Pensieri di un’arabista smarrita

Waseem Al Marzouki

(di Martina Censi). Oggi in Italia, per molte persone parlare di mondo arabo significa parlare di Isis.

Quando, in occasioni amene come riunioni tra parenti, compleanni, cenoni con conoscenti, amici e amici di amici, mi viene chiesto “E tu, cosa fai? Di cosa ti occupi?”, raramente mi capita di provare sensazioni gradevoli. In genere sento un’ondata di calore, o meglio una vampata, che mi percorre il corpo da cima a piedi. Il cuore inizia a saltare all’impazzata dietro le mie costole, mentre cerco di tirare un respiro profondo nell’intento di ricompormi per rispondere all’ingrata domanda.

Mi sono chiesta: “Perché cavolo ho quasi sempre questa reazione?”.

Ho cercato di darmi una risposta.

Ci sono alcune professioni socialmente riconosciute e facilmente identificabili dall’interlocutore, come l’impiegato di banca, il commesso, l’ingegnere, l’architetto, ecc.

Ma l’arabista?

Di solito, dunque, faccio un po’ la vaga, dicendo che insegno arabo all’università e faccio ricerca, senza entrare nel dettaglio. Il cervello dell’interlocutore recepisce questa risposta e elabora, in un lasso di tempo di solito molto breve, tra le più svariate risposte che suscitano in me, il più delle volte, un sentimento di impotenza che si trasforma ben presto in aggressività latente.

Di solito, l’unico termine che viene recepito è “arabo”.

Nel cervello dell’interlocutore questo termine innesca una serie rapidissima di sinapsi che in genere vengono tradotte verbalmente con il termine Isis. L’equazione “arabo=Isis” mi coglie impreparata.

“Ma io mi occupo di letteratura araba”, cerco di puntualizzare. Risposta: “Isis”.

Com’è potuto succedere? La situazione mi è sfuggita di mano…

Da esperta di letteratura siriana contemporanea mi ritrovo, senza aver capito bene come, etichettata come esperta di questioni geo-politiche relative al mondo arabo, che, ormai, nella testa dell’italiano medio, possono essere, con estrema praticità, archiviate nel file “Isis”.

A questo punto, per non irritare l’interlocutore, e soprattutto per evitare che mi scoppi un embolo nel cervello, cerco di assecondare la sua curiosità pruriginosa sul fenomeno Isis, cercando di dargli qualche informazione un po’ meno superficiale di quelle che circolano nei telegiornali e nei quotidiani. Ma mi rendo ben presto conto che è l’interlocutore a volermi istruire sulle dinamiche in atto e sulla composizione dell’Isis, quasi sempre – a suo avviso – formato da una massa indistinta di “arabi” o meglio da “musulmani”, termini che in Italia, oggi, sono considerati dai più come perfettamente interscambiabili.

Allora cerco di sfuggire all’interessante dibattito, in cui l’interlocutore fa sfoggio di raffinate nozioni sul Corano e sul contenuto dell’Islam – evitando di far notare che queste cose, mio malgrado, le ho studiate all’università – e tiro fuori dal mio mazzo la seconda carta, il vero asso nella manica: “A onor del vero mi occupo di rappresentazioni del corpo nel romanzo siriano contemporaneo.”.

Un attimo di silenzio. Dai che forse ce l’abbiamo fatta! Nuove sinapsi!

No, ho parlato troppo presto. Il cervello dell’interlocutore ha già aperto un nuovo file zeppo di altri raffinitissimi luoghi-comuni. Il termine corpo viene immediatamente associato al sesso. Il termine sesso alla segregazione sessuale, all’harem, al velo.

L’interlocutore inzia quindi a “spiegarmi” quanto la donna sia maltrattata nel mondo arabo – molti si riferiscono a una non meglio precistata terra d’Arabia – quanto l’uomo arabo/musulmano sia retrogrado e maschilista. Ma una delle reazioni più geniali cui abbia mai assistito è stata quella del mio padrone di casa, sedicente intellettuale di sinistra: “Tutti gli arabi sono omosessuali fino al matrimonio. Poi diventano eterosessuali.”.

I miei cari mi accusano di esternare una certa aggressività in questi contesti. Non lo nascondo. Mi è davvero difficile relazionarmi su un piano razionale con persone che, nel 2014, non solo non si vergongano di verbalizzare pensieri del genere, ma ne vanno addirittura fieri. Persone che hanno studiato, tuttologi convinti che leggere il quotidiano e ascoltare radio e televisione sia sufficiente per formarsi una cultura e un’opinione critica sul mondo che circonda. Persone che non si rendono conto di come il mondo stia cambiando e di come chi si considera il “centro” si senta giustificato ad appiccare etichette su tutto ciò che considera “periferia”, senza conoscere veramente nulla di questa “periferia”.

In quanto “arabista” mi sento disarmata. Incapace di scalfire anche solo superficialmente un muro di luoghi comuni, di paura del diverso – che poi tanto diverso non è –, di razzismo, di ignoranza, di generalizzazioni.

Questi scambi quotidiani mi mettono di fronte alla mia inadeguatezza, alla mia incapacità di accogliere serenamente i limiti dell’altro, perché forse ci rivedo i miei stessi limiti. Sono incapace di rielaborare le sensazioni di incredulità, di delusione, di impotenza che si scatenano in me di fronte a certe risposte. Tutto questo mi si rivolta contro.

Pochi giorni sono trascorsi dal mio rientro in Italia dal Libano. Decido quindi di elaborare, ora, una risposta ai luoghi comuni che mi sento ripetere, quotidianamente, da svariate persone: “Arabi e musulmani sono la stessa cosa.”, “Gli arabi sono omosessuali fino al matrimonio.”, “Gli arabi sono tutti dei tagliagole.”.

Nel mio ultimo viaggio in Libano: ho incontrato perlopiù cristiani, nessuna donna mi ha fatto delle avances, la mia gola è ancora integra.