Del dolore del ritorno. Prima parte

La strada Beirut Damasco, tarda epoca ottomana (Internet)

(di Najwa al Ameri* per SiriaLibano). L’ho preso nelle mie mani e sono andata. Il mio cuore. Non mi hanno mai convinto i suoi battiti fuori dal Paese. A Damasco… solo lì c’è la patria. O così pensavo.

Da Derbasiye, al confine siro-libanese, sono andata verso la mia città madre: Ammuriya. La città che mi ha dato il mio colore, il mio dialetto, la smania del mio petto di respirare la sua aria secca, quella che viene dalla steppa.

Ammuriya mi ha dato la mia infedeltà, la mia rigidezza e la mia contraddizione. Mi ha insegnato anche la gioia di innamorarmi di un’altra, Damasco.

Lungo la strada i miei occhi cercavano la guerra, le armi, gli aerei. Guardavo in tutte le direzioni. No non si vedeva la guerra lungo quella strada.

Non avevo mai pensato che ci fosse una strada che porta ad Ammuriya senza passare per Homs. Non siamo passati nè per Homs nè per Deir Baalbe. Siamo passati attraverso i piccoli villaggi attorno.

La maggior parte di questi luoghi sono svuotati della sua gente. Sembra che tutti i suoi uomini li abbiano abbandonati per rimanere affissi nei poster appesi ai muri o su piatteforme di cemento dove campeggia uno scarpone militare. Morti.

Ogni volta che l’autobus si fermava ai posti di blocco, l’autista dava ai militari quello che loro gli avevano chiesto di portare dal Libano. Mi ha sorpreso questo autista che s’è ricordato i desideri di più di venti soldati. Nelle cinque ore di viaggio ha distribuito tabacco, sigarette, soldi. Lanciava i suoi doni dal suo finestrino. Senza dire una parola.

Ho osservato i dettagli di ogni soldato. All’inizio ho visto diverse mostrine di battaglioni militari. Mi hanno colpito le insegne della Quarta Divisione e quelle di Hezbollah. L’uomo seduto vicino a me mi ha però spiegato che quelle mostrine non sono vere. La maggior parte dei miliziani le usa a proprio piacimento. Da dietro i miei scuri occhiali da sole, scrutavo ogni dettaglio dei militari. Poveri. Trasandati. Dimenticati.

Ad Ammuriya si viene accolti dal posto di blocco della famiglia Suleimi. Sono delle vecchie conoscenze. Mio zio mi aveva raccontato una storia su di loro. Un tizio di nome Hikmat, di Ammuriya, arrivò a essere ministro. Erano gli anni ’90. Un giorno andò a porgere le condoglianze al generale Ali Suleimi. E portò con sé uno dei suoi cugini.

Mentre andavano alla casa dei Suleimi, il cugino disse a Hikmat: “Ricordi, quando il padre di Ali lavorava nei nostri terreni come un povero contadino? Ora per loro è il tempo delle vacche grasse… come cambia la vita!”. Hikmat, preoccupato: “Ti prego, cugino, non dirlo a casa loro!”. E il cugino: “Per chi mi hai preso, per uno stupido?”.

La gente di  Ammuriya ora è meno spaventata dai Suleimi. Ha accettato questo mostro. Si è abituata. I Suleimi e gli altri shabbiha sono diventati l’unica forza contro un mostro più grande: lo Stato islamico, meglio noto come Daesh.

Daesh osserva Ammuriya da vicino. E la gente si fissa su quel che dicono i telegiornali: “Ammuriya sarà la seconda Kobane”.

Gli occhi di mio padre. Da sempre li guardavo e dicevo: “Da voi assorbo il coraggio. Da voi attingo la determinazione”. Questi occhi li ho trovati stanchi come non li avevo mai visti.

Nonostante tutto mio padre era più deciso del solito. E mi ha detto: “Nessuno potrà farmi andar via da questa terra!”. La terra per mio padre è il suo orto. Quello che ha sempre coltivato. Nella stagione del narciso, io aspettavo sempre il mazzo più grande di narcisi.

I miei amici di Ammuriya si sono divisi tra quelli pro-rivoluzione, quelli delusi dalla situazione attuale, e altri che erano contro la rivoluzione sin dall’inizio perché sapevano che “saremmo arrivati a questo punto”.

Gli amici si sono riuniti solo ora per venirmi a salutare. Quelli pro-rivoluzione hanno cominciato a scherzare con quegli altri: “Alzatevi! Vogliamo perquisirvi tutti! Forse siete terroristi!”. Mentre lo dicevano, guardavano quelli contro la rivoluzione come per dire: “Avete accettato che gli shabbiha perquisissero noi, noi figli della vostra stessa città!”.

Ammuriya è triste. E dentro la sua conchiglia vede solo la morte. Preparo la vaglia. Domani andrò a Hama. Hama… la città che fin da piccoli ci hanno insegnato a dimenticare. Ora torno a Hama per vedere quello che è accaduto. Ma anche quello accadde. Nel 1982. E dove di solito ci andavamo solo per vedere le sue norie. (SiriaLibano, 28 dicembre 2014).

* Pseudonimo. Ammuriya è una città inventata da Abdel Rahman Munif e Jabra Ibrahim Jabra nel loro romanzo Un mondo senza mappe (‘Alam bala khara’it, al Mu’assasa al ‘arabiyya li l dirasat wa n nashr, Beirut, 2004).