Dopo trent’anni esce allo scoperto. Ma teme ancora il regime

L’articolo che segue, apparso sul giornale panarabo al Hayat e tradotto da Federica Raimondi, riporta l’esperienza di uno dei numerosi studenti siriani coinvolti negli scontri avvenuti a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 che videro il regime dell’allora presidente Hafiz al Asad scontrarsi con l’ondata di sollevamenti di matrice islamica e che ebbe come culmine i tragici eventi di Hama del 1982. In quel periodo un numero imprecisato di studenti e docenti furono arrestati o uccisi perché creduti sostenitori del movimento islamico.

(al Hayat, 7 aprile 2013) Con la rivoluzione un giovane siriano ha trovato il coraggio di uscire dal suo isolamento volontario dopo trent’anni passati nascosto per paura di essere arrestato. Oggi nonostante si trovi in un campo profughi in Turchia fa ancora fatica a raccontare per intero la sua storia.

Negli anni ottanta, durante il conflitto tra il regime e i Fratelli musulmani, M.M. era uno studente dell’università di Aleppo quando le forze di sicurezza fecero irruzione nella sua stanza della città universitaria, arrestandolo per sospetta solidarietà con quell’organizzazione alla quale non era mai appartenuto. Suo fratello maggiore fu arrestato e ucciso nella prigione di Palmira all’inizio degli anni ’80.

Il giovane preferisce non rivelare il suo nome per intero per non esporre i suoi parenti ad un’eventuale ritorsione del regime. Della vita durante la sua detenzione racconta: “Ci sono stati momenti terribili, ho cominciato a pregare. Un giorno, la guardia che mi tratteneva in una stanza dell’università si è distratta e ho deciso di scappare. Che mi uccidessero i proiettili o che riuscissi ad evadere, sarebbe stato comunque meglio che andare in prigione. Sono arrivato da un amico che mi ha prestato un’auto per  tornare a casa”, in uno dei paesini della provincia di Aleppo, nella Siria settentrionale.

Da allora il giovane si è nascosto dagli occhi di tutti nella casa della sua famiglia, dove, dice, “nessuno sapeva mi trovassi lì a parte mio fratello, mia madre e mia zia. Neanche i miei nipoti sapevano che io ero lo zio ed erano convinti fossi uno sconosciuto che il loro padre stava ospitando in casa”.

Per tutto il tempo della scomparsa M. è uscito solo due volte per andare dal medico, e “anche se uscire era diventato facile dato che nessuno mi conosceva, uscivo comunque di notte, travestito, per non farmi vedere da nessuno”.

Preoccupato per la propria incolumità, dipendeva da mezzi semplici, isolato e senza la possiblità di comunicare, nemmeno con i suoi parenti. Racconta che in più occasioni avrebbe potuto lavorare e vivere in città, ma ha scelto l’isolamento, a cui forse aveva fatto l’abitudine, “per evitare qualsiasi coincidenza” che potesse condurlo nelle prigioni governative. E aggiunge, ora cinquantenne:  “Provavo sentimenti come ogni essere umano, mi rattristavo, mi ammalavo, piangevo ed ero allegro”. Ma “il destino e la paura” l’hanno spinto a rimanere nascosto “perché il mio cuore era debole”.

M. ha vissuto la sua vita dietro le mura, relegato fuori dal tempo; non conosce i moderni mezzi di comunicazione e ora cerca di recuperare ciò che gli è sfuggito. Dice: “Sono ancora giovane. Mi sono sposato e avrò dei figli. E cerco un lavoro per sostenere la mia famiglia”.

La sua cittadina è stata la roccaforte dei rivoluzionari nei due anni passati, e cosi ha deciso di uscire alla luce del sole. Rifiuta ancora di farsi fotografare e di rivelare tutti i particolari del suo passato, e dice: “Temo per i giovani della mia città e per i miei familiari, ho paura e diffido di questo regime che è capace di tutto”.

(Traduzione dell’originale arabo, datato 7 aprile 2013, a cura di Federica Raimondi per SiriaLibano).