hanno mantenuto la loro legittimità nel giudicare civili dissidenti, ma sono stati chiamati “tribunali anti-terrorismo”.

Di seguito proponiamo la nostra traduzione dall’arabo della lettera di ringraziamento di Darwish per la consegna del premio “Bruno Kreisky”, in cui analizza le cause che hanno condotto il suo Paese nel baratro attuale e ricorda che il contesto della diffusa e generalizzata violenza quotidiana siriana non è solo il frutto dell’insurrezione e della contro-insurrezione in corso da due anni, ma è l’effetto del binomio “tirannia e corruzione”.

Innanzi tutto vorrei ringraziarvi per la vostra presenza oggi e per l’onore di questo premio che porta il nome di un uomo esemplare come Bruno Kreisky e che in precedenza è stato assegnato a persone come Nelson Mandela, Benazir Bhutto e Lula da Silva.

Nonostante per un carcerato non esista una felicità maggiore del sentire che il mondo esterno si ricorda ancora di lui, di fronte alla devastazione e allo spargimento di sangue che travolge il mio Paese, il mio sentimento di felicità diventa un lusso che mi vergogno di provare.

Signori, vorrei farvi una confessione. Tante volte ho guardato con perplessità Kreisky: come poteva un combattente saldo e un uomo di stato come lui spingere la sua nazione verso la neutralità permanente e rinunciare volontariamente all’ebbrezza della vittoria e al piacere del successo? Finché non mi sono reso conto che nelle guerre non c’è un vincitore e che tutti sono perdenti. E che l’unica virtù della guerra è la sua possibilità di avere una fine.

E da Baghdad a Budapest, dal Libano a Praga, dal Vietnam alle due Coree ho imparato che la cosa migliore nella guerra è proprio la sua fine. E dalle vittime delle guerre, fino alle vittime della discriminazione razziale in Sud Africa, in Ruanda, in Bosnia, alle vittime della tirannia nel nostro mondo arabo e quelle di Franco, di Pinochet e dei Colonnelli greci, ho imparato che la strada per la democrazia è lontana dal sentiero dell’estremismo e del terrorismo tanto quanto lo è dalla strada delle dittature e della tirannia.

Signori, forse il modo in cui si sono messe le cose in Siria oggi è peggiore dei nostri peggiori incubi, ma possiamo rinunciare al diritto di cambiare la nostra realtà? Alle nostre ambizioni legittime di libertà, dignità e cittadinanza? Al nostro dovere di ridurre la diseguaglianza e di portare più giustizia nella nostra società, perché questi slogan sono stati utilizzati in modo ideologico e strumentale da parte di regimi tirannici e autoritari e di movimenti violenti ed estremisti?

Dobbiamo forse ruminare le nostre esperienze nel mondo arabo una volta dopo l’altra? Perché tutte le volte che la tirannia si è sposata alla corruzione hanno dato vita solo all’estremismo, alla violenza e al terrorismo.

Sì, vogliamo la libertà, la dignità, la giustizia e ne abbiamo tutto il diritto. Di certo non è la libertà di morire sotto tortura o ammazzati. Non è la libertà di morire per una bomba lanciata da un aereo o per un’autobomba.

È la libertà di vivere una vita basata sulla condivisione e l’alleanza tra l’universalità del valore dei diritti umani e la specificità delle condizioni e delle relazioni sociali locali. Al fine di rimodellare una sfera umana mondiale che renda la vita un’esperienza umana morale che non appartiene ad alcuni più di quanto non appartenga ad altri.

Signori, a tante persone mi rivolgerei e di tanti farei i nomi oggi attraverso questo palco, se ci fossero il tempo e la possibilità. Ma purtroppo sono molte di più del tempo a disposizione e più grandi di quanto le parole possano esprimere.

Eppure vorrei rivolgermi in particolare ai miei colleghi che mi hanno accompagnato nel cammino alla detenzione, e a quelli che hanno avuto la fortuna di non essere arrestati. Sono fiero di aver avuto l’onore di lavorare con voi e di toccare i vostri sogni e i vostri dolori.

Ai miei amici, che ogni volta mi sorprendono per la loro lealtà e per la loro adesione a tutto ciò in cui crediamo. Non perdete la fede, anche se chi non ha pietre per costruire vi ha tirato addosso colpe.

Alla mia famiglia meravigliosa. Grazie per la vostra pazienza, per l’amore e per il sostegno che mi avete dato in tutti questi anni. Nulla avrebbe senso senza di voi.

A coloro che si sono assunti la responsabilità di “disciplinarmi” per dieci mesi, in particolare a quelli nei primi giorni dell’ ‘Id al Adha, della festa del sacrificio. Provo tristezza per noi e auguro ai vostri figli una vita felice, priva di paura e tortura e festività piene di gioia e amore che possano condividere con i miei figli: Inana e Adad.

Signori, nella spirale folle della violenza ho perduto tanti e tanti dei miei cari: uccisi, arrestati, feriti, rapiti o costretti a fuggire. Ayham Ghazzul, il mio collega medico, il mio amico Hassan Ahmad Azhari, mio cugino, il tenente ‘Ali Darwish, mio fratello Sami ‘Aqil, il mio amico Khalil Matuq. Mi inchino di fronte a loro e alle loro famiglie.

Ho ingoiato le lacrime in questo periodo, perché sono poca cosa rispetto alle vostre pene. E ho dato libero sfogo alla mia voce per poter uscire con voi al sole, mano nella mano, e gridare insieme un’altra volta:

Uno, uno, uno, il popolo siriano è uno!

Il sangue siriano è uno!

Il futuro siriano è uno!

(Mazen Darwish, 10 giugno 2013)