Dei massacri e dell’importanza degli archivi

Compiere massacri contro civili inermi giustificando l’azione col pretesto della presenza di pericolosi terroristi è un espediente antico. Che si ripete in Siria, sotto gli occhi complici e silenziosi di chi in Occidente si rilassa sull’adagio “meglio un regime autoritario che il terrorismo islamico”.

Convinti dallo stesso argomento da Ariel Sharon, allora ministro della difesa israeliano, i rappresentanti diplomatici americani nella Beirut del settembre 1982 di fatto lasciarono che avvenisse il massacro dei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila, materialmente compiuto da miliziani delle Falangi libanesi.

La tesi è di uno studente di dottorato in Storia alla Columbia University, Seth Anziska, che ha di recente studiato alcuni documenti non più segreti dell’archivio di Stato di Israele. E che dimostrano che gli Stati Uniti erano stati informati da Sharon della sua volontà di aprire le porte di Beirut ovest ai falangisti, in cerca di una vendetta per l’uccisione del loro leader Bashir Gemayel.

Un massacro evitabile, è il titolo dell’articolo di Anziska pubblicato sul New York Times per il trentesimo anniversario del massacro di Sabra e Shatila. Secondo le trascrizioni delle conversazioni tra Sharon e i rappresentanti Usa a Beirut, l’argomento del ministro israeliano fu la presenza di migliaia di pericolosi terroristi in quella parte della città. Sharon mentiva e sapeva di mentire.

Grazie ad Anziska emerge un altro tassello di un’atroce verità. Ma anche grazie ad un archivio che conserva documenti. E ad una legge che prevede che dopo un certo numero di anni – certo, quando forse i responsabili non sono più giudicabili – questi documenti possano essere letti da uno studente di dottorato in Storia e resi pubblici. Mi chiedo in quale archivio e su quali documenti potranno esser rinvenute tra trent’anni tracce dell’atroce verità che si sta compiendo sotto i nostri occhi in Siria. Mentre sto scrivendo. Mentre mi state leggendo.