Del dolore del ritorno. Il labirinto di Damasco

Damasco (Foto di Chessa Latifi)

(di Najwa al Ameri* per SiriaLibano). Dal finestrino del pullman che deve portarmi da Ammuriya a Damasco, guardo fuori e penso.

Damasco. L’obiettivo, lo scopo, l’altezza. Damasco è la libertà.

Così l’ho sempre considerata e per questo l’avevo scelta come città dove studiare, mentre scrivevo le mie preferenze tra le facoltà dove andare dopo la maturità. In Siria la scelta dell’università è legata ai voti dell’esame di maturità. Per esempio, l’accesso a medicina richiede un voto più alto rispetto ad architettura, e architettura richiede un voto più alto di altre facoltà. E anche per andare studiare a Damasco bisogna avere una votazione più alta rispetto ad Aleppo e per Aleppo più alta che per Hama.

A me non importava nulla della materia da studiare. Io volevo andare a Damasco.

L’autista fa il preciso per la prima volta: vuole la carta d’identità. Ed è fermo e deciso a non farci usare il cellulare quando passiamo ai posti di blocco.

La strada assomiglia a quella che da Beirut va ad Ammuriya. Finché non arriviamo all’ingresso di Damasco.

Il cielo è diviso in due. A destra è azzurro e c’è il sole. A sinistra, dove un tempo c’era il quartiere di Harasta, il cielo è grigio. Il fumo dei mortai caduti sembra rimasto fermo nell’aria. Non va via.

Le case di Harasta che si vedono dal finestrino del pullman sono tutte bruciate. Sembrano un discorso interrotto: tra i muri distrutti si vedono mensole, alcuni vasi e vestiti ancora appesi ad asciugare.

Un tetto caduto e inclinato sull’edificio. Che fa? Lo abbraccia? Sembra un labirinto che inizia con il vaso di olive e finisce con il tetto inclinato.

Il mio obiettivo è correre verso la grande moschea degli Omayyadi. Per me ogni sasso lì è come un abbraccio.

Non riesco a concentrarmi sulle strade di Damasco. Solo poche cose noto: le foto dei morti di Hezbollah che circondano la zona del quartiere cristiano di Bab Tuma, e la città vecchia dove ci sono militari ogni 20 metri. Tanta gente, gente triste anche mentre sorride. Il rumore degli aerei militari sopra di me diventa col tempo una cosa normale. Solo quando cade una bomba dall’altra parte grigia del cielo, la gente si ferma e guarda.

Mentre cammino verso la grande moschea, sento il rumore di una bomba che cade. È un rumore fortissimo e non sono abituata. Mi fermo tremando. Un vecchietto da un negozio vicino mi guarda e mi dice:  “È la terza nel giro di un’ora”.

Che strano! Solo io sembro spaventarmi al rumore dei bombardamenti. Gli altri non cambiano espressione, non interrompono le parole. In questa parte di Damasco la gente si è abituata a sentire i bombardamenti, non sono pericolosi se non cadono nella loro parte di cielo azzurro.

Arrivo alla Grande moschea degli Omayyadi. È bella come è sempre stata. Ecco io posso definire la mia patria passando attraverso questa moschea. Prendo la penna e il quaderno come facevo sempre prima della guerra: mi sedevo nel cortile della moschea a guardare i bambini che giocavano, le donne che chiacchieravano, gli uomini che camminavano.

Ma questa volta il cortile è vuoto. Ora è chiuso e recintato.

“Perché?”, ho chiesto. Mi risponde un guardiano della moschea, triste per la mia reazione: “Non si può più, se vuoi puoi entrare nella sala della preghiera”.

Entro ma non scrivo nulla sul mio quaderno. Guardo dalla finestra chiusa per metà quello che si riesce a intravedere del cortile. Chiudo gli occhi e mi ricordo di una mia amica conosciuta all’università.

Lei è damascena. Eravamo proprio qui, insieme nella grande moschea quando mi disse: “Ammuriya è famosa perché produce una buona cipolla”. “Ma che dici?”, le risposi. “È vero che abbiamo una fabbrica di cipolle, ma non è affatto vero che siamo famosi per la cipolla, ma per altre cose più belle dalla cipolla”.

“E allora vieni con me, così ti faccio sentire cosa si dice di Ammuriya”.

La seguii offesa. Mi portò al suq della verdura dove tutti i venditori vantavano in dialetto damasceno la verdura buona che avevano. Ci siamo fermate davanti a uno che cantava:

“Asabia el bubbo ya khyar!” (Come dita di bambino sono questi cetrioli).
“La tshalleho bishlah, lahalu el derraqen!” (Non sbucciarla la pesca ché si sbuccia da sola).
“Kalawi ya ful!” (Grosse come rognoni queste fave).

Poi, il venditore mi guardò negli occhi e, come se avesse ascoltato il discorso che avevo fatto con la mia amica, concluse: “Ammuriya ya basal” (Di Ammuriya è la cipolla).

Mi viene in mente questo nella grande moschea a Damasco e sorrido.

Sto scrivendo solo adesso del mio viaggio in Siria. Attorno a me circola la notizia dell’attacco estremista a Parigi. Accanto a me ci sono bambini che muoiono per il freddo .

Dovrei scrivere qualcosa per dire che sono musulmana e che condanno il gesto degli estremisti contro i disegnatori di Charlie Hebdo e che non tutti i musulmani sono uguali? Dovrei scrivere per i bambini che muoiono adesso?

No, non ho voglia di scrivere nulla.

Voglio rimanere nell’abbraccio della grande moschea, con queste poche cose belle che sono rimaste nella mia memoria. Voglio rimanere nel  labirinto della mia Damasco.

Non voglio piu scrivere.

* Pseudonimo. Ammuriya è una città inventata da Abdel Rahman Munif e Jabra Ibrahim Jabra nel loro romanzo Un mondo senza mappe (‘Alam bala khara’it, al Mu’assasa al ‘arabiyya li l dirasat wa n nashr, Beirut, 2004).