Elezioni in Siria, un risultato a sorpresa!

(di Anna Vanzan, per Giornale di Brescia, 10 maggio) I siriani arrivano finalmente alle urne, ma non certo in un clima sereno, visto che il regime ha continuato imperterrito a mietere vittime, mentre i suoi oppositori hanno dichiarato il boicottaggio di quelle che chiamano “elezioni farsa”.

È indubbio, infatti, che la tornata elettorale sia l’ennesima manovra messa in campo da Bashar al Assad per prendere tempo e allontanare l’attenzione internazionale dalla repressione in atto ormai da troppo tempo: le elezioni dovrebbero essere il simbolo stesso della democrazia, ma sappiamo che in realtà non è così e che troppi regimi si mascherano dietro la periodica indizione di elezioni il cui risultato è già stato deciso in partenza.

Se all’interno del Paese la dirigenza di Assad è ampiamente contestata, a livello internazionale finora ha goduto di una copertura mediatica incerta e partigiana che non vuole riconoscere che la Siria è controllata da una feroce dittatura peggiore, per certi aspetti, di quella di Ben Ali in Tunisia o di Mubarak in Egitto.

Forse, è proprio il recente risultato elettorale conseguito da questi due Paesi che fa tentennare l’opinione internazionale, timorosa che alla caduta del “laico” Assad faccia seguito l’insediamento di una compagine “islamica” che complicherebbe ulteriormente i rapporti tra occidente e Medio Oriente.

Uno degli spauracchi internazionali agitati a difesa di Assad, infatti, è la sua presunta tolleranza per le minoranze, mentre, in realtà, il Presidente siriano non fa che fomentare le divisioni etnico-religioso-comunitarie, una politica già perseguita dal padre Hafiz il quale, dal colpo di stato effettuato nel 1970, ha prosperato per anni proprio sulla politica del divide et impera.

Che gli alawiti Assad abbiano favorito le ricche élite sunnite è risaputo e rappresenta una delle cause di sperequazioni economiche e sociali della Siria: la rivolta odierna, infatti, è figlia di oltre 40 anni di lotte che ora assumono anche il sapore della ribellione dei poveri nei confronti degli abbienti, questi ultimi resi tali dalle corrotte politiche degli Assad.

Ma neppure la lettura confessionale del conflitto siriano che da più parti si vuole dare regge: se internamente, l’opposizione al regime è trasversale, comprendendo membri di tutte le comunità, a livello internazionale si rivela ancor più pretestuosa.

L’appoggio iraniano ad Assad, infatti, non ha connotazioni religiose (gli sciiti duodecimani, variante dello sciismo seguito dalla Repubblica Islamica d’Iran, contano in Siria meno del 5%), bensì squisitamente politiche.

Così come l’appoggio saudita alla rivolta anti Assad non è certo determinato dalla volontà di Ryad di proteggere la popolazione siriana sunnita, quanto dalla volontà di combattere una guerra a distanza contro l’Iran.

La comunità internazionale ha tollerato per troppo tempo gli Assad che da un lato si proponevano come unico Paese mediorientale stabile mentre destabilizzavano l’Iraq post Saddam inviando milizie da loro addestrate per organizzare atti terroristici; si ergevano a paladini dei Palestinesi, mentre li massacravano nei campi profughi; e hanno mietuto decine di migliaia di vittime fra i loro cittadini, mentre centinaia di migliaia di siriani vivono nei campi profughi in Giordania e in Turchia.

Ora, dando per scontato il successo dei candidati del partito filo-regime Ba’ath, Bashar al Assad si assicurerebbe altri 14 anni di presidenza: resta da calcolare il numero di vittime che questo infinito regime potrà ancora provocare.